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Innamorarsi di Morata. Di nuovo.

By 22 Settembre 2020

Storia del legame profondo fra lo spagnolo e la Juventus

Non si può scegliere di chi innamorarsi, ne quando. Ci si innamora e basta, perché in amore non guida la razionalità. È il caso di Álvaro Morata e della Juventus. Un rapporto che non è mai stato negato dai diretti interessati, neanche quando erano lontani dagli occhi e dai campionati, o quando ci si è ritrovati sul campo: Morata e il bianconero sono sempre stati amanti prima passionali poi platonici, con i tifosi ad alimentare quella relazione che ad oggi ha lasciato molte certezze e anche tante domande. Se Morata non fosse andato via nel 2016, chissà se oggi si potrebbe dire la stessa cosa, se si potrebbe parlare di innamoramento. Per chi non lo ha mai dimenticato, sono ore di passione. Perché Morata tornerà a giocare alla Juventus. E certamente passerà il rammarico che accompagna chi ha lasciato un amore a metà.

 

Morata ieri e oggi

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images )

Non si è mai capito perché a Morata sia stato semplice cedere il cuore, a dispetto dei numeri che ci dicono come la sua non sia stata la carriera di un top player a livello mondiale. Sarà per quei modi da bravo ragazzo, per le cene offerte ai tifosi incontrati per caso o le scuse fatte dopo l’esultanza di un goal annullato, o forse perché è l’archetipo dell’innocente, puro di cuore e dell’integrità, che sogna di vivere in un mondo ideale e forse non riesce ad accettare d’esser parte di un universo talvolta crudele.

Certamente se si rimane sul piano strettamente sportivo non ci sono reali motivazioni per cui ci si possa innamorare di Morata: non ha vinto da solo una Champions League o un Mondiale, non è stato capocannoniere in una squadra di mezza classifica, non ha guidato una neopromossa alla vittoria del campionato. Però, chissà come mai, di lui ci si innamora. Forse perché a dispetto di un’emotività fuori dal comune, Álvaro è stato anche capace di togliere il fiato in momenti in cui era necessario mostrarsi eroici nel vero senso del termine, tirando fuori dal cilindro gesti che osservati a distanza di anni rimangono scolpiti nella mente e nel cuore di chi lo ha visto giocare.

Ciò detto: chi ha ragione oggi sul suo conto? Chi lasciandosi trasportare dal sentimento continua a pensare che sia un potenziale crack (alla soglia dei suoi 28 anni, la più alta dichiarazione d’amore che gli si possa fare, equipararlo a un ventenne di belle speranze) o chi dice che sia stata solo una promessa mai mantenuta? Difficile dirlo, rimanendo lucidi e provando a uscire dai confini dei freddi numeri.

Certamente, quello che genera è un sentimento che parte da lontano, figlio di una storia che ha come tutti i romanzi di formazione grandissimi climax e tanti momenti di difficoltà.

 (Photo by Justin Setterfield/Getty Images)

Quando esordisce il 12 dicembre 2010 in blanco, dopo essere cresciuto le giovanili nell’Atletico di Madrid, esser transitato dal Getafe ed esser passato dal Real Madrid C prima e al Castilla poi, Morata non è certamente un giocatore maturato del tutto, infatti in tre anni totalizza solo tre presente, rendendo più difficile capire se sia sempre stato come si presenta.

Solo alla terza stagione il suo minutaggio cresce. Il primo gol in Liga arriva contro il Levante: Mourinho lo fa entrare per Özil, lo spagnolo lo ripaga insaccando una punizione di Xabi Alonso con uno dei tanti colpi di testa che siglerà in carriera.

Fra le 34 presenze totali di quella stagione, ci sono dei buoni motivi per dire che innamorarsi di Morata sia semplice. Prendiamo ad esempio il gol all’Almeria, nella partita giocata il 23 novembre 2013: qui il gol è una sublimazione dell’inutile, come una serenata fatta in mezzo al pub per rimarcare che sei pronto a tutto per dichiararti alla ragazza che ti piace. Morata fa un pallonetto in mezzo al niente, in una partita già sul 4 a 0, un gesto che forse sta lì solo per rimarcare che lui esiste, c’è ed è pronto a diventare grande.

Giocatore mobile, che spazia su tutto il fronte offensivo, ha la struttura fisica di un numero 9 di sfondamento (1.89 cm per 85 kg, per dire: Vieri è 5 cm e 3 kg in meno) e la velocità di un contropiedista, un piede vellutato e il dribbling secco. Non sappiamo se in quel momento sa che nel tempo si trasformerà più in un giocatore da area da rigore, certamente ci possiamo chiedere cosa sarebbe stato se avesse perseverato a provare a essere attaccante totale.

(Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

Perché idealmente, il Morata che comincia la sua carriera a Madrid e approda alla Juventus nel 2014 sa fare tutto. Finalizza e costruisce per i compagni grazie a un modo di interpretare al gioco povero di orpelli inutili. È rapido di piede e di testa, grazie a una naturale propensione allo smarcamento in area (un pregio che maschererà uno dei suoi punti deboli più evidenti, la protezione del pallone) e sa costruirsi azioni palla al piede al limite del sensazionale,  che risultano sempre essere molto concrete.

Nel corso del biennio bianconero innamorarsi di Morata è molto semplice. Partito in sordina, durante il primo anno di Allegri l’ex madridista prima scavalca Llorente come titolare, poi comincia a essere determinante soprattutto in coppa, dove pareggia Del Piero nel numero di reti consecutive in partite di Champions League, 5.

Non tutti sono gol complessi, anzi, talvolta sono tocchi sotto porta, davanti alla riga, roba da rapinatore insomma: il fatto è che sono tutte marcature che pesano, che vengono siglate nel momento giusto durante la competizione giusta, e nelle notti di Coppa queste cose uno juventino le nota. Prendiamo la doppietta fra andata e ritorno contro il Real Madrid, in semifinale. Il primo è una specie di firma messa sul quadro di altri: 27 passaggi il cui apice è il tiro di Tevez che Casillas non riesce a trattenere. Il piede di Morata è il fattore non previsto che sposta gli equlibri, il pallone che tocca in rete sotto la Curva Sud risulta quasi blasfemo dopo tutta quell’abbondanza barocca che sarebbe stata perfetta così.

Al ritorno il gol è invece tutto il contrario. La torre di Pogba è pregevole, ma il tiro di Álvaro è tutto fuorché semplice: preciso, calibrato, potente, entra e viene seguito dalla delicatezza di non esultare contro la sua ex squadra.

(Photo by Gonzalo Arroyo Moreno/Getty Images)

E poi c’è il gol al Barcellona in finale, di nuovo a chiudere un’azione collettiva il cui terminale doveva essere Tevez, con quell’essere apparentemente casuale ma decisivo, che illude i tifosi e fa credere che quella notte la faccenda si possa fare (ci si metterà poi un rigore negato e il contropiede di uno dei più forti attacchi della storia a rendere vano ogni sogno).

A questo punto non si può non esser almeno infatuati di lui. Diventa tutto amore puro quando l’anno seguente, il 16 marzo, tutte le sue potenzialità si sublimano nella sfida in casa del Bayern Monaco. Prima gli annullano un gol regolare, un pallonetto a Neuer, poi fa quello slalom che Cuadrado trasforma in gol che viene ricordato come iconico a dispetto del risultato finale della partita. Ed è amore vero perché tutto questo avviene durante una stagione dove Morata soffre la concorrenza di Dybala e di Mandžukić, segna 12 gol in 47 presenze e tutto sommato viene ricordato più per la malinconia di metà campionato e il fatto che sa che dovrà andare via da Torino, e nonostante questo riesce a risolvere la finale di Coppa Italia contro il Milan da subentrato

Quando il Real Madrid lo ricompra torna in Spagna ma rimane sempre legato alla Juve, tant’è che a Cardiff festeggia e non festeggia, anzi durante il dopogara ha anche il tempo per dire in un’intervista che gli fanno in campo che gli spiace per “la gente” cui è legato ancora.

Forse non la sente sua fino in fondo quella Coppa, anche se Zidane lo ha lentamente plasmato in una sorta di alter-ego speculare di Benzema unico nella rosa del Madrid. Morata diventa l’uomo da ultima mezz’ora letale sotto porta, via via sempre meno “totalizzante” e sempre di più bomber puro. Forse anche per questo sembra non integrarsi bene con Cristiano Ronaldo. Morata avvicina il suo centro di gravità permanente all’area e segna, tanto: in 43 presenze complessive sono 20 i suoi gol. Ogni tanto, ma sempre più raramente torna a mostrare quelle sgroppate lì, tipo quando contro la Real Sociedad si fa toccare un pallone all’altezza del centrocampo, parte palla al piede, dribbla due avversari e ne fa sbattere altri due che cercano di fermarlo generando un effetto grottesco per poi arrivare al tiro, ignorando platealmente Bale e anzi obbligandolo a saltare per evitare che il pallone gli finisca addosso: peccato che poi non segni.

Sono cose che però diventano organiche a un sistema che lo vede punterò a tutti gli effetti, come quando contro il Granada sigla una doppietta da vero cecchino. Prima sbatte in porta un rigore in movimento su assist di Danilo, poi su assist di Asensio riceve in area, salta Hongla con un dribbling e quando gli ritorna addosso lo fa crollare a terra, prima di calciare fortissimo sul secondo palo fulminando Ochoa.

(Photo by Julian Finney/Getty Images)

È un Morata madridista nel vero senso della parola, quello che viene venduto a peso d’oro al Chelsea per 66 milioni di euro: gioca per vincere, splende e non si può dire che sfiguri fra i fenomeni di Zidane, e non manca mai quando conta (e anche quando c’è da affermare la propria superiorità).

In questa fase Morata ormai lo amano già in tanti, quegli stessi che si attendono altre meraviglie in terra britannica: potrebbe anche essere così, dato che a Londra Conte ne completa la mutazione facendolo diventare il terminale ideale di una squadra impostata per aggredire. Sigla gol importanti ma sul lungo viene di nuovo colpito da una specie di saudade ispanica e da un infortunio muscolare che ne frenano la crescita e lo fanno apparire debole e confuso, tanto che il tecnico leccese si fa comprare Giroud per riavere un po’ di prestanza in area. Quando poi arriva Sarri sembra riprendersi, tenta anche di integrarsi al meglio con Hazard, fatto salvo che poi si spegne definitivamente e viene ceduto a metà stagione all’Atletico Madrid di Simeone, un tecnico che sembra l’esatto opposto di Álvaro per approccio alle cose.

A Madrid in una stagione e mezza segna 22 gol per complessivi 61 incontri disputati, con meno errori pacchiani come quelli che riempiono la sua esperienza londinese (ce ne sono anche in biancorosso, però: fra tutti spicca il colpo di testa sbagliato nel ritorno degli ottavi di Champions League contro la Juventus). Rimane comunque a chi lo osserva una generale sensazione che il suo smalto sia definitivamente perso, anche se quelle cose che lo hanno fatto amare rimangono lì sornione pronte a rispuntare senza preavviso, come quando con il Liverpool prima del lockdown segna in contropiede alla fine del secondo tempo supplementare il gol del definitivo 3 a 2, dopo tre mesi d’astinenza che festeggia inginocchiato davanti alla curva mentre fa le scuse ai tifosi, che non si sono vergognati di rinfacciargli anche il suo passato al Real, mentre un compagno gli scivola vicino rendendo tutto abbastanza divertente.

 

Morata domani

 (Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

I fatti ci dicono che in totale fino a oggi Morata ha giocato 404 partite e ha segnato 149 gol: bene ma non benissimo, visto i mesi passati in depressione, gli sbagli davanti alla porta che non si contano, forse anche i tanti trasferimenti che lo hanno obbligato a reinserirsi in contesti distanti uno dall’altro, in sistemi di gioco concettualmente lontani. Forse questo continuo peregrinare alla ricerca di una conferma gli ha fatto perdere le radici con la propria identità, facendolo diventare una specie di surrogato di tanti altri profili che non riusciranno a contenerne l’essenza; forse, semplicemente, Morata non è stato in grado di sostenere tutto il talento che ha sempre fatto intravedere.

Sta di fatto che chi gli ha donato il cuore non può rinnegarlo, andando oltre ai numeri, agli schemi e anche al fatto che sia entrato nella fase della vita di un calciatore dove difficilmente si può vedere qualcosa di diverso da ciò che si è visto prima. Eppure, scartabellando fra le pieghe della Rete, si trovano ancora tracce di chi osservandolo correre veloce verso la porta ha giurato di non averne visto di altrettanto forti. Ora che Morata tornerà a giocare alla Juventus sarà difficile lasciarsi trasportare solo dai sentimenti.

Guardando strettamente al campo, il gioco rapido e collegiale messo in mostra dalla prima Juventus di Pirlo sembra essere il contesto giusto dove muoversi, in un sistema votato alla verticalizzazione e all’elasticità dei ruoli: una situazione vista già nel suo ultimo anno al Real Madrid, quando la propensione al gol di Morata fu agevolata da un impianto di gioco dove in attacco si arrivava con addirittura cinque uomini (contro il Granada alle sue spalle giocano tre rifinitori come Asensio, Rodriguez e Vasquez, supportati da un terzino alto -Danilo, che ritroverà a Torino- più Kovacic).  La speranza è che dal punto di vista tattico, rimanendo sempre alla sua esperienza in blanco, la presenza di Ronaldo non sia per Morata un freno: forse la soluzione è che torni a essere un giocatore meno di rapina e più fedele al profilo di punta “totale” che l’ha reso grande.

I due al Real Madrid hanno giocato insieme per cinque stagioni, una in più dei gol realizzati per combinazione diretta: tre di Morata su assist di Ronaldo, uno di Cristiano su assist dello spagnolo. Certamente sarà Alvaro a doversi mettere al servizio del portoghese, e forse è questo l’ultimo miglio per consacrarsi definitivamente. Una sfida affascinante che fa sognare chi qualche anno fa si è innamorato di lui, e non ha mai smesso di credere che il giorno del suo ritorno e del definitivo salto di qualità sarebbe finalmente arrivato.

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