Feed

Italia-Francia, un coro a due voci

By 14 Aprile 2021
Italia-Francia

La finale di Berlino del 9 luglio 2006 ripercorsa attraverso le parole dei due telecronisti di quella notte, Thierry Gilardi e Fabio Caressa, il cartesiano e l’apodittico

Marzo 2008. Sera. Sulla maglia di Franck Ribéry, dopo il rigore segnato in amichevole contro l’Inghilterra, c’è la dedica a due nomi.

“Pour mon pote Hicham et Mr Gilardi”

Il gol segnato, la corsa sotto la curva, la svestizione della maglia e la scritta sono una fulminea orazione funebre per il defunto Hicham, amico del quartiere d’origine di Ribéry, e per il signor Gilardi Thierry, famoso giornalista morto d’infarto a nemmeno cinquant’anni dopo una cena; la sua voce pacata si allunga all’indietro, a Berlino, a un’altra sera, quella del 9 luglio 2006 – fa caldo, molto caldo.

In campo, per la finale del Mondiale, ci sono Francia e Italia, e monsieur Gilardi è pronto a raccontare le immagini della partita per la televisione francese. Lui è una voce, come lo è Caressa (e Bergomi) per l’Italia.

I fatti sono interpretazioni che talvolta coincidono e molto spesso no, gli eventi non conoscono mai una sola direzione, sono trasformati dalle parole, dalle testimonianze, dalla morale come nel racconto breve Nel bosco di Akutagawa che sarà poi in buona parte la trama di Rashomon, capolavoro di Kurosawa. La vita si cerca di capirla, per sbrogliare la fatica. Quando Materazzi sfiora in area di rigore Malouda, che crolla a terra e ottiene il rigore, la voce di Gilardi esce leggera, anzi perplessa.

“Il n‘y a pas de grandes choses”

Non è un grande contatto, ammette il giornalista francese, e somiglia a quando Caressa, con voce inciuchita dalla delusione, sentenzia

“Non lo prende, si butta proprio”

L’antifrasi di Gilardi è l’ammissione del suo contrario, affermata da Caressa con amarezza; è un gioco di specchi, stesso sguardo diversa interpretazione. Sul dischetto va Zidane, rincorsa, tiro.

“Traversa! Traversa! Non è gol! … è gol”

Speranza di Caressa, il telecronista urla quasi a voler convincere se stesso, gli italiani, Bergomi e forse persino l’arbitro anche se non lo può sentire; infine la voce si affievolisce e, rassegnata, annuncia che la palla è entrata, l’Italia è stata ferita forse a morte.

Italia-Francia

© Giampiero SpositoLaPresse

“La Panenka! Est –ce qui’il a donné le goal?”

Panenka, grande calciatore praghese, fu il primo a tirare il rigore a cucchiaio agli Europei 1976 contro la Germania Ovest rivoluzionando il modo di segnare dal dischetto; mentre Caressa rimarca con enfasi che Zidane ha fallito prima di arrendersi all’evidenza, Gilardi parte dal dato tecnico – storico dell’esecuzione e poi dal dubbio: l’arbitro gli ha dato il gol? Domanda sospesa fino all’affermazione finale, sì lo ha dato perché la palla ha superato la linea.

Caressa è apodittico, Gilardi cartesiano. La voce di Caressa si accapiglia con le parole e con le azioni fino a trasformarsi in carnevale emotivo, quella di Gilardi ha compostezza formale, maggior rigore geometrico.

Si arriva al calcio d’angolo di Pirlo, la palla viene colpita di testa da Materazzi che segna, a questo punto, dopo l’amaro epilogo del rigore, ecco che Fabio Caressa esplode.

“Gol! Materazzi! Gol! Materazzi! Siamo ancora vivi!”

Il telecronista romano esulta, quasi sorpreso dalla rete, l’alternanza del nome di Materazzi somiglia a una pedalata vigorosa, c’è più stordimento che frenesia, è emozione non cronaca, stato ipnotico e non commento alla partita,  e lo conferma la frase che dichiara come l’Italia sia ancora viva dopo la morte breve; lo scoramento nella sua voce lascia posto alla celebrazione, anche se da morte Lazzaro tornò senza esultare. Caressa ha voce tattile e pare disegnare sullo schermo quadri coloratissimi alla John Bramblitt, pittore statunitense cieco.

“Ma te – raz – zi!”

Italia-Francia

© Giampiero SpositoLaPresse

Una scansione precisa, netta quando la palla entra in rete a raccontare il tempo necessario per superare Barthez poi lo scoramento e l’ammirazione per lo stacco del nazionale azzurro; sillabare per raccontare la forza del colpo di testa, la sua arrogante prepotenza nel superare tutti.

Il tono di Gilardi serve a rendere plastico il gesto in ascesa. Le azioni si susseguono, spesso confuse, talvolta impacciate, la traversa di Toni, il sospetto fallo di Zambrotta su Malouda, il gol in fuorigioco di Iaquinta; infine l’azione pericolosissima di Ribéry che sfiora il palo.

“Mon petit,il été bien joué”

Piccolo mio, era ben giocato, esclama Gilardi afflitto da tenerezza e rammarico, parla da padre a figlio, per il telecronista Ribéry diventa mon petit quando segna contro la Spagna; ormai in Francia è un modo di dire, è una frase che evoca un tempo passato, una tenerezza irripetibile, una sofferenza incancellabile; qui non c’è più il cartesiano narratore ma l’uomo preso da compassione come quella che Simone Weil prova per l’uomo colpito dalla sventura. C’è, nel tono, un dolore lento, come di addio. Caressa, invece, spaventato dall’incursione di Ribéry, vive come atto liberatorio il tiro sbagliato.

“Ribéry! Fuori … fuori … fuori”

Italia-Francia

© Giampiero SpositoLaPresse

Mon petit ha sbagliato e Caressa, sospirando il triplice esorcismo, riprende la vita appena sospesa; la sua voce si contrae, vorrebbe esplodere poi rallenta. Non è finita, anzi è l’inizio di altro. Zidane colpisce forte di testa e Buffon butta la palla fuori; il francese è rabbioso, nervoso. La storia sta per arrivare, manca davvero poco e coinvolge gli autori dei gol. Zidane colpisce con una testata al petto Materazzi che cade a terra, il guardalinee se ne accorge e fa espellere il fuoriclasse di origine algerina. Pare sia stata reazione per aver insultato la sorella del francese.

“Oh Zinédine, pas ça, pas ça Zinédine, oh non, pas aujourd’hui, pas maintenant, pas après tout ce que tu as fait…”

Zinedine, non questo, non tu, non dopo tutto quello che hai fatto, mormora Gilardi addolorato, il suo affonda nello stomaco, è sofferenza vera e lui sembra un personaggio di Machado de Assis quando, parlando da solo, racconta la sua amara fine, il suo rassegnato destino. C’è il pianto, lo sconforto, la sorpresa, il rimprovero. Sventura, prossimo destino. La testata diventerà una griffe cinese, persino sulle passerelle di moda le fotomodelle ne fecero posa; il francese pensò addirittura di lanciarne un marchio. Gilardi, invece, diventa monsieur Pas ça da quel momento, espressione che sottende una reazione che provoca infelicità e disapprovazione.

“Ma no! E no! E no! E no! Indecente Zidane! È il giocatore che ho amato di più nella mia vita”

Italia-Francia

© Marco Rosi LaPresse

Caressa – mantra, ripetizione trina e ipnotica prima del j’accuse da catechismo e della confessione pubblica di amore. Il piacere di veder andare via il giocatore più pericoloso (“Sotto la doccia! Sotto la doccia!”) viene trasformata in morale del non si fanno certe cose. Si va ai rigori, si segna in sequenza fino a quando non tira Trezeguet che prende la traversa, come Zidane solo che rimbalza fuori.

“C’est la barre! C’est pas vrai! C’est la barre!”

La traversa, non è vero, qui l’esclamazione di Gilardi diventa incredulo dolore come Giobbe che non sa su che parte stendersi nel letto per riposare da Dio, tale è la sofferenza. Caressa, sul lato opposto, riscrive il tiro precedente di Zidane e urla più volte. E quando Grosso segna il rigore decisivo per la vittoria finale diventa capodanno di voci e di emozioni.

“Gol! E allora diciamolo tutti insieme: Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!”

Rendendo omaggio a Nando Martellini del Mondiale 1982 nella quadruplice dichiarazione di vittoria. Sono sigilli a una serata, a una nazione, a una passione, l’enfasi è da trionfo dannunziano, da cinegiornale bellico. Caressa si fa smodato e gradasso, raccogliendo un intero popolo nella prima persona plurale che si trasforma in voce unica. Triste arriva la voce di Thierry Gilardi.

“L’Italie est champion du monde! Quatrième victoire des Italiens en coupe du monde! La détresse de Fabien (Barthez)! La joie des Transalpins”

Italia-Francia

© Giampiero SpositoLaPresse

L’Italia, è vero, è transalpina anche se lo dimentica e gioisce felice, ubriaca di sensi, in preda alla febbre; le parole di Thierry Gilardi sono sintesi di storia e di persone, c’è l’annuncio della potenza calcistica italiana accanto alla tristezza di Barthez che, affranto, se ne sta seduto sul prato a capo chino; ogni sconfitto cerca conforto nella terra. Si alza, forte, la voce di Caressa che ricopre l’Italia e piano si spegne quella lucida e stoica di Gilardi, fino a farsi silenziosa come l’erba che ricopre i morti.

One Comment

Leave a Reply