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Inter e Atalanta sono rimaste fedeli a se stesse

By 28 Novembre 2019

Le due squadre nerazzurre sono cresciute nel corso del torneo e grazie alla scelta di non tradire la propria natura si sono guadagnate una chance di passare il turno

Al termine della prima giornata di Champions League, ormai più di due mesi fa, Inter e Atalanta si sono guardate allo specchio e si sono domandate se l’Europa fosse un luogo adatto a loro. Una precoce autoanalisi, indotta da due prestazioni deludenti che hanno subito messo in dubbio la spendibilità di due sistemi di gioco estremamente codificati eppure rari da vedere in un contesto come quello.

La squadra di Gasperini, che si presentava da storica esordiente, è uscita da Zagabria con le ossa rotte e meno sicura che il suo calcio ad alta intensità avrebbe favorito l’approccio a una competizione nuova, la più difficile di tutte, dove i ritmi sono molto più alti rispetto al campionato italiano e dove ingaggiare duelli in tutte le zone del campo, vista la qualità e la fisicità degli avversari che si hanno di fronte, può essere molto rischioso.

Quella di Conte, che aveva acciuffato il pareggio nei minuti finali con lo Slavia Praga in una gara che avrebbe dovuto essere la più comoda del girone e invece è risultata complicatissima e piena zeppa di errori, in cui nulla di quello che si era visto in serie A è stato riproposto con efficacia, si domandava se la strada tattica che aveva intrapreso, e che in Italia stava già dando le sue prime certezze e i suoi preziosi frutti, in Europa fosse percorribile.

(Photo by Michal CIZEK / AFP)

Le riflessioni amare che hanno accompagnato la prima giornata non hanno scalfito il credo di due squadre che ogni volta che scendono in campo sanno esattamente quello che vogliono fare e come lo vogliono fare. Inter e Atalanta si sono presentate alla seconda gara del girone, rispettivamente contro Barcellona e Shakhtar Donetsk, senza che le delusioni dell’esordio inquinassero o condizionassero i loro impianti tattici, i loro principi e stili di gioco. Senza mettere in discussione la loro identità.

Sono arrivate due sconfitte, dolorose eppure in qualche modo rigeneranti. Lo splendido primo tempo giocato dall’Inter al Camp Nou, ha restituito fiducia verso la possibilità di trarre profitto da quell’idea di gioco anche in un contesto europeo. Certo, occorreva lavorare sulla tenuta, ma la coscienza che passare tutto il secondo tempo nella propria metà campo è un destino che tocca a tutte le avversarie che si trovano ad affrontare il Barca in casa loro instillava ottimismo, nonostante una classifica deficitaria. La partita giocata dall’Atalanta contro gli ucraini, persa solo nei minuti finali, ha riportato Gasperini e i suoi a gonfiare il petto, a credere di essere una squadra dall’impronta europea, e a sperare ancora di potersi giocare le sue carte.

Inter e Atalanta

Foto LaPresse/Massimo Paolone

Poi sono arrivate le doppie sfide con Borussia Dortmund e Manchester City. Per l’Inter sembrava quasi che quei segnali positivi lanciati dalla sfida col Barcellona avessero portato la squadra alla convinzione di poter imporre il proprio calcio anche fuori dall’Italia, salvo poi ricadere nell’abisso delle incertezze nel secondo tempo giocato a Dortmund – dopo un’altra strabiliante prima frazione – quando i dubbi su un sistema di gioco che fatica a sostenere quei ritmi e sul lungo porta i quinti a schiacciarsi e abbassare drasticamente tutto il blocco squadra sono tornati ad echeggiare.

Nel frattempo l’Atalanta si presentava spudorata al cospetto di Guardiola, incassando i suoi elogi e cinque gol nella gara di andata, da cui comunque è uscita a testa alta e con l’orgoglio di non essersi snaturata. Fierezza che si è portata dietro anche nel ritorno, giocato col solito furore, la stessa ricerca, lo stesso coraggio di sempre e chiuso con un pareggio che lasciava qualche rimpianto ma che ancora non la condannava all’eliminazione.

Inter e Atalanta

LaPresse

A due partite dalla fine del girone Inter e Atalanta si trovano costrette a vincere se vogliono tenere accesa una luce di speranza e conquistarsi un’ultima possibilità di passare il turno. Entrambe sono accompagnate da un senso di rammarico per quei dettagli che in Champions fanno la differenza e che ne hanno condizionato il percorso, portandole all’idea che gli stia sfuggendo di mano qualcosa che nel profondo sapevano di poter governare meglio, nonostante tutte le difficoltà del caso.

Già, perché entrambe, nel corso del torneo e dentro il torneo sono cresciute, sempre rimanendo fedeli a se stesse, sempre senza tradire la proprio natura. E questa tenacia identititaria ha finito per premiarle, questo ostinato rispetto per il proprio sé le ha portate a disputare due gare fantastiche in cui tutti i codici del loro calcio hanno finito per dominare il contesto ed esaltare quei singoli che a entrambe non mancano. Già, perché la sensazionale partita giocata dal Papu Gomez contro la Dinamo Zagabria e quella della coppia Lukaku -Lautaro contro lo Slavia, ieri sera, non sono altro che l’esaltante riflesso individuale di una ferrea aderenza a una precisa visione collettiva.

Inter e Atalanta si sono guadagnate una chance rispettando la propria filosofia. Il loro è stato un percorso simile, non tanto per i risultati, ma per l’obiettivo di essere arrivate a giocarsela attraverso l’esportazione di uno stile in un territorio sconosciuto. L’Atalanta perché non aveva mai calcato certi palcoscenici e l’Inter perché li ha affrontati in una forma del tutto nuova. Ora l’Inter è padrona del proprio destino (le basta vincere l’ultima sfida con il Barcellona o fare gli stessi punti del Borussia Dortmund), l’Atalanta no (deve vincere e sperare che la la Dinamo Zagabria non batta il Manchester City). In ogni caso, qualunque sia l’epilogo, entrambe potranno tornare davanti allo specchio per rispondere positivamente a quella domanda.

Federico Corona

About Federico Corona

Federico Corona nasce a Milano da genitori catanesi. Giornalista professionista, ha lanciato progetti editoriali sul web, scrive di sport e umanità varia su riviste cartacee e digitali.

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