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Joao Felix, quando la grazia sale al potere

By 22 Aprile 2019

Nonostante il fisico gracile, il portoghese è già in grado di fare la differenza. Merito di una classe sconfinata che non è mai fine a se stessa, ma sempre al servizio della squadra.

Qualcuno, dalle parti di Porto, si starà mangiando le mani. Dove vuoi andare con quelle gambette così gracili?, l’onda muscolare del calcio dei grandi ti travolgerà, avevano detto a João Félix dopo sette anni nelle giovanili dei Dragões. Una storia vecchia, una lezione che sembrano non imparare mai. Non solo i selezionatori del Porto, ma tutti quelli che non tutelano il talento perché spaventati dal fisico.

Come se altri formidabili stecchini non fossero un esempio da tenere bene a mente: Neymar, Coutinho, Di Maria, ora Paquetà, tutti ragazzini pelle e ossa che in principio furono scartati, nonostante trattassero il pallone come nessuno. «Amo tenere la palla, giocare un calcio meraviglioso e felice. A Porto non credevano in me quanto ci credevo io. Mi hanno tolto la palla, mi hanno tolto la gioia», ha detto Joao Felix a Players Tribune.

Una tristezza durata poco. Non c’è stato tempo per piangere e rifugiarsi tra le braccia del padre che per quei sette anni ha guidato da Viseu al centro di allenamento dell’academy del Porto, 125 km avanti e indietro, cinque volte alla settimana, vedendo scivolare dal finestrino gli stessi alberi, le stesse case, gli stessi paesaggi, e coltivando un sogno. È arrivato subito il Benfica a premiare quei sacrifici, a prenderlo con sé e restituirgli la gioia e il pallone, era il 2015.

Foto: LaPresse.

Nemmeno un anno dopo, il talento di João Félix annichilisce i suoi limiti fisici e finisce per dominare la Youth League. Con la maglia delle aquile mette insieme dieci gol e sei assist nella prestigiosa competizione, le sue qualità che emergono in maniera nitida, i taccuini degli scout che si riempiono di tante righe sulle sue caratteristiche. Anche quelli di osservatori che non sono lì per lui, come quello inviato da Mourinho, in tribuna per vedere Embolò e rientrato a Manchester con una relazione su João.

Il ragazzo comincia a fare i conti con la precocità. Nel 2016 è il più giovane debuttante di sempre con la squadra del Benfica B. Nel 2017, accogliendo un chiaro segnale del destino, è il più giovane a segnare in seconda divisione, contro l’Academico de Viseu, davanti alla sua famiglia e nella sua città natale, un centro d’arte che si dispiega tra dolci colline e riflette i tratti del suo gioco leggero e creativo.

Non ha ancora messo piede in campo con la prima squadra e sulla schiena porta già un cartellino con scritto 60 milioni. Sono i prezzi roboanti del calcio di oggi, è soprattutto la certezza di avere in casa un gioiello prezioso.

Foto: LaPresse.

Ci sono giocatori che la toccano diversamente. Te ne accorgi subito. I movimenti dei piedi e del corpo si fondono con il pallone in una danza armonica e sinuosa. Chi ha buongusto ne resta immediatamente sedotto. Il rischio che tutta quella grazia capita si porti dietro è quello di ridursi all’estetica, di rimanere intrappolata nella gradevole fumosità del bello senza produrre nulla di concreto. La storia, anche quella contemporanea, è piena di calciatori meravigliosamente inconsistenti.

Con João Félix, questo rischio non si corre. La dote che rende davvero speciale questo 19enne portoghese con la faccia da bambino puntellata dall’acne, l’apparecchio ai denti e i capelli ondulati che ne compongono un ritratto puerile e immacolato è proprio questa: oltre ad essere tremendamente bello da vedere su un campo da calcio, è estremamente efficace. Lo dicono i numeri, mostruosi, della sua prima stagione di calcio vero, 16 gol e 9 assist in 37 partite con il Benfica; lo suggeriscono le sue qualità che di partita in partita vengono fuori.

Quella in Europa League contro l’Eintracht di Francoforte, che lo ha rivelato al mondo in maniera definitiva, ne è un esempio perfetto. Un compendio di tutto quello che João Félix può portare sul campo. Nell’azione che porta al rigore del primo gol, realizzato con la freddezza del predestinato, Félix riceve palla sulla trequarti campo, controlla il pallone con dolcezza, se lo sposta sul sinistro e trasforma una finta di tiro in una carezza che passa sotto le gambe del difensore per raggiungere il compagno che lui aveva visto attaccare lo spazio con largo anticipo, con il controllo visivo di ciò che lo circonda tipico del fantasista puro.

Joao Felix

Foto: LaPresse

Il secondo gol è un saggio di una delle sue armi migliori, il tiro in porta. Sempre dalla zona all’altezza dei 25 metri, il giardino di casa dei numeri dieci, se la mette sul destro e lascia andare la gamba con la naturalezza che contraddistingue il suo calcio, con cui quasi sempre inquadra la porta. Infine il terzo gol, con l’azione che si sviluppa da sinistra e JoãoFélix che arriva a rimorchio, attaccando lo spazio libero dell’area di rigore, luogo che per un dieci dovrebbe essere meno familiare ma per lui no, perché sa muoversi da nove e finalizzare come un nove, la impatta bene e segna.

João Félix fonde nel suo gioco inventiva e concretezza senza mai risultare né troppo naif né noiosamente essenziale. Il giocatore, sì, ma anche il ragazzo, che realizza di essere entrato nella storia perché nessuno a quell’età aveva mai realizzato una tripletta in Europa League e scoppia in lacrime. O che abbraccia il fratellino raccattapalle Hugo, con cui giocava a tutte le ore del giorno nella cucina della casa di Viseu, dopo un gol contro il Vitòria Setùbal.

Joao Felix

Foto: LaPresse.

Nel 4-4-1-1 del tecnico Bruno Lage, João Félix ha trovato spazio con continuità (per la verità quello spazio lo ha strappato a chiunque altro). Gioca da seconda punta con libertà di svariare su tutto il fronte offensivo alla ricerca delle sue giocate. Che sono tante e tutte diverse. Ha una rapidità nel dribbling che gli permette di spezzare raddoppi con disinvoltura, di uscire da situazioni complicate, di puntare l’uomo nell’ultima porzione di campo e apparecchiarsi una giocata decisiva. Sa giocare sul corto per palleggiare con i compagni, sul lungo per mandarli in porta o sfruttare il lato debole.

Sente la porta come uno venuto su vivendo solo di gol. La sua versatilità offensiva è quella richiesta a un calciatore moderno, che deve saper ricoprire indistintamente tutti i ruoli dell’attacco. A rendere folgorante l’esperienza di vederlo giocare a calcio, e a restituire la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di veramente grande, è il modo in cui fa tutto questo. È la forza dicotomica della grazia risoluta. È l’eleganza del suo portamento, pratica e sbarazzina. È la signorilità produttiva. Un lord che sa rimettere in moto un’auto in panne. João Félix è insieme poesia e prosa.

 

Joao Felix

Foto: LaPresse.

Certo, il suo fisico esile che ha rischiato di non consegnare il suo talento al calcio mondiale è un limite ancora oggi. Con i suoi 65 chili, spesso fatica a resistere ai contatti, e se il primo controllo non è perfetto non può contare sulla forza per recuperare all’errore. Un gap colmabile nel tempo attraverso tutti gli strumenti di cui gli staff sono oggi a disposizione, come dimostrano i nomi sopracitati di Neymar e Coutinho, arrivati in Europa mingherlini e ora dotati di quadricipiti di marmo. Eppure sarebbe bello preservare la sua delicatezza, che in qualche modo riconcilia con la purezza del gioco, con il dominio del talento sulla forza, dell’uomo sulle macchine.

Joao Felix appartiene alla nidiata eccellente dei classe 99′ portoghesi. Il suo nome si affianca, per citarne alcuni, a quelli di João Filipe, Diogo Dolot, Florentino Luís. Una generazione destinata a grandi cose, che sembra aver tutto per non far rimpiangere i giocatori che nell’ultimo decennio hanno raggiunto traguardi storici come l’Europeo del 2016, e di cui João Félix può essere il simbolo.

In questi lustri gloriosi, a tenere alta la bandiera portoghese, ovviamente, è stato più di tutti Cristiano Ronaldo, che João Félix ha avuto opportunità di vedere da vicino in occasione delle gare di qualificazioni agli europei per le quali il ragazzino di Viseu è stato convocato. Una presenza, quella di CR7, alla quale potrebbe abituarsi se la Juve, come sembra intenzionata a fare, riuscirà a portarlo a Torino.

Di certo il futuro di João Félix sarà lontano da Lisbona, che non è la Lisbona onirica e inquietante descritta da Tabucchi in Requiem, il sogno è un ricordo, ora c’è la realtà, e c’è un giovane aquilotto che sta spiccando il volo.

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