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Inter – Roma spiegata in 9 partite

By 6 Dicembre 2019

Hanno messo in palio trofei, tanto in Italia quanto in Europa, hanno messo uno di fronte all’altro alcuni dei giocatori più importanti che sono passati per la Serie A, ma, soprattutto, hanno fatto gioire ed arrabbiare due città. Negli ultimi 30 anni Inter – Roma è diventata un piccolo classico, una partita capace di racchiudere infiniti significate. E noi abbiamo scelto 9 match che spiegano al meglio questa rivalità.

8 maggio 1991, Inter – Roma 2-0 

All’inizio degli anni Novanta la finale di Coppa Uefa si gioca ancora sulla distanza di 180′. E l’Inter arriva alla sfida di andata, a San Siro, con i nervi a a fior di pelle. La domenica precedente, infatti, i nerazzurri avevano perso in casa contro la Sampdoria. Un 2-0 firmato Dossena e Vialli che aveva virtualmente consegnato lo scudetto ai blucerchiati. Senza contare che, sull’1-0 per i liguri, Lothar Matthaus aveva sbagliato il calcio di rigore del possibile pareggio. Alla vigilia del match i giornalisti provano a punzecchiare Giovanni Trapattoni. «Se siamo all’ultima spiaggia? No – risponde – piuttosto alla prima, visto che l’Inter una Coppa Uefa nella sua storia non l’ha vinta mai».

Il giorno che precede la partita si apre con un giallo. Nel corso della mattinata vengono rubati 1370 biglietti destinati ai tifosi interisti. I blocchetti erano stati lasciati incustoditi all’interno di un’auto parcheggiata davanti alla sede del Centro Coordinamento Interclub di via Pisacane. Sembra un segnale nefasto, invece i nerazzurri riescono a portare a casa il risultato. Al fischio finale è 2-0, grazie anche a un rigore dubbio trasformato da Lothar Matthaus.

Prima di salire sul pullman Ottavio Bianchi si ferma a parlare con la stampa. L’allenatore mette le mani avanti, dice che l’Inter è stata superiore, che non vede margini per un recupero nel return match dell’Olimpico. Una pretattica che risulterà profetica. La Roma attacca a testa bassa, ma il gol arriva solo all’81’ grazie a una grande giocata di Ruggiero Rizzitelli. Troppo poco, l’Inter alza al cielo la coppa interrompendo un digiuno che andava avanti da oltre un quarto di secolo.

 

5 gennaio 1997, Inter – Roma 3-1 

Al fischio di inizio della quindicesima giornata la Roma di Carlos Bianchi naviga nell’anonimato più assoluto. Nonostante il decimo posto in classifica e le 4 sconfitte racimolate fino a quel momento, la zona europa è distante appena un paio di punti. A complicare la situazione ci pensa però Franco Sensi. Il patron giallorosso punta il dito contro Daniel Fonseca (“Deve applicarsi di più sul piano professionale”) e Jonas Thern, accusato di non valere i soldi spesi per il suo cartellino. L’uruguaiano risponde chiedendo la cessione, lo svedese entra a gamba tesa. «Non voglio dare alcuna risposta al presidente Sensi – dice- sono un professionista serio e voglio esserlo fino in fondo. Ma non credo che sia serio prendersela con uno o due giocatori».

Capitan Carboni, invece, sottolinea il nervosismo per tutte quelle voci di mercato che rischiano di minare la stabilità della squadra. «Dispiace leggere ogni giorno – spiega – che la squadra deve cambiare i giocatori. Siamo appena a gennaio e certe voci non sono piacevoli. Simeone, Litmanen? A Roma si fanno sempre tanti nomi di giocatori, senza che ne arrivi mai nessuno. Se la Roma deve prendere qualche giocatore, spero lo faccia di nascosto, in silenzio e velocemente».

Anche l’Inter di Roy Hodgson non se la passa benissimo. Tanto che qualcuno, a Milano, ha messo in giro la voce di un possibile esonero del tecnico inglese per fare spazio a Zeman. In campo, però, non c’è partita. Ganz porta in vantaggio i nerazzurri, poi, al 39’ ecco che Fabio Petruzzi svirgola un pallone in area e alza un campanile. Djorkaeff si coordina, salta altissimo e si esibisce in una rovesciata da applausi che scaraventa il rete il gol del momentaneo 2-0. Un gol così bello da diventare un’icona.

Al fischio finale Franco Sensi è furibondo. Carlos Bianchi, invece, sembra molto più tranquillo. A chi gli chiede se inizia a essere preoccupato per il suo futuro, l’argentino risponde con una calma olimpica. «Ricordatevi che se mi mandano via, non ho certo problemi a trovare un altro posto di lavoro – dice – Sono venuto in Italia perché le sfide mi affascinano, ma in Argentina avevo un lavoro sicuro per almeno altri dieci anni».

 

3 maggio 1999, Roma – Inter 4-5      

Primo comandamento di Zdenek Zeman: fare un gol in più dell’avversario. Peccato, però, che non sempre sia possibile. Nel maggio del 1999 l’Inter, undicesima, fa visita alla Roma del boemo, quinta. Ma l’emergenza nerazzzurra è molto più pesante di quanto si possa pensare. La squadra ha già cambiato 3 allenatori (Simoni, Lucescu e Castellini) e per ultime 4 partite di campionato ha richiamato in panchina proprio Roy Hodgson. Una mossa della disperazione che sembra offrire alla Roma un piccolo vantaggio. Zeman, tuttavia, decide di mettere le mani avanti. «Hodgson è molto esperto e preparato. Se Moratti ha deciso in questo modo l’ha fatto a ragion veduta. Quasi quasi, gli sarebbe convenuto cambiare allenatore ogni settimana, visto che l’Inter ha sempre vinto le partite successive all’allontanamento del tecnico».

Il tecnico inglese ostenta calma. Ha avuto poco tempo per preparare la partita e in conferenza stampa dichiara di avere ancora le idee poco chiare. «Sono troppo vecchio per essere emozionato – dice – Ho chiesto ai giocatori il massimo impegno, nient’altro. Non ho ancora deciso sul 4-4-2, ho avuto poco tempo e pochi giocatori a disposizione. Ma per chi va in campo è più importante la voglia di vincere che lo schema tattico».

Anche Roberto Vecchioni sembra preparato al peggio. «L’Inter arriva a Roma per giocare contro i giallorossi – scrive su Repubblica due giorni prima della partita – non credo che basterà incrociare le dita. I tifosi della “magica” sono sinceri, diretti, impulsivi. La società giallorossa è molto più amata dall’anima “popolare” della città. Tra tutte le sconfitte dell’Inter di quest’anno, devo dire che quella con la Roma mi farebbe meno male delle altre perché la Roma assomiglia tantissimo a come vorrei che fosse l’Inter. Comunque è meglio che vinca l’ Inter anche se non assomiglia alla Roma».

Allsport UK /Allsport

Il primo tempo finisce 1-3 per i nerazzurri, ma la Roma recupera grazie a Paulo Sergio e Delvecchio. Ronaldo porta ancora in vantaggio gli ospiti ma Di Francesco, a 12’ dalla fine, impatta sul 4-4. Tutto finito? Neanche per idea. A 3’ dalla fine, infatti, ci pensa Diego Pablo Simeone a segnare il gol del definitivo 4-5 e a spedire in paradiso i tifosi nerazzurri all’Olimpico.

Al fischio finale è Zago a presentarsi davanti alle telecamere. E il suo sfogo è durissimo. «Mi vergogno, come difensore e come giocatore della Roma, di quello che abbiamo fatto. L’Inter è venuta giù cinque volte e cinque volte ha segnato, incredibile. E abbiamo sbagliato noi giocatori, non l’allenatore. Se avessimo fatto quello che lui ci chiedeva, non sarebbe finita così». E ancora: «La Roma ha resuscitato un’altra squadra, ormai siamo specialisti: quest’anno abbiamo graziato la Sampdoria, poi il Milan, l’Empoli, il Piacenza, l’Udinese e il Perugia, oggi è stata la volta dell’Inter. Commettiamo errori pazzeschi e non ci sono scuse. Domenica prossima, sperando la battere il Piacenza, dobbiamo confidare nell’Inter contro il Parma. Tiferemo Inter, allora: quest’anno abbiamo spesso tifato per le altre squadre, dimenticando che eravamo giocatori della Roma».

 

26 ottobre 2005, Inter -Roma 2-3 

I giallorossi si presentano a San Siro dopo il pareggio nel derby. La classifica è piuttosto travagliata e racconta di una Roma undicesima con 9 punti in 8 partite. Per l’Inter, seconda in classifica ma già distante dalla Juventus, sembra una partita piuttosto facile. Nella conferenza stampa di avvicinamento al match, Roberto Mancini afferma che non prenderà contromisure specifiche per provare a ingabbiare Francesco Totti. «Non è il caso di progettare qualcosa di particolare, quando lo faccio poi le cose vanno male. Prepariamoci a fare bene le cose normali».

Ma è proprio il Capitano a preoccupare Luciano Spalletti. Il numero 10 è stato aggregato al gruppo ed è partito per Milano, ma se la moglie Ilary, che sta portando a termine la gravidanza, dovesse entrare in sala parto, allora il Capitano tornerebbe immediatamente indietro. Un’ipotesi che il tecnico di Certaldo spera di scongiurare in tutti i modi. Anche perché i giallorossi devono già rinunciare ad Antonio Cassano, messo ko da un’entrata di Kuffour in allenamento.

Eppure la partita sorride alla Roma. Dopo 12’ minuti Montella insacca il gol del vantaggio ospite. Ma è al 30’ che viene servito il capolavoro. Francesco Totti supera in un contrasto Ze Maria sulla trequarti, avanza palla al piede, vede Julio Cesar fuori dai pali e lascia partire un cucchiaio che si insacca dolcemente alle spalle del portiere. Alla fine sarà 2-3. Roberto Mancini punta il dito contro l’arbitro Rosetti, colpevole di aver assegnato alla Roma un rigore a suo avviso dubbio, ma fa anche autocritica. «Qualche problema ce l’abbiamo – dice – Una squadra senza problemi non fa un primo tempo del genere. E anche io debbo riconoscere di avere le idee appannate. Inutile negarlo».

 

26 agosto 2006, Inter – Roma 4-3 

Difficile trovare qualcosa di logico nell’estate del 2006. L’Italia campione del Mondo e la bomba di calciopoli ridisegnano i rapporti di forza nel nostro calcio. Il 26 agosto va in scena la Supercoppa: da una parte l’Inter scudettata, dall’altra la Roma, finalista dell’ultima Coppa Italia.

I giallorossi stanno vivendo un momento particolare. Servono diversi acquisti, e al momento è arrivato soltanto Pizarro. Anzi, neanche lui. Perché alla fine i problemi nell’ottenere i documenti per il tesseramento hanno reso indisponibile il cileno che deve essere sostituito da Aquilani. Come se non bastasse, la trattativa con il Cagliari per portare nella Capitale Mauro Esposito ha subito dei rallentamenti (i sardi chiedono la comproprietà di Okaka e Rosi), quella per arrivare a Vucinic ancora non è chiusa. Totti è impaziente, Montella ha detto per tre volte che servono giocatori all’altezza della situazione. Il direttore sportivo Daniele Pradé sta lavorando sodo per liberarsi di qualche esubero. Kuffour dovrebbe andare al Livorno, Mido al Tottenham, Nonda al Blackburn. Ma il mercato, però, deve attendere qualche ora.

«È una partita importante, non voglio fare esperimenti – assicura Luciano Spalletti – Voglio questa coppa, in tanti anni ho vinto solo la coppa Italia C e posso sfoggiare il record di 11 vittorie consecutive. Ho una grande occasione e voglio sfruttarla». E l’avvio di partita sembra anche dargli ragione. Nel primo tempo la Roma si porta in vantaggio per 0-3 grazie al gol di Amantino Mancini e alla doppietta di Alberto Aquilani. Sembra tutto finito. Solo che al 44’ Vieira trova un gol che fa scricchiolare qualcosa nella testa dei giallorossi. Nella ripresa ancora il francese e poi Crespo inchiodano il risultato sul 3-3. Per assegnare la coppa sono necessari i tempi supplementari. L’Inter ormai ha l’inerzia dalla sua parte e al 94’ trova, grazie a Figo, il gol che vale il trofeo.

 

9 maggio 2007, Roma – Inter 6-2 

La corsa scudetto è finita da tempo. Anzi, non è mai cominciata sul serio. A 3 giornate dal termine l’Inter ha 18 punti di vantaggio sulla Roma, seconda. Forse è per questo che la squadra di Roberto Mancini affronta la finale di Coppa Italia con un po’ di rilassatezza. «Questa finale ha un grande valore per noi – dice Spalletti prima della partita – sarebbe importante per i miei ragazzi vincere e coronare una stagione già importante. Loro la meritano più di tutti, e solo io so quanto».

E dopo la delusione di inizio campionato, ora Spalletti sarà accontentato. Dopo appena 5’ la Roma è già 2-0 grazie ai gol di Totti e De Rossi, mentre al fischio finale il tabellone dell’Olimpico reciterà 6-2 (gol di Perrotta, Mancini e doppiette di Hernan Crespo e Cristian Panucci). Nella gara di ritorno all’Inter servirebbe un 4-0 ma non va oltre il 2-1. La Roma può alzare al cielo il suo trofeo.

24 agosto 2008, Inter – Roma 2-2 

Due mondi opposti. Sulla panchina dell’Inter si è appena seduto José Mourinho, l’allenatore scelto da Moratti per riportare la Champions League a Milano. In attesa di riuscirci, il portoghese è chiamato a portare a casa la Supercoppa.  La Roma, saltato l’affare Mutu, vira sul doppio colpo Menez – Julio Baptista. Proprio il brasiliano è stato l’ultimo regalo alla squadra del presidente Franco Sensi, che si è spento esattamente una settimana prima della partita. Baptista partecipa ai funerali del presidente e si offre di portare in spalla il feretro insieme a Totti e Panucci. Qualche giorno dopo è in conferenza stampa per presentarsi ai suoi nuovi tifosi. «Perché mi chiamano la Bestia?  Perché sono fisicamente potente e difficile da fermare – spiega ai cronisti –  non ha certamente una connotazione negativa».

Nell’ultimo allenamento prima della sfida contro l’Inter, però, succede qualcosa di imprevisto. Spalletti prova Cicinho nella formazione delle riserve. Il brasiliano non gradisce e alza la voce con l’allenatore. «Non era soddisfatto di come si era svolto il lavoro – racconta Spalletti – non gli è piaciuto come ho distribuito i fratini, nella partitella, aveva qualcosa che non gli tornava, così l’ho mandato a casa a chiarirsi le idee e ne riparleremo».

©Ap/Lapresse

Mourinho, invece, dà lezioni di pretattica. «Ho già vinto la Supercoppa, in Portogallo e in Inghilterra e vorrei vincerla, se possibile, anche in Italia, al primo tentativo – dice spavaldo – Totti è un giocatore fantastico, ma la Roma ha dimostrato di saper vincere anche senza di lui. Piuttosto i giallorossi non sono gli stessi dello scorso anno senza Mancini». Perché proprio il brasiliano, in estate, si è trasferito ai nerazzurri. Una scelta che rimpiangerà a lungo.

Sul campo l’Inter si porta due volte in vantaggio grazie a Muntari e Balotelli, ma si fa raggiungere da De Rossi e Vucinic. Per assegnare il trofeo servono i calci di rigore. Fra i nerazzurri Stankovic è l’unico a sbagliare, ma gli errori di Francesco Totti e Juan risultano decisivi.

 

5 maggio 2010, Inter – Roma 1-0 

Un gol di Milito regala la Coppa Italia all’Inter (che al termine della stagione vincerà il triplete). Ma la partita passerà alla storia per un altro gesto, frutto probabilmente dei nervi tesi con cui le due squadre hanno vissuto la vigilia della partita. L’allenatore della Roma, Ranieri, va in conferenza stampa e predica calma. «Se la mettiamo sulla rissa questa partita la perdiamo, loro sono armadi», dice. Solo che qualcuno fra i presenti capisce qualcosa di diverso. In molti si guardano perplessi, convinti che il tecnico testaccino, in verità, abbia detto “loro sono armati”. Per far arrivare a destinazione il vero messaggio di Ranieri serve qualche minuto.

Mourinho, invece, gioca a fare l’incendiario. Il pretesto è una frase pronunciata da Rosella Sensi qualche giorno prima. «Io mi sarei vergognata a vincere così», aveva detto il presidente giallorosso. Musica per le orecchie del portoghese. «La vergogna è rubare. Chi ha la fortuna di essere nato in una culla d’oro deve rispettare me, il mio staff, i miei giocatori: è una vita che lavoriamo – dice lo Special One – Quest’anno siamo in due finali di coppa e primi in campionato: ci siamo guadagnati tutto e non solo meritiamo rispetto, ma lo esigiamo. Lei (la Sensi, ndr) può essere dottoressa, presidentessa, donna e non so cos’altro, ma deve rispettarci».

E ancora: «Il triplete? L’ho già centrato due volte. E mi sento già l’allenatore più bravo, non ho bisogno di vincere ancora tre titoli. Ho sempre considerato la Roma una squadra con potenzialità. Fantastica stagione la sua, peccato solo che abbia mollato l’Europa League: strano, è una competizione facile, arrivano in finale la decima della Liga e l’undicesima della Premier. Ci hanno rimontato in un periodo in cui io ero in silenzio stampa e sapete tutti perché. Contro di noi gli ex interisti fanno partite fantastiche: Burdisso, Rivas, Jimenez, Meggiorini, Bonucci sono stati i migliori in campo. Gli ex romanisti invece contro la Roma escono dopo 45′ . I portieri che affrontiamo giocano la partita della vita; quelli che incrociano la Roma sembrano posseduti dalla sindrome coreica, quella che rallenta i riflessi».

© Giorgio Perottino – LaPresse

Ovvio, dunque, che la partita sia una vera battaglia. A 3’ dalla fine Francesco Totti si avvicina a Mario Balotelli e lo colpisce con un calcione. L’espulsione è sacrosanta e il gesto rimarrà come una macchia nella carriera del capitano giallorosso. Poco dopo il capitano spiegherà sul suo blog i motivi del suo gesto. «In una partita di calcio e soprattutto in momenti così importanti della stagione – scrive – credo possa capitare di essere nervosi. Va anche detto che sul campo non si riescono sempre ad ignorare offese così pesanti, dirette ad infangare una città ed un intero popolo. Soprattutto poi quando questi continui e costanti insulti provengono sempre dalla stessa persona, che fa della provocazione sistematica il suo biglietto da visita».

Il gesto di Totti fa il giro del mondo. Anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si esprime sulla vicenda. «È un gesto inconsulto», dice, gettando benzina su un fuoco che non sembra destinato a spegnersi molto facilmente. Anche Mino Raiola prende la parola. E Totti trova tempo di ritornare un’altra volta sulla faccenda. «Non voglio rispondere al simpatico e gioviale procuratore del giocatore interista: essendo lui un principale esperto di gastronomia lascerò che lo facciano i miei amici ‘pitoni’ che si occupano di ristorazione e così magari si sentirà più a suo agio». Qualche tempo fa, nel suo fortunatissimo libro autobiografico, Totti parlerà un’altra volta dell’accaduto. «Un fallo bruttissimo. Mi avvicino a Balotelli, allungo una mano, poi la ritiro perché, a giudicare dalla forza del calcio, prima di un minuto non si rialzerà».

 

5 febbraio 2012, Roma – Inter 4-0

La neve sulla Capitale fa slittare la partita di un giorno. La Roma viene da 2 sconfitte e un pareggio nelle ultime 3 partite ed è alle prese con qualche problema di formazione. A dare un tocco drammatico al match ci pensa il ritorno all’Olimpico di Claudio Ranieri, ma stavolta da avversario. In campo, però, non c’è storia. Juan sblocca al 13’, Borini raddoppia a 4’ dall’intervallo. È solo l’inizio. Ancora Borini e poi Bojan (entrato fra i fischi) fissano il risultato sul 4-0 finale, restituendo serenità a Luis Enrique, finito al centro delle polemiche.

A fine partita Daniele De Rossi annuncia il rinnovo con la Roma per altri 5 anni. E, soprattutto, si lascia andare a una dichiarazione d’amore nei confronti di Luis Enrique. «Il mio amore per questa squadra va al di là di allenatore e presidente, ma Luis Enrique ha riacceso la fiammella – dice – Forse è il migliore allenatore che abbia avuto, ogni sua decisione mi trova completamente d’accordo, dal mio ruolo in campo all’abolizione di ritiri e alle partenze per le trasferte ritardate. Qui quest’anno c’è un’aria fresca, nuova. Ho sempre vissuto in una famiglia, prima c’era la famiglia Sensi, ora sono cambiate le cose ma c’è un’aria nuova».

Moratti, invece, si lascia andare ai microfoni di Inter Channel. «A Roma sembrava che i giocatori desiderassero che la partita finisse dopo due minuti, hanno tirato avanti con questo desiderio e nel frattempo hanno preso quattro gol. C’erano molte assenze, ma ciò non toglie che una partita così non si fa. Bisogna capire che il campionato non è certo finito, anzi è ancora molto lungo, e che bisogna dare l’ anima per andare avanti. Se sapessi perfettamente come si spiega questo voltafaccia sarei un uomo felice, e non avremmo perso terreno nelle ultime tre partite».

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