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Joaquin ha dribblato il tempo

By 16 Dicembre 2019

Poco più di una settimana fa Joaquin ha mandato al tappeto l’Athletic Bilbao con una tripletta, laureandosi il giocatore più anziano ad aver segnato tre gol nella stessa partita. Ecco il ritratto di un esterno che in Spagna è diventato un vero e proprio totem

Per capire cos’ha combinato Joaquin basta vedere chi ha battuto, con la tripletta realizzata a 38 anni e 140 giorni, il più anziano giocatore di sempre ad esserci riuscito nella Liga: Alfredo Di Stefano, “el futbol”, “la saeta rubia”, uno dei più grandi di sempre, simbolo anch’egli di gol e longevità, dato che aveva segnato tre gol in una partita a 37 anni e 255 giorni. E nel 1964, mezzo secolo fa. E l’ultima tripletta di un giocatore del Betis al Benito Villamarin era arrivato anch’esso quando c’erano ancora le pesetas, nel 1997: autore, Finidi George. Un altro nome di un’altra epoca, di un altro calcio. In fondo lo stesso Joaquin sembra proprio provenire da un altro pianeta, per diversi motivi.

Scherzi e lacrime

Pur essendo una bandiera del club sivigliano, talmente tifoso da possederne il 2% delle azioni (un milione di euro circa il valore), Joaquin Sanchez è uno dei calciatori più popolari in tutta la Spagna. Giocatore e personaggio social, basti vedere, se digitate su qualsiasi motore di ricerca l’accoppiata di parole “Joaquin + chiste”, ovvero “Joaquin + scherzo/barzelletta”, quante ne saltano fuori. Perché ne racconta di divertenti, col suo imprescindibile accento andaluso, che per chi non lo conoscesse non prevede la pronuncia della lettera “S” nelle parole, alla maniera sudamericana.

Sì, ha spesso il sorriso sulle labbra, il numero 17 del Betis: anche dopo la tripletta all’Athletic Bilbao si è rivolto scherzosamente a un suo coetaneo-rivale ancora attivo, anche se ha già ammesso che si ritirerà a fine stagione, e cioè Aritz Aduriz. “Amico, che non ti venga voglia di replicare questa prestazione. Tanto lo sai che ti voglio bene”. E poi giù a ballare negli spogliatoi, abbracciando i compagni uno a uno, i fisioterapisti, chiunque.

 (Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

O altre uscite, sarebbe quasi irrispettoso sottolinearne qualcuna perché se ne lascerebbero fuori altre, per specificare quanto è trasversale basti vedere questo video in cui intervista Marc Marquez : la cosa divertente è che Joaquin va avanti così da vent’anni, da quando praticamente è professionista. E quindi lo si vede raccontare barzellette o aneddoti strampalati già da giovanissimo, da quando era un’aletta guizzante, il classico numero 7 di una volta, biondo e scanzonato, nato in provincia di Cadice, a Puerto de Santa Maria (cittadina celebre soprattutto per il suo carcere, pur essendo sul mare), in una famiglia con otto figli, lui compreso.

Tuttavia c’è stato un giorno in cui i sorrisi hanno lasciato spazio alle lacrime, le sue e di tutta la Spagna: il 22 giugno del 2002 le Furie Rosse vengono eliminate al Mondiale dalla Corea del Sud padrona di casa ai calci di rigore. Joaquin è stato protagonista di quella partita, arbitrata dall’egiziano Al-Ghandour e definita dalla stampa iberica come “El robo del siglo”, “Il furto del secolo”. Alla Spagna vengono annullati due gol in maniera assai dubbia, per non dire vergognoso. Il secondo è un colpo di testa vincente di Fernando Morientes su cross di Joaquin, all’epoca uno degli esterni offensivi più ambiti d’Europa: l’Inter sarebbe disposta a fare follie per prenderlo, idem il Chelsea di Mourinho, ma il ragazzo rifiuta perché “non mi sentivo ancora pronto, e poi non mi vedevo alle quattro del pomeriggio ad annoiarmi in Inghilterra”. Alla fine andrà al Valencia, comunque sempre al sud, al caldo, a sciorinare le sue finte e le sue accelerazioni.

Ma torniamo alla Corea del Sud: Michael Ragoonath, guardalinee di Trinidad e Tobago, purtroppo per le Furie Rosse, alza la bandierina al momento del cross dell’andaluso, ritenendo che la palla abbia già superato la linea di fondo. E’ un abbaglio clamoroso, l’ennesimo a favore della squadra allenata da Guus Hiddink in quel Mondiale. Niente gol di Morientes, e nemmeno in precedenza quello di Helguera per misterioso fallo in attacco di Baraja, più un fuorigioco inesistente fischiato nei supplementari con Luis Enrique lanciato da Joaquin, ancora, a tu per tu col portiere. E ai rigori, la vittoria della Corea del Sud grazie all’errore, l’unico della lotteria, proprio dell’andaluso, che scoppia appunto in lacrime.

(Photo by Aitor Alcalde/Getty Images)

Una Nazionale, quella spagnola dell’epoca, che punta forte sul nativo di Puerto de Santa Maria, oltre che su altri, ovviamente, fino al Mondiale 2006 in Germania. È un gruppo che deve fungere da transizione tra la vecchia guardia incarnata da Raul e le nuove leve (Iniesta, Ramos, Fabregas, Torres) che stanno crescendo e che in seguito conquisteranno tutto. Joaquin è nella “terra di mezzo”, né troppo giovane né troppo vecchio, ma è uno dei pilastri di quella Spagna che, però, delude un’altra volta, eliminata agli ottavi di finale dalla Francia di Zidane, all’ultimo grande ballo.

Pagherà lui per tutti? E’ eccessivo dirlo, forse, ma è dal 2007 che l’andaluso non veste la maglia della Roja. Luis Aragones punta tutto sui nuovi e ha ragione. “Purtroppo non mi può più rispondere perché è morto – ha detto Joaquin qualche mese fa -, ma mi piacerebbe chiedergli perché ha smesso di convocarmi poco prima dell’Europeo del 2008 dopo aver partecipato agli incontri di qualificazione”. Ora, vista la forma smagliante, portarlo ai prossimi Europei non sarebbe nemmeno una scelta così folle.

 

Quella parentesi italiana

FLORENCE, ITALY – MARCH 16: Joaquin of ACF Fiorentina celebrates after scoring a goal during the Serie A match between ACF Fiorentina and AC Milan at Stadio Artemio Franchi on March 16, 2015 in Florence, Italy. (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Per due stagioni, comunque, Joaquin abbiamo potuto ammirarlo anche sui campi italiani: nell’estate del 2013, infatti, è la Fiorentina ad acquistarlo per due milioni di euro. Arriva dal “Malaga degli Sceicchi“, che aveva puntato forte su di lui, cercando di arrampicarsi nell’élite del calcio europeo senza troppa fortuna tranne un quarto di finale in Champions League, e che ora è in totale disarmo

Anche la Viola è ambiziosa, oltre a Joaquin arrivano Mario Gomez, Josip Ilicic e Massimo Ambrosini, e con la conferma di Giuseppe Rossi i toscani puntano in alto, cercando di sfruttare i tanti soldi entrati nelle casse dalla cessione di Stevan Jovetic al Manchester City: tuttavia sarà la stagione delle ginocchia a pezzi (Gomez e Rossi, la coppia da sogno che mai sboccerà) e degli ottavi di finale di Europa League persi in casa contro la Juventus.

Proprio contro i bianconeri, ma in campionato, lo spagnolo va a segno nella più bella partita giocata dalla Fiorentina da anni a quella parte: è il 4-2 con la tripletta di Giuseppe Rossi, rimontando dallo 0-2. Il terzo gol, quello del sorpasso, è di Joaquin, entrato nella ripresa al posto di Aquilani. “E’ la prima volta che sto così tanto in panchina, ma lo devo accettare: penso alle parole che mi diceva mio padre da piccolo, di non mollare mai davanti alle avversità”, si lamenta un po’ lo spagnolo. E’ così che ha deciso Vincenzo Montella: teoricamente nel suo 3-5-2 non può trovare spazio all’andaluso, troppo offensivo per farsi tutta la fascia, così lo schiera seconda punta, accanto a Rossi, e cambia la gara. Un ruolo nuovo anche per lui, che ha già superato i trent’anni e non può certo sciropparsi le sgroppate di quando era più giovane. Anche se ci prova, a reinventarsi esterno nello schema dell’allenatore (“Corro come Eto’o“, scherza).

(Photo by David Ramos/Getty Images)

Finisce dopo due stagioni con la Fiorentina, ha imparato abbastanza bene l’italiano (“Capire capivo più o meno le domande, il problema era rispondere“, visto che all’inizio conosceva solo le parole “Più” e “motivazione” tra qualche infortunio di troppo e l’ultima delusione sul campo: la semifinale persa nettamente contro il Siviglia, di Europa League nel 2015, apriti cielo, nonostante la fascia di capitano. Abbandona la Firenze di cui amava le bistecche e detestava le zanzare e torna per appena 500mila euro al Betis, a casa sua, quasi regalato. Il primo allenamento nella sua nuova/vecchia casa lo abbandona perché pochi giorni prima si era fatto male a un avambraccio, colpa di un pugno sul tavolo per intoppi nelle trattative tra i due club. “Non si può andare contro il cuore”, ammetterà.

Il Betis è appena risalito dalla Segunda Division, non ha molti soldi, ma dei giovani interessanti. Tra questi ci sono Dani Ceballos, oggi all’Arsenal in prestito dal Real Madrid, che Joaquin aveva consigliato alla Fiorentina già ai tempi, oppure Fabian Ruiz, attuale centrocampista del Napoli. E’ un’ascesa lenta ma costante, quella del club, che un anno e mezzo fa è arrivato sesto, meritandosi l’accesso all’Europa League (nel gruppo del Milan, 2-1 a San Siro, 1-1 al Benito Villamarin).

Insostituibile, con qualsiasi schema, titolare o primo cambio, l’andaluso come il vino buono è migliorato con l’andare degli anni. Non fa più l’ala debordante, non è raro vederlo seconda punta, come in Italia, o attaccante esterno nel 4-3-3, da titolare o da subentrato: corre meno, è ovvio, gioca più vicino all’area di rigore. Il gol della vita l’ha segnato in un derby, naturalmente, il 2 settembre del 2018: colpo di testa, 1-0 al Siviglia, ed esultanza smodata, la cresta biondo-platino, anche perché era dal 2006 che il Betis non batteva i rivali cittadini al Benito Villamarin. Perché insomma, va detto che il club biancoverde è sempre stato in secondo o terzo piano nella Liga, e per “colpa” del Siviglia, dei suoi stupefacenti successi in Europa nell’ultimo decennio, anche con un discreto senso di inferiorità sul groppone. Spazzato via per una sera grazie alla sua bandiera, che peraltro in quella partita era entrato dalla panchina.

(Photo by Alex Caparros/Getty Images)

Icona, mito, “genio y figura”, come si dice in Spagna delle persone così, un po’ fuori dagli schemi (non calcistici, naturalmente) e sempre con la battuta pronta. Quella con l’Athletic Bilbao è la prima tripletta che segna in carriera, e ha deciso di farla a 38 anni suonati, regalandosi un record. Ci è riuscito in venti minuti: gol di testa, lui non altissimo (un metro e ottanta), e due reti in contropiede, di destro a incrociare, quasi identiche. E chissà che non sia l’allegria di Joaquin, lo spirito con cui si dedica al calcio, pur sempre da professionista, il segreto della sua longevità.

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