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Italia 90 e quel mondo che non c’è più

By 30 Giugno 2020

Il Mondiale del 1990 risente fortemente dei cambiamenti geopolitici del 1989. In Italia si presentano Nazionali che rappresentano Paesi nuovi e Stati che presto verranno cancellati

La Jugoslavia si è fermata a Firenze

di Diego Mariottini

Firenze, 30 giugno 1990. Stadio Comunale (non ancora “Artemio Franchi”), sono di fronte Argentina e Jugoslavia. Sono i quarti di finale dei Mondiali che si stanno svolgendo in Italia. L’Argentina sembra esserci arrivata in modo un po’ casuale, la Jugoslavia invece, sta esprimendo momenti di buon calcio. Non solo, la Nazionale slava sta mettendo in mostra una serie di talenti che pochissime altre formazioni potrebbero vantare. Il tasso tecnico complessivo di giocatori che appartengono a etnie diverse ma ancora tenuti sotto un’unica bandiera, è in effetti molto alto. Non è una novità, da sempre la Jugoslavia è composta da elementi di qualità ma quando una rosa può annoverare in contemporanea gente come Stojković, Savićević, Prosinečki, Šuker, il veterano Sušić e un giovanissimo Bokšić è lecito pensare in grande. Alla guida tecnica c’è Ivica Osim, un bosniaco che ha girato il mondo prima da calciatore e poi da allenatore.

Da sempre lo sport ha grande importanza nel Paese, di certo come strumento di consenso politico, ma non solo. È anche il mezzo per creare coesione fra popoli slavi confinanti che parlano lingue diverse, professano religioni differenti e che spesso non condividono neppure lo stesso alfabeto. Fino al 1980 il Presidente Tito ha gestito l’unità del Paese con occhio benevolo e pugno di ferro, ma dopo la sua morte all’interno del Paese si apre un baratro, sempre meno nascosto con il passare degli anni, sempre più visibile. Si afferma qualcosa che per decenni il regime aveva represso con forza: l’odio fra i popoli. Tra la fine di un decennio e l’inizio di un altro la guerra etnica è un concetto che ancora si esprime per slogan da stadio, poi l’idea si concretizzerà. Ma intanto la Nazionale, intesa come rappresentativa delle sei repubbliche confederate, si è qualificata per Italia ’90.

Robert Prosinecki (Getty Images)

Il 7 maggio 1990 si erano svolte le prime elezioni libere in Croazia. Vittoria netta della forza nazionalista (e indipendentista) dell’HDZ (Unione Democratica Croata) guidata dal suo leader, Franjo Tudjman. Di lì a poco un solco diventerà un cratere. Dall’altra parte nemmeno la Serbia vuole più essere Jugoslavia, non per questo smetterà di voler essere forza egemone nei Balcani. Le immagini dei tafferugli del 13 maggio a Zagabria fra i tifosi della Dinamo e quelli della Stella Rossa Belgrado fanno il giro del mondo. Sono fatti inediti, non rappresenterebbero di per sé un prodromo di guerra ma sono scene che attraverso il calcio assumono un significato: la Jugoslavia così come era stata sotto Tito cesserà di esistere

Sarà soltanto necessario trovare un nuovo equilibrio politico, con o senza l’uso delle armi. Nel frattempo, mentre alcune agenzie turistiche già sconsigliano di andare in vacanza in Jugoslavia per l’estate, la squadra deve partecipare al Mondiale con il nome originario. La composizione della rosa è mista: 8 croati, 3 serbi, 1 sloveno, 2 montenegrini, 2 macedoni, 6 bosniaci. Quasi la metà di loro gioca all’estero. Insomma, la confederazione è rappresentata e, almeno guardando da fuori, non si avvertono tensioni interne o forme di discriminazione. Un tecnico della capacità gestionale e dello spessore di Osim non lo permetterebbe mai.

(Photo by Petar Vujanic/Getty Images)

La Jugoslavia figura nel girone D, assieme a Germania Ovest, Colombia ed Emirati Arabi Uniti. L’avventura italiana non inizia bene. In una Milano che sembra Mailand per alto tasso di teutonicità sugli spalti, il vero spettacolo lo danno i tifosi slavi. E non è uno spettacolo piacevole. La polizia impiega un’intera nottata per sedare l’insoddisfazione di chi ha perso contro la Germania Ovest. Ma con buona probabilità quella rabbia nasconde altro. Se nel 1990 in Croazia Tudjman ha preso il potere vincendo le elezioni, la Serbia ha il suo corrispettivo speculare.

Da anni a Belgrado Slobodan Milošević fa il bello e il cattivo tempo e si serve anche del calcio a fini di consenso generale. Presto i supporter delle curve da stadio saranno trasformati in miliziani pronti alla guerra ma durante Italia ‘90 nessuno può ancora accorgersene. Milošević e Tudjman sembrano due facce della stessa medaglia e i presagi per il futuro non sono i migliori. Nel frattempo un gol di Jozic a un quarto d’ora dalla fine contro la Colombia salva la squadra, rasserena gli animi e permette di sperare nel superamento del girone. La qualificazione diventa realtà dopo avere sconfitto in modo ampio gli Emirati. I talenti slavi cominciano a far vedere cosa sanno fare e forse ora la squadra può davvero diventare il “Brasile d’Europa”, come qualcuno la chiama. Anche perché da questo momento hanno inizio gli ottavi di finale e non è più consentito sbagliare. Se per caso la Jugoslavia vincesse il Mondiale – pensa qualcuno – quello strano turbinio che si avverte oltre l’Adriatico verrebbe neutralizzato. Nel frattempo la Nazionale si trasferisce a Verona, l’avversaria è la Spagna.

Il gol di Jozic contro la Colombia al Dall’Ara (Allsport UK /Allsport)

“Slobo” Milošević arringa la sua gente in tv e nelle piazze. Da abile comunicatore quale egli è, istilla pochi concetti, semplici e chiari. In molti casi sono quelli che la gente ascolta da secoli, solo con un linguaggio adatto ai tempi. Rivendicando il ruolo egemone del suo Paese, elaborando con toni sempre più ultimativi una visione storica, il Presidente pone le basi di quello che sarà definito il “nazionalismo etnico della Grande Serbia”. Nello stesso tempo Tudjman, a capo di una repubblica più che presidenziale, parla di “radici croate da difendere con ogni mezzo”. Sembrano due implicite chiamate alle armi, rispetto alle quali il calcio e lo sport in genere non potrebbero rappresentare campo neutro.

Verona, 26 giugno 1990. Stadio “Marcantonio Bentegodi”, scendono in campo Spagna e Jugoslavia. Osim ha preparato al meglio la partita ma per garantirsi il passaggio del turno si affida in buona parte alla vecchia guardia, cercando di affiancare ai giovani, giocatori d’esperienza come Zlatko Vujovic e Sušić. Ma la partita la risolve con una doppietta un trequartista con le stimmate del fuoriclasse, Dragan Stojković non a caso chiamato il “Maradona dell’Est”. Una volta tanto, una definizione banale e azzardata non è poi così lontana dalla verità. Finisce 2-1 e 4 giorni dopo la Jugoslavia dovrà affrontare l’Argentina di Maradona, quello vero. Si arriva così alla sfida del 30 giugno. La Jugoslavia appare in buona forma, i talenti migliori sono ispirati e una vittoria contro i campioni del mondo in carica potrebbe ricreare all’interno del Paese un sentimento unitario che sembra ormai scomparso.

Slobodan Milosevic nel 2001, davanti al Tribunale per i crimini di guerra  ©LAPRESSE

In effetti la Jugoslavia gioca meglio, Maradona non sembra nella sua migliore giornata ma anche quando fa poco, fa quel che serve. In mezzora costringe il difensore Sabanadzovic a due falli da cartellino giallo, che sommati ne fanno uno rosso. Ed è un bene, perché in 11 contro 10 sembra un incontro già più equilibrato. Ma nonostante la pressione di chi è in inferiorità numerica, anche dopo i tempi supplementari il risultato è di 0-0. Si va ai calci di rigore. Per un attimo milioni di connazionali restano con il fiato sospeso ed è come se le principali città della Repubblica Federale di Jugoslavia non fossero poi così disunite. Per un attimo.

L’aspetto paradossale di quegli interminabili momenti sta nel fatto che giocatori dai fondamentali approssimativi segnano i rispettivi penalty, i fuoriclasse come Maradona e Stojković sbagliano. All’ultimo dei 5 rigori l’Argentina si trova in vantaggio per 3-2. Dezotti, entrato verso la fine dei 90 regolamentari proprio per giocare i supplementari e tirare l’eventuale rigore, ha appena fatto centro. La Jugoslavia ha l’occasione di pareggiare per poi procedere a oltranza. Si presenta sul dischetto un difensore roccioso ma che i rigori li sa calciare. Ha il numero 5 sulla maglia, è bosniaco, si chiama Faruk Hadžibegić. Sul suo piede destro gravano responsabilità che sembrano pesare oltre il gioco del calcio. L’esecuzione è ben angolata, manca la forza necessaria. Il portiere Goycochea ci arriva con due mani e pone fine a una contesa lunga più di due ore. In semifinale contro l’Italia, andrà l’Argentina. Per la Jugoslavia, non solo calcistica, è davvero l’inizio della fine. Ma né Goycochea né Hadžibegić devono sentirsi in colpa per ciò che di lì a poco accadrà nei Balcani. Sarebbe accaduto comunque. Se i fatti sono pianificati, poi avvengono. Solo questione di tempo.

 

 

La prima Romania libera e l’ultima Jugoslavia

di Alessandro Mastroluca

Simon Bruty/ALLSPORT

Italia ’90 è l’ultimo Mondiale di un mondo che non c’è più, e il primo di quello che verrà. C’è l’Unione Sovietica in piena perestrojka e c’è la Germania formalmente Ovest ma al primo grande evento dopo l’unificazione. Ci sono soprattutto, segnali più forti dei venti di cambiamento, la Romania al primo Mondiale da nazione libera e la Jugoslavia, che nello spirito dei suoi popoli non esiste già più.

Al San Nicola di Bari, per l’esordio della Romania nel girone B, sulle tribune si vedono bandiere romene col buco in mezzo. Sono le bandiere il simbolo delle rivolte contro Nicolae Ceausescu nel 1989. Al posto del buco si vedevano la falce e il martello, simbolo della sottomissione al blocco sovietico. Nel 1997 il presidente del Senato rumeno ne regalerà una a Bill Clinton che lo ringrazia… per quel poncho. prima partita al Mondiale da nazione libera, la Romania la gioca contro l’Unione Sovietica. Non si incontrano da quattro anni, da un’amichevole dell’aprile 1986 a Timisoara, la città da cui è partita la rivolta che ha rovesciato Ceausescu.

Il Conducator seguiva da vicino la Steua Bucarest, la squadra più titolata della Romania. Il ct della Nazionale a Italia ’90, Emerich Jenei, l’ha anche guidata al trionfo in Coppa Campioni del 1986. Ma al Mondiale convoca il blocco principale della Dinamo Bucarest, la rivale associata al ministero degli interni. Porta dieci degli undici titolari del club, compresa una seconda punta ventenne che piace al Valencia e all’Anderlecht, ama i film di Sylvester Stallone e le canzoni di Rod Stewart: Florin Raducioiu. Colpito dai tifosi che lo adottano, cambia piani e resta al Bari dopo il Mondiale.

Gheorghe Hagi durante il match contro l’Irlanda (Simon Bruty/Allsport)

Contro l’URSS, manca la stella della Steaua, il più grande calciatore rumeno di tutti i tempi, Gheorghe Hagi, perché squalificato. La Romania sfodera la sua migliore organizzazione e vince 2-0. I gol li segna Marius Lacatus, che completa la doppietta su rigore grazie al regalo dell’arbitro Cardellino: il fallo di mano di Kidiatullin è nettamente fuori area. Il tocco è volontario ma avviene almeno mezzo metro fuori area. La moglie di Lacatus, Marianna, anche lei appassionatissima di calcio, dopo la partita parte subito per Firenze. Sono sposati da due anni, erano vicini di casa a Brasov. Ufficialmente va a trovare degli amici. Ma la realtà è un’altra, un segreto praticamente scoperto: va a cercare casa, perché Lacatus giocherà nella Fiorentina.

Il 2-0 esalta Miodrag Belodedici, difensore rumeno in vacanza sulla costa adriatica, pilastro da un anno e mezzo della Stella Rossa di Belgrado che un anno dopo in quello stadio diventerà la prima e unica squadra jugoslava a vincere la Coppa dei Campioni.

Etrusco, il pallone dei Mondiali (Photo by Bongarts/Getty Images)

La Jugoslavia, invece, inizia come peggio non potrebbe. Il ct Ivan “Ivica” Osim , un ex insegnante di matematica di Sarajevo, deve trovare la geometria variabile per una federazione che ha smesso di identificarsi nella filastrocca aritmetica “sei stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti e un solo Tito”. A gennaio sloveni e croati hanno ritirato i delegati dalla Lega dei comunisti di Jugoslavia: non era mai successo prima. Le singole repubbliche organizzano elezioni multipartitiche e avviano il processo di dissoluzione che formalmente scatta a settembre del 1990 con il referendum per l’indipendenza della Slovenia.

Il debutto è fissato a San Siro contro la Germania. La Jugoslavia invia un telegramma a Monica Seles, baby prodigio del tennis di Novi Sad, che batte in finale la tedesca Steffi Graf e diventa la più giovane vincitrice di sempre del Roland Garros. Da Parigi, la sedicenne Seles raggiunge la nazionale all’hotel Jolly di Milano. Pranza con loro mentre fuori inizia la guerriglia che si conclude dopo quattro ore di scontri con dodici arresti, 51 fermi, una trentina di feriti. Assiste anche alla partita, ma sull’erba di San Siro non c’è storia. La Germania vince 4-1, segnano solo i tre tedeschi “di casa” che giocano nell’Inter: doppietta di Matthaus, reti di Klinsmann e Brehme. In nerazzurro non ci erano mai riusciti.

Rednic (sinistra) e Gica Popescu (destra) provano a fermare  Zavarov durante la sfida fra Russia e Romania finita 0-2  (Simon Bruty/Allsport)

“Ci hanno dato una lezione di calcio moderno e dinamico” ammette Osim che non cerca scuse ma critica Stojkovic, troppo egoista. Il ct, bersagliato dai giornalisti jugoslavi che gli danno anche dell’ubriacone, promette cambiamenti. “Non schiererò mai più una squadra di individualisti, la nostra sarà una formazione concreta, di artigiani e operai, che garantiscono con umiltà un gioco collettivo”. Ma Davor Jozić, difensore del Cesena, critica il ct.  “Non vinciamo per ragioni tattiche. Dobbiamo difenderci all’italiana, serve più filtro a centrocampo. Poi è inutile giocare con quattro punte se nessuno si libera o viene messo nelle condizioni di tirare”.

Jenei, il ct della Romania, ha una sola certezza prima della seconda partita contro il Camerun, che ha sorpreso l’Argentina nella partita inaugurale. Torna Hagi, diplomato all’accademia economica romena, che ha strappato già un contratto principesco al Real Madrid. Ma nella sfida contro i Leoni Indomabili, allenati da un russo che non parla francese e comunica attraverso un interprete, Valery Nepomnyashchy, brilla solo Roger Milla. Trentottenne icona del calcio nazionale, firma la doppietta che vale il 2-1. Il Camerun è seconda nazionale africana a superare il girone in Coppa del Mondo dopo il Marocco quattro anni prima. Lacatus rimprovera Jenei: sarebbe stato più intelligente, dice, giocare per il pareggio. Ma il pareggio basterà contro l’Argentina, nell’ultima partita del girone: vantaggio di Monzon, 1-1 che qualifica entrambe di Balint, capocannoniere del campionato rumeno, he aveva segnato anche contro il Camerun.

Berthold contrasta Vujovic  (Photo by Bongarts/Getty Images)

La Romania, però, è distratta dalle voci che arrivano da Bucarest. Nei giorni a cavallo della partita contro il Camerun, esplode la terza mineriada, che causa sei morti e migliaia di feriti. Inizia con una protesta a Piața Universității contro il governo provvisorio di Ion Iliescu la notte del 13 giugno. La polizia interviene con il supporto dei minatori della valle del Jiu. Iliescu si difenderà dalle accuse di averli chiamati, i minatori, per reprimere la rivolta, che porta a destituire il Ministro degli Interni Mihai Chițac, sostituito da Doru-Viorel Ursu. “La calata dei minatori a Bucarest non è servita a nessuno e ha intaccato l’immagine del nostro Paese a livello internazionale” dirà nel 2014 al Corriere del Ticino.

Non è l’unico problema. La Romania ha scelto come sede del ritiro Telese, centro termale vicino Benevento dove vengono ospitati anche tifosi. Centinaia di sostenitori chiedono di prolungare il visto in Italia, il 15 giugno in trentacinque si presentano in questura per un “intendimento di richiesta d’asilo”. E il giorno dopo raccontano di essere stati aggrediti da una decina di persone che avrebbero minacciato rappresaglie: sono convinti siano infiltrati della ex Securitate, la polizia segreta del regime comunista. Corel Dinu, vice-ministro dello Sport e capo delegazione della nazionale, rassicura. L’asilo politico, dice Dinu, uomo chiave nell’emarginazione di Mircea Lucescu, il più importante personaggio sportivo rumeno prima della rivolta, non ha senso. Ora, la Romania è un Paese libero e nessuno vuole trattenere i tifosi.

Allsport UK /Allsport

Tutti cercano lavoro in Italia. Qualsiasi impiego e per qualsiasi cifra. Cercano ingaggio anche i calciatori, l’hotel della nazionale diventa un ufficio di collocamento. Il libero Gheorghe Popescu, votato miglior giocatore della nazione l’anno prima, andrà al PSV Eindhoven. Ioan Ovidiu Sabau tratta con il Feyenoord e riceve l’acconto al momento della firma in una trattoria di Bisceglie, scrive Antonio Corbo su Repubblica.

I tifosi della Jugoslavia, invece, faticano a riconoscersi sotto la stessa bandiera. Anche nell’ultima amichevole prima dei Mondiali, sconfitta 2-0 a Zagabria contro l’Olanda, i croati hanno contestato la nazionale. Il matematico Osim si gioca tutto contro la Colombia di Valderrama, che ha battuto gli Emirati Arabi Uniti per cui esserci è già un successo. La allena Maturana, convinto del valore dell’impegno e del collettivo, diventato molto amico di Arrigo Sacchi, il tecnico del Milan che ha battuto il suo Nacional Medellin in Coppa Intercontinentale nel 1989. Il “Rivera jugoslavo” Dragan Stojkovic vince il duello con il “Gullit bianco” Valderrama. Dopo un’ora di nulla, pennella il cross vincente per Jozic: stop, destro al volo, 1-0. Nel finale, poi, Higuita para un rigore a Faruk Hadžibegić. Passa in secondo piano, visto il risultato, a posteriori è un cattivo presagio.

Osim continua a cercare la formula per una squadra che vive di improvvise ispirazioni. Contro gli Emirati Arabi Uniti, la partita meno vista sulla Rai della fase a gironi, promuove ancora Vujovic e sacrifica Savicevic. La Jugoslavia è avanti 2-0 dopo 9′, rischia di farsi raggiungere sul 2-2, ma chiude 4-1 e centra la prima qualificazione alla seconda fase di un Mondiale dal 1974. “E’ difficile trovare l’equilibrio, ma noi speriamo di riuscirci, soprattutto se finiranno le tensioni che hanno inciso psicologicamente sulle nostre prestazioni” dice Osim, che anche con i giornalisti jugoslavi per protesta parla solo in francese.

Getty Images

Dopo la fase a gironi, il mondo accelera. In Romania, che festeggia la prima qualificazione agli ottavi di un Mondiale, il presidente Iliescu pronuncia il discorso ufficiale di insediamento. Annuncia di voler rompere col passato, elogia l’economia di mercato e promette grandi privatizzazioni. In Serbia, Slobodan Milosevic chiede ai cittadini, con un referendum, se vogliono prima la nuova Costituzione o le elezioni libere. Il 2 luglio, il 97,25% dei votanti chiede la nuova Costituzione che sarà approvata a settembre. Nasce la Repubblica di Serbia. Milosevic, ex leader del partito comunista che ha orientato il suo messaggio politico verso l’orgoglio nazionalista, vincerà le elezioni a dicembre.

Negli ottavi, la Romania sfida a Genova l’Eire che non perde da 16 partite. Al debutto assoluto in un Mondiale, l’Irlanda si è affidata a tecnico protestante inglese, Jack Charlton. I romeni giocano meglio nel primo tempo, poi subiscono la superiorità fisica degli avversari. La partita è mediocre, lo 0-0 non si sblocca e si va ai rigori. Gli irlandesi segnano tutti, i romeni no: Daniel Timofte, centrocampista di 22 anni, sbaglia il nono tiro della serie. Para Pat Bonner, che diventa il portiere di Dio. Si commuoverà in udienza da papa Woytila che, prima del quarto contro l’Italia gli dirà: da giovane ero portiere anch’io. Finisce così il Mondiale della Romania, mentre Iliescu continua il cambio di rotta dopo le proteste di metà giugno.

Un discorso di Nicolae Ceausescu (Photo by Keystone/Getty Images)

La Jugoslavia incontra la Spagna. Le Furie Rosse, squadra senza leader, sprecano tutto il possibile e si fermano il palo di Butragueno. Inutile il gol di Salinas, ispirato dalla futura stella del Torino Martin Vazquez, che può solo prolungare il confronto ai supplementari. La Jugoslavia si mette nelle mani di Stojkovic, artista promesso al Marsiglia e leader senza una vera squadra alle spalle, che firma il 2-1 con due invenzioni: finta su Martin Vazquez e tiro millimetrico prima, slalom e punizione pennellata per la vittoria poi.

In vista del quarto di finale contro l’Argentina che ha battuto il Brasile col trucco, il rohypnol nelle borracce da cui hanno fatto bere solo gli avversari, abbondano le facili associazioni con Maradona. Ma il “pibe” jugoslavo si schernisce. “Non sono nemmeno un’imitazione di Maradona. Gioco a modo mio. Il mio idolo è sempre stato Plàtini” dice. Nato a Nis, cresciuto nel Radnicki, a 19 anni ha debuttato in nazionale, a 21 è passato alla Stella Rossa di Belgrado. Due anni dopo, nel 1988, ha guidato l’ammutinamento costato il posto all’allenatore Stankovic. Alla prima amichevole il tecnico gli ha assegnato la maglia numero 7 e non la 10. Lui la prende male e lo manda a quel paese. “O Stankovic o me” fa capire. La squadra è tutta con lui, la scelta è presto fatta. “Sono qui per dimostrare quanto valgo e che in Jugoslavia ci sono ottimi giocatori. Smettetela di dire che siamo gli eterni incompiuti” dice, come riporta la Gazzetta dello Sport il 14 giugno. Tapie ha investito 10 miliardi per portarlo in Francia, gli ha promesso un ingaggio da 700 milioni più villa in collina e Mercedes. Guascone sì, non ci sta ad essere rinchiuso nei panni del talento genio e sregolatezza. “Quando giochi a pallone hai momenti di grande rendimento alternati a periodi di pausa, come nella vita”.

Pat Bonber para il rigore che elimina la Romania Simon Bruty/ALLSPORT

Stojkovic orchestra l’attacco insieme a Susic, che ha superato le 50 partite in nazionale. Nella sua ultima sfida all’Argentina segnò tre gol: la Jugoslavia vinse 4-2, altre reti di Sliskovic, Passarella e Ramon Diaz. L’albiceleste non vive una vigilia facile. Nel viaggio verso Firenze, il pullman si rompe a Magliano Sabina, vicino Roma. I giocatori aspettano per ore, in un assolato primo pomeriggio, sulla corsia d’emergenza dell’Autosole.

In campo non va tanto meglio. Al 31′ l’arbitro Rothlinsberger espelle Sabanadzovic, “guardiano” di Maradona, per doppia ammonizione. Osim imbriglia l’Albiceleste con l’uomo in meno e trascina la partita ai rigori. Due gli errori per l’Argentina, di un incredulo Maradona e Troglio. Tre per la Jugoslavia, che ha sbagliato di più anche nei precedenti 120 minuti. Tradiscono Stojkovic, Brnovic e Hadzibegic (ricordate il cattivo presagio contro la Colombia?). È il simbolo di una nazione che si sta sgretolando sotto il peso del destino. È “L’ultimo rigore di Faruk”che indaga in un libro Gigi Riva, giornalista dell’Epresso, inviato del Giorno durante le guerre balcaniche degli anni ’90. Quel rigore, tirato davanti a Sacchi e Kissinger stremati dall’afa come gli altri 40 mila spettatori, è l’inizio della fine di una storia fatta anche di cattivi presagi. Due anni dopo, la nazionale jugoslava smette di esistere con un fax, che arriva durante un ritiro per un’amichevole proprio a Firenze, dove il destino di un popolo ha iniziato a cambiare nel breve spazio di undici passi.

 

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