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Istruzioni per capire davvero Roberto Mancini

By 18 Maggio 2021

Nel trentesimo anniversario dello scudetto della Sampdoria abbiamo fatto una chiacchierata con Marco Gaetani, autore del libro “Roberto Mancini, senza mezze misure”, uscito da poco per 66thand2nd

 

La prima sensazione di Roberto Mancini una volta arrivato a Genova è di moderata repulsione. «Ma come fa la gente a vivere in una città del genere?», si domanda. Non ha ancora 18 anni ma in testa ha già una granitica certezza: lui in Liguria non si fermerà a lungo. La storia racconterà una versione molto diversa. Perché in quella città ci resterà 15 anni. Fino a diventarne prima figlio adottivo e poi simbolo. Una contraddizione che racconta in maniera efficace una delle figure più complesse del nostro calcio. Attaccante per istinto, regista offensivo per scelta, il numero 10 è stato un personaggio dominato da antinomie inconciliabili. E forse è per questo che è riuscito a interpretare in maniera originale il ruolo di fantasista, a diventare qualcosa di molto diverso da tutti gli altri calciatori che hanno attraversato gli anni Ottanta e Novanta. Solista perfetto che si esaltava nella dimensione collettiva, Roberto Mancini è stato sempre più capobranco che leader. Colpa di quella ricerca della perfezione che per durante la sua carriera si è trasformata in ossessione. Un tormento che ha affilato gli spigoli del suo carattere, che lo ha fatto vivere in uno stato di nervosismo permanente. Chi in campo non parlava la sua stessa lingua diventava un impedimento, un ostacolo che si frapponeva fra lui e il successo. E inevitabilmente creava un conflitto. L’uomo di Jesi è una figura lontanissima dagli stereotipi della letteratura sportiva. Un condottiero che ha saputo farsi amare ma che è riuscito a farsi soprattutto temere. Avere a che fare con lui non era facile. Si accendeva facilmente. Bastava un passaggio fuori misura, una parola fuori posto. A volte anche meno. Un giorno, durante un allenamento con la Sampdoria, Vialli si era rivolto al capitano chiamandolo «Mancini». Non «Mancio». Non «Roberto». Pronunciare il suo cognome sottintendeva un tono di sfida. O almeno così era per lui. Tanto che non aveva parlato a Gianluca per giorni interi. La polemica, anche a mezzo stampa, è stata una costante di una carriera che ha alternato giocate sopraffine e litigi, tocchi leggeri come il velluto e parole pesanti come pietre, vittorie impensabili e sconfitte dolorose. Tanto che ancora oggi non si riesce a capire se il suo carattere sia stato il suo punto di forza o il suo tallone d’Achille. Una peculiarità che ha trasformato uno dei talenti più moderni del calcio in un eterno corsaro, in un uomo destinato a stare all’opposizione pur potendo finire al governo. Non è un caso che fra il 1990 e il 2000 ci sono state soltanto due squadre che sono riuscite a soffiare la vittoria a Juventus e Milan: Sampdoria e Lazio. Ossia le due squadre dove ha giocato Mancini. Un campione che può essere racchiuso in quella famosa frase di Bertolt Brecht «Ci sedemmo dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati». Bastian contrario del nostro pallone, non ha svestito le sue contraddizioni insieme alla maglietta. Così anche oggi si diverte a far saltare il banco. Lui che non ha giocato neanche un minuto di un Mondiale è diventato il demiurgo di una rinascita azzurra dopo il fallimento della mancata qualificazione a Russia 2018. Una figura sfuggente, sfaccetta, complessa, che ora è finita al centro di “Roberto Mancini, senza mezze misure”, scritto da Marco Gaetani  per 66than2nd. Un volume che rappresenta un libretto di istruzioni fondamentale per capire chi è stato davvero il Mancio. Così, in occasione dei trent’anni dello scudetto della Sampdoria, abbiamo fatto una chiacchierata con l’autore di questo libro approfondito come una biografia e scorrevole come un romanzo.

 

Marco, scrivi che Mancini è un giocatore che in molti faticano a capire fino in fondo. Perché?

Perché ci si è spesso appiattiti sul racconto di un Mancini primadonna, irascibile, egoista, quando in realtà in campo è stato l’uomo squadra per eccellenza. Vederlo sbraitare contro i compagni faceva pensare a un giocatore scollato dal resto della squadra, ma tutto quello che faceva in campo andava nella direzione opposta. Ha esaltato attaccanti diversissimi tra loro: tutti pensano a Vialli, ma alle sue spalle c’è un universo di Chiesa, Montella, Gullit, Boksic e non so quanti altri. Nessuno di questi è uguale all’altro, tutti hanno vissuto stagioni incredibili con Mancini a rifinire il gioco.

 

In lui convivono due anime calcistiche diverse: l’istinto dell’attaccante e la volontà di fare il regista. È questa contrapposizione che l’ha trasformato in un giocatore unico?

Lo ha reso un giocatore unico perché ha saputo adattarsi ai tanti cambiamenti che il calcio ha vissuto. Mancini arriva in Serie A sedicenne in un campionato decisamente “antico” e chiude la sua esperienza vent’anni dopo in un campionato che nel frattempo è stato un laboratorio tattico di primissimo livello ed è consacrato come il più bello e ricco del mondo. Parte dalla marcatura a uomo e dal libero staccato, vive tutta l’era del sacchismo, quindi la fase delle sette sorelle. Tecnicamente non c’è stato un solo Mancini, ce ne sono stati almeno 4-5.

 

Come ha innovato il ruolo di fantasista?

Non so dirti se lo ha innovato, di sicuro copriva una fetta di campo mostruosa per l’epoca. Poteva essere centrocampista, seconda punta e centravanti nella stessa partita. La sua grandezza stava nella capacità di accogliere quello che la partita gli proponeva e di cambiare pelle in base alle necessità.

ravezzani/lapressearchivio storico

Ulivieri aveva ragione a dire che se fosse stato più attaccante avrebbe avuto un futuro diverso in Nazionale?

Vedendo le immagini del primissimo Mancini ti direi di sì. C’è un gol segnato contro la Roma nell’anno in cui i giallorossi poi vincono lo scudetto nel quale lo vediamo attaccare la profondità a una velocità insensata, che non siamo abituati a riconoscergli. Aveva un’elevazione notevole, sapeva sempre dove sarebbe finito il pallone anche nelle situazioni più ingarburgliate in area di rigore.

 

Il Mondiale del 1986 lo ha perso per non aver chiesto scusa a Bearzot. In quello del 1990 non è mai sceso in campo. Cos’è che non ha funzionato fra Mancini e l’Azzurro?

Ci metterei anche la scelta di farsi fuori a ridosso di Usa ’94. La convinzione che ho maturato è che Mancini fosse troppo grande per accettare di essere piccolo. Da questo discorso esula un po’ il percorso con Bearzot, Mancini era davvero troppo giovane, forse ha veramente solo letto male gli eventi che gli scorrevano attorno. Nel ’90 il fatto di non aver giocato nemmeno un minuto ha dell’incredibile, penso che qualunque ct avrebbe iniziato il Mondiale con Vialli e Mancini, anche se poi Vicini ha trovato strada facendo la coppia giusta con Baggio e Schillaci. Il punto di domanda enorme, per me, riguarda il 1994: nelle situazioni climatiche estreme che l’Italia ha vissuto negli Stati Uniti, quanto avrebbe fatto comodo un Mancini anche a gara in corso?

 

Quanto è diversa la figura di Mancini da quella stereotipata del classico leader?

Se per leader intendiamo quello che incoraggia i compagni senza mai alzare la voce, siamo lontanissimi. Mancini era un leader non accomodante, che alzava la voce, che guidava i compagni in un modo diverso. In molti casi ha funzionato, in altri no.

 

Il suo carattere è stato il suo limite più grande o il suo punto di forza?

Entrambe le cose. Con un carattere più mite e accomodante avrebbe avuto una grande carriera in Nazionale, ma forse non avrebbe potuto alzare così tanto l’asticella in due club che storicamente non hanno vinto molto come Sampdoria e Lazio. Se tiriamo una linea dal 1990-91 fino al 1999-00, le uniche due squadre diverse da Juventus e Milan ad aver vinto uno scudetto sono quelle in cui militava Mancini.

 

La sua facilità nel perdere le staffe era frutto anche di questa ossessione per la perfezione?

Direi di sì. Nel libro a un certo punto mi chiedo anche come abbia fatto a trasformare questo suo aspetto nel passaggio da calciatore ad allenatore: quanti giocatori in grado di “pensare calcio” come faceva lui avrà allenato?

 

La prima cosa che ha detto Mancini appena arrivato a Genova è stata: «Ma come fa la gente a vivere qui?». Quando e come è cambiato il suo rapporto con la città?

Mi verrebbe da dirti che è semplicemente cresciuto. Mancini vive il primo trasferimento traumatico a 13 anni passando da Jesi a Bologna e poi viene nuovamente sradicato non ancora maggiorenne.

Claudio Villa /Allsport

Nel 1988 si era detto pronto ad andare alla Juventus. Era verità o semplice minaccia?

Direi un 50% e 50%. Peraltro Mancini tifava Juve da piccolo ed era molto affascinato dalle figure di Agnelli e Boniperti.

 

Baggio è il totem della fantasia del calcio negli anni Novanta. L’immagine collettiva di Mancini ha risentito di aver vissuto la maggior parte della carriera in provincia oppure ne ha acquistato romanticismo?

Durante la carriera, questa cosa di essere rimasto così a lungo a Genova gli è stata spesso rinfacciata, come se avesse deciso di non mettersi alla prova fino in fondo. A me sembra un merito, specialmente in riferimento agli anni in cui attorno a Mancini tutto andava sfaldandosi. Rivista oggi, assume sicuramente i contorni del romanticismo, che purtroppo troppo spesso scivola verso uno sterile nostalgismo.

 

Vialli e Mancini hanno formato una delle coppie più iconiche degli ultimi trent’anni. Dov’è che i due si sono migliorati a vicenda?

Vialli e Mancini rappresentano l’incontro di due trasformazioni. Boskov li unisce e gli cambia forma: Vialli era un esterno d’attacco e diventa un centravanti, Mancini era una punta pura e ne asseconda gli istinti di fantasista. Mancini ha preso da Vialli la straordinaria cultura del lavoro che caratterizzava Gianluca, Vialli alcuni aspetti geniali del calcio di Mancini.

 

Qual è il gol che racconta meglio Mancini?

Se nominiamo Mancini, i primi due gol che vengono in mente sono quello al volo contro il Napoli nell’anno dello scudetto della Sampdoria e quello di tacco in Parma-Lazio. Io scelgo un pallonetto contro l’Arsenal in una serata di Coppa delle Coppe, con la Sampdoria che verrà poi beffata ancora una volta da una punizione, come era capitato in finale di Coppa dei Campioni. Mancini è il primo – forse l’unico – a capire che una palla spazzata in avanti senza troppa convinzione può diventare un assist vincente e scatta come quando aveva vent’anni. A un certo punto questo pallone perde peso di colpo, non rimbalza più come stava facendo fino all’attimo precedente, e Mancini quasi ci finisce sopra, ma riesce in una frazione di secondo a frenare e ad andargli sotto col piede. Si tratta di una soluzione per certi versi banale, un tipo di giocata che se decontestualizzata potremmo definire addirittura facile. Ma se la incolliamo a quei 4-5 secondi, e se ci abbiniamo il fatto di aver letto nel migliore dei modi il posizionamento di Seaman, diventa un piccolo capolavoro.

©LaPresse Archivio storico

Come allenatore Mancini viene spesso indicato come un semplice “gestore”. Non è che ci si è impigriti un po’ su questa definizione?

Per paradosso, si è riappropriato del suo essere allenatore fino in fondo proprio quando è diventato un selezionatore, la figura che teoricamente viene più associata al gestore di uomini. Mancini ha ripreso a lavorare sull’idea di una squadra come faceva nei suoi primissimi anni, da Firenze alla prima fase interista passando per il biennio laziale.

 

C’è qualcosa dei suoi maestri che ha travasato nel suo modo di allenare?

A livello tattico probabilmente l’allenatore con cui ha condiviso di più le idee è stato Eriksson, e dallo svedese penso abbia preso anche parte della gestione del gruppo, un aspetto, questo, nel quale anche Boskov eccelleva. Penso abbia preso molto anche dal calcio che ha vissuto nei suoi primi anni da giocatore: Mancini non ha timori quando deve testare un giovane anche in Nazionale, e nel corso della sua parentesi da c.t. ce ne siamo accorti anche con delle scelte a sensazione.

 

Qual è il suo più grande merito come commissario tecnico della Nazionale?

Aver restituito un’idea, la voglia di guardare la Nazionale. Ora ha davanti a sé il compito più difficile, perché tutto il percorso fatto fin qui potrebbe anche svanire in un attimo all’Europeo.

 

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