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Javier Pastore è diventato heavy metal

By 5 Novembre 2019
Javier Pastore

Come l’argentino è passato da reietto a pedina importante per la squadra di Fonseca. In appena 5 partite

La trama assomiglia molto a quella delle commedie americane anni Ottanta e Novanta. Una squadra si presenta a un grande evento, un fattore imprevisto ne decima i componenti, le possibilità di vittoria sembrano irrimediabilmente compromesse. Almeno fino a quando l’allenatore non si gira desolato verso la panchina e decide di dare una possibilità all’elemento più improbabile della rosa, quello che nessuno vorrebbe mai vedere in campo.

Giusto un paio di errori in avvio per dare un tocco di drammaticità alla faccenda, per rafforzare le perplessità di pubblico e compagni, poi ecco che una vocina bussa alla testa dell’involontario protagonista. L’autostima si rafforza, la prestazione diventa epica, il trionfo si trasforma una certezza. E va a finire che vivono tutti felici e contenti.

La storia, però, diventa molto meno banale se si comincia a dare un volto ai protagonisti. Perché fino a qualche settimana fa Javier Pastore non era neanche il giocatore più improbabile della Roma. Era semplicemente un reietto, un meme vivente, un soggetto buono per entrare in qualche barzelletta. Un pacco tirato giù dalla soffitta del PSG e recapitato a Roma dietro il pagamento di 25 milioni di euro. A quasi 30 anni. In pratica una pietra legata intorno al collo di un club che ogni maledetto inizio di stagione è costretto a sacrificare i giocatori più interessanti sull’altare del bilancio.

Foto Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse

L’acquisto di Pastore suonava già come una condanna. Soprattutto perché l’argentino aveva dichiarato di essere arrivato a Roma per giocare da mezzala. Lui, l’emblema della discontinuità. Lui, l’icona della leggerezza fisica, il santo protettore dei calciatori che tolgono la gamba a ogni contrasto. O almeno così si andava ripetendo in quei giorni.

A spaventare maggiormente, però, era la sua velocità. Anzi, la sua assenza di velocità. Come potrà giocare in un campionato tattico come la Serie A? Come potrà emergere, ci si domandava, in quelle partite che richiedono ritmi altissimi e zero soste? Un quesito al quale Pastore aveva risposto a inizio settembre. «La gente non capisce che far correre il pallone più veloce rende quel giocatore un calciatore più veloce – aveva detto a France Football – La velocità di gioco non la si ha semplicemente correndo dritti. Puoi essere il ragazzo più veloce del mondo ma se non sai cosa fare con la palla e la mantieni venti secondi sei un giocatore lento che rallenta la tua squadra».

Un pensiero che aveva generato tante risate e qualche perplessità. Perché Javier Pastore veniva percepito come un romanzo settecentesco catapultato nell’era dei periodi paratattici, una scrittura démodé, barocca, pesante, ricca di orpelli, che gira intorno alle cose invece di andare dritta al punto. Ma Javier Pastore era anche un rebus complicato, un enigma che per essere risolto aveva bisogno di tutto ciò che la Roma non poteva permettersi: il tempo.

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

La seconda Roma di Eusebio Di Francesco, così flebile, anemica, scarabocchiata, si è trasformata quasi subito in un mostro capace di fagocitare giocatori di tecnica e di carisma, un’entità astratta in grado di stritolare molto democraticamente campioni del mondo e giovani dal (presunto) radioso avvenire. E in quel centrocampo, Javier Pastore sembrava un personaggio uscito da un quadro di Enrico Benaglia, un’anima di carta tremolante chiamata ad affrontare avversari in carne e ossa e muscoli. E a venirne divorata.

Gli esperimenti non sono durati poi molto. Meno di 80 minuti nella gara d’esordio contro il Torino, 90 con tanto di gol capolavoro contro l’Atalanta, 68 contro il Milan, 36 con il Bologna, 67 con il Frosinone, 37 con la Lazio. Esattamente 374’ durante i quali Pastore è stato usato come mezzala, come trequartista, come esterno d’attacco. Senza mai convincere.

Così dopo i 12 minuti contro la Spal, dopo i 7 contro l’Inter e il Cagliari, dopo i soliti problemi fisici e i diverbi con l’allenatore, il progetto del suo inserimento nella Roma è stato dichiarato fallito. Tanto con Di Francesco quanto con Claudio Ranieri. Javier Pastore si è trasformato in un errore che è costato punti e milioni di euro. L’ennesima conferma di quel fallimento tecnico che è stata l’esperienza di Monchi a Trigoria.

 

Lasciarsi, dunque, sembrava un compromesso più che ragionevole. Tanto per la Roma quanto per il giocatore. Javier Pastore, invece, ha deciso di tirare dritto, di restare nella Capitale per provare a imporre il suo talento. E poco importa se i tifosi hanno pregato in tutte le lingue del mondo affinché accettasse qualche offerta piovuta dalla Cina.

Con l’arrivo di Paulo Fonseca nella Capitale, molte situazioni si sono ribaltate. Il portoghese ha capito che per prima cosa era necessario dare a Pastore (così come al resto della squadra) tutto quello che non aveva avuto nella stagione precedente: fiducia e serenità. Allenatore e giocatore hanno stabilito una preparazione atletica personalizzata. Poi Fonseca ha iniziato a lavorare sul modo di stare in campo dell’argentino.

«Il mister vuole che un centrocampista punti sempre la porta avversaria e che non sia rivolto verso la nostra area – ha detto in un’intervista rilasciata ieri al sito della Roma – Ho dovuto concentrarmi molto in allenamento, perché io ero abituato a stare spalle alla porta, per fare uno-due con i compagni. Il mister, però, vuole che giochiamo in avanti, facendo un continuo cambio gioco da destra a sinistra. Ma la cosa più importante è la fiducia che ci dà il tecnico e il modo in cui ci parla».

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

La situazione, tuttavia, non è migliorata immediatamente. Nelle prime 8 giornate, el Flaco ha messo insieme appena 107′. Poi gli infortuni, stavolta degli altri, hanno dato una sterzata alla sua stagione. Senza Diawara, Pellegrini e Cristante, Fonseca si è trovato a dover ridisegnare la coppia di mediani davanti alla difesa. E la sua scelta, prima di consegnare definitivamente il ruolo a Mancini, è ricaduta anche su Pastore. Non un caso, visto che nelle amichevoli estive l’argentino era stato schierato in quel ruolo con risultati più che discreti.

E proprio nel momento di massima emergenza, proprio quando nessuno si aspettava niente da lui, quando tutti avevano paura di rimanere delusi un’altra volta, ecco che Pastore ha battuto un colpo. Finalmente. L’argentino non ha solo dato vita a una serie prestazioni maiuscole tanto in mediana quanto sulla trequarti, ma è riuscito a convincere proprio lì dove aveva deluso lo scorso anno.

All’improvviso qualità e sostanza hanno iniziato a coesistere, a cibarsi l’una dell’altra. Il gingillo è diventato utile, anzi, necessario. Quattro partite sono state sufficienti a mostrare come fra le righe sinuose di quella scrittura così ridondante, fra tutte quelle virgole e quel profluvio di subordinate, si annidava qualcosa di molto moderno. I numeri, d’altra parte, parlano chiaro. Nella partita di sabato contro il Napoli, Pastore è stato il giocatore della Roma ad aver giocato più palloni (58, a pari merito con Kolarov) e ad aver completato correttamente il maggior numero di passaggi (38, 2 in più di Mancini).

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

A far riflettere, però, sono altri dati. L’argentino, infatti, è stato il calciatore giallorosso ad aver commesso più falli, 5, il quarto nella speciale graduatoria dei recuperi (10, meglio hanno fatto Kolarov con 17, Dzeko con 16 e Mancini con 12) e il terzo per velocità media tenuta durante tutta la partita (7.2 km/h, appena lo 0.1 in meno di Mancini e Perotti).

E guai a pensare che si possa trattare di un caso isolato. Perché fra i centrocampisti (e i trequartisti) della Roma, Javier Pastore è quello che ha fatto registrare più contrasti vinti in questo avvio di campionato (con una media del 71,4%), ma è anche quello che ha cercato più spesso la verticalizzazione (con il 36% di passaggi indirizzati in avanti). Certo, non avrà la capacità di servire assist di Lorenzo Pellegrini (4 perle regalate in 6 partite), ma nell’unica assistenza servita ai compagni, quella che ha portato al gol del momentaneo 3-0 dei giallorossi contro l’Udinese, l’argentino ha mostrato qualcosa di speciale, qualcosa di estremamente connaturato all’essenza stessa del suo calcio.

 

Nel coast to coast, con una Roma in 1o, Pastore guida la transizione offensiva da una trequarti all’altra. Poi, invece di alleggerire a destra verso Zaniolo (una giocata più “sicura” ma allo stesso tempo meno incisiva), decide di imbucare il pallone fra due difensori dell’Udinese per innescare Kluivert a sinistra. L’olandese ringrazia e segna, anche se gli applausi sono tutti per il compagno.

La crescita di Pastore, la sua centralità nel gioco di questa Roma incerottata, è andata a sovrapporsi a una ritrovata fluidità di una manovra che contro Bologna, Atalanta, Lecce, Cagliari e Sampdoria sembrava essere diventata farraginosa, lenta, prevedibile. Con lui in campo, ora, Fonseca può contare su una pedina capace di alzare il pressing in maniera efficace sui portatori di palla avversari, ma anche su un giocatore in grado di fare da collante fra i reparti, di dettare i tempi e di cercare la profondità con verticalizzazioni improvvise.

La crescita dell’argentino, tuttavia, non può certo considerarsi conclusa. Al contrario, per poter mantenere la titolarità una volta che Fonseca potrà contare su tutti i suoi effettivi Pastore deve migliorare ancora molto. Soprattutto per quanto riguarda i passaggi chiave (se in Champions l’ex PSG ne ha serviti una media di 3 a partita, in Serie A viaggia sui 0,4 a match. Pochino in confronto ai 3,3 di Pellegrini, mentre Cristante e Zaniolo ne hanno fatti registrare rispettivamente 0,9 e 0,7) e la capacità di creare occasioni da gol (appena 3 quelle costruite finora).

(Photo by Paolo Bruno/Getty Images).

Grazie a una condizione fisica quasi ottimale (il numero 27 giallorosso ha giocato 4 partite consecutive, un bottino che solo qualche settimana fa poteva sembrare pura fantascienza), a una ritrovata autostima  e  alla fiducia da parte dell’allenatore, Pastore è riuscito a costruire uno scorcio di stagione sorprendente, ma anche a dimostrare che il suo inserimento in giallorosso non era stato condizionato dal ruolo pensato per lui da Di Francesco. Perché anche quando Fonseca ha deciso di schierarlo mediano davanti alla difesa, quindi in un ruolo addirittura più “pericoloso” rispetto a quello mezzala, l’argentino ha risposto presente.

Ora la speranza è che la sua autostima e il suo entusiasmo possano superare indenni il primo calo di forma.

Andrea Romano

About Andrea Romano

Andrea Romano è nato nel giorno in cui van Basten ha esordito con la maglia dell'Ajax. Giornalista, scrive di sport per quotidiani e riviste. I suoi ultimi libri sono "Manicomio Football Club" e "Cantona - The King".

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