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Jan Koller, un bambino nel corpo di un gigante

By 30 Luglio 2020

Storia di un calciatore diventato freak, tutt’altro che goffo e impacciato a dispetto del suo fisico enorme, che ha trovato la sua consacrazione in Germania

 

Delle volte, quando si cresce, nei corpi si resta incastrati come dentro porte troppo strette o pozzi da cui non si può più uscire, quando poi sei alto più di due metri e pesi più di cento chili il corpo sta addosso come una folla che spinge di qua e di là e rischia di diventare un Carnival. Jan Koller è di quelli così gigantesco che lo diresti grasso, come esclamò tanti anni fa ne Le avventure del bravo soldato Švejk il grandissimo Jaroslàv Hašek parlando dell’arciduca austriaco.

“Insomma, hanno ammazzato il nostro Ferdinando”, disse la domestica a Švejk. “Quello grasso e religioso. L’hanno fatto fuori a Sarajevo, padrone, con un revolver, sapete. Viaggiava in automobile con la sua arciduchessa”

(Photo by Nadine Rupp/Bongarts/Getty Images)

Nessuno, per fortuna, ha ammazzato Jan Koller già da piccolo il più grosso di tutti, quando giocava nella squadretta del suo piccolo paese, Smetanova Lotha, nella Boemia meridionale, allenata dal padre e dove era presente anche il fratello.

Jan, a quell’età, non sapeva che l’Occidente avesse il sapore della Coca Cola, costava troppo, la famiglia non poteva permettersela e allora da bere c’era la Kofola, miscuglio di quattordici  erbe misteriose e forse dalla caffeina, segno di una Cecoslovacchia proletaria e poco disposta a lasciarsi sedurre dal sapore frizzante della bibita statunitense, come invece era accaduto al maresciallo russo Žukov il quale, per non mostrare quanto apprezzasse la Coca Cola, la fece decolorare in Austria e poi spedire in Russia dove ne tracannò a litri manco fosse vodka. In Cecoslovacchia i sapori buoni erano pericolosi, potevano indurre in tentazione e la tentazione o disinnesca gli uomini, fino a renderli inerti, o li accende alla rivolta – era necessario, dunque, stordire chiunque con la vita quotidiana.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

“Negli anni Cinquanta le donne lavavano le finestre con i giornali accartocciati. I giornali bagnati toglievano lo sporco, quelli asciutti lucidavano. Le donne si sporgevano dalle finestre sulla via, sudavano nei loro abiti casalinghi e strofinavano i vetri con i giornali stropicciati con tale energia, determinazione e speranza, come se a impedire loro di vedere il cielo fosse solo l’unto e lo strato di smog sui vetri delle finestre. Negli anni Sessanta l’industria comunista lanciò sul mercato un prodotto per pulire il vetro con il marchio Okena. I vapori dell’Okena avevano effetti euforizzanti. Le casalinghe ebbero la sensazione che i loro infiniti sforzi per rendere il mondo più pulito iniziassero ad avere successo. L’Okena tuttavia non avvicinò le nostre madri al cielo, le conseguenze dell’inalazione erano nocive e con il tempo perniciose. Gli adolescenti organizzavano party a base di Okena, lo stordimento arrivava più in fretta e costava meno di una sbronza”.

Scrive con tragica ironia la scrittrice cèca Sylvie Richterová nel suo splendido romanzo “Che ogni cosa trovi il suo posto” e se il giovane Koller non inalò Okena (come fosse vapore di colla o di vernice sniffata oggi nelle narici di migliaia di bambini e adolescenti delle zone più povere del mondo) solo una volta maggiorenne Jan poté bere Coca Cola, non importa che appesantisca, lui non aveva nulla contro l’anidride carbonica, come dice Checco Zalone – dopo lo squarcio tra Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca ingurgitare la Coke era segno vero del cambiamento sociale e politico.

 

(Photo by Pascal Le Segretain/Getty Images)

Il giovanottone non solo giocava a football ma era portiere di hockey su ghiaccio per il fisico imponente, certo non era proprio bravo, meglio provare con il calcio, in attacco. E così fu. Jan segnava e si faceva notare. Durò poco nel suo paesino. Più tardi, nello Sparta Praga, dove andò a giocare pur odiandola (essendo tifoso del Bohemians 1905), cominciarono a chiamarlo Dino, dopo aver visto il film “Jurassic Park”, per la mole e i suoi movimenti decisi sul campo; infatti Koller era un centravanti tecnico, potente, con una eccellente visione di gioco, oltre che forte di testa e capace di arginare a centrocampo gli atleti più robusti e dinamici.

Un freak, perché la sua dimensione non corrisponde alla logica che lo vorrebbe goffo, brutto, impacciato. Nella Repubblica Ceca non è che gli andò molto bene, segnava poco, nemmeno giocava tanto e allora migrò in Belgio, al Lokeren, zona fiamminga, lingua difficilissima che usò Hugo Claus in molti sui libri per descrivere i malumori cattolici e conformisti del Belgio insofferente alla sua stessa unione.

Le cose però dopo un po’ cominciarono a andare meglio, il gigante Jan segnava ogni anno sempre di più, la bruma fiamminga si fece meno umida e lui diventò visibile a quelli dell’Anderlecht che lo acquistarono. Qui vinse due titoli e segnò ancora tanto, solo che il Belgio fiammingo era pettegolo, straparlava della moglie, sussurrava maligno, quando succede questo qualunque nazione diventa più fetida di uno scantinato. Borussia Dortmund. Portò in Germania il suo piede enorme – tra 48 e 50 a seconda del modello di scarpetta – che sapeva calciare bene, un piede che dovrebbe essere ingombrante e incapace per Koller era invece la giusta direzione.

 (Photo by Vladimir Rys/Bongarts/Getty Images)

Jan segnava in qualunque modo, dal pallonetto alla staffilata, dal colpo di testa al dribbling finale; non era schifiltoso sul campo, il suo corpo gli imponeva l’etica della lotta. Eppure aveva sguardo buono, indole mansueta, anche quando fece testa e testa con l’altro gigante (olandese) Stam, costringendolo a uscire con una brutta ferita in faccia; in lui la forza era una variabile del talento non l’unica espressione della sua fisicità.

La sua testa pelata diventò punto di riferimento per i compagni in nazionale e nel club tedesco, sapeva essere cortina di ferro contro l’avversario che osava affrontarlo per batterlo. Lo furono anche le sue mani quando in un match contro il Bayern Monaco dopo l’espulsione di Lehman il buon Jan andò a porta e fece non solo uscite egregie ma si stese sulla sua sinistra e parò un tiro tesissimo di Ballack; è l’uomo di Vitruvio Koller, universale per vocazione e non per imposizione tattica, ha anticipato quel calciatore liquido di oggi che tutto deve saper fare: terzino, attaccante, centrocampista, richiamandosi, in forma positiva, a quanto avviene nella società secondo il pensiero del filosofo polacco Bauman: i confini di qualunque identità ormai sono labili e mutevoli, l’incertezza è lo status moderno.

 (Photo by Friedemann Vogel/Bongarts/Getty Images)

Non importa poi che Koller sia andato declinando secondo la curva malinconica del tempo passando dal Monaco al Norimberga, andando in Russia, al Kryl’ja Sovetov Samara, finendo la carriera al Cannes, tanto la fine, quella, arriva comunque se stai in piedi o seduto.

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