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Joe Gaetjens, il lavapiatti che fece piangere l’Inghilterra

By 30 Novembre 2020

Parabola dell’attaccante di Haiti che ha giocato per gli Stati Uniti e ha segnato il gol vittoria contro l’Inghilterra ai Mondiali brasiliani del 1950. Quattordici anni più tardi sarà arrestato dalla polizia militare haitiana e Joe scomparirà nel nulla

Il Rudy’s Café è all’angolo tra la 111esima Strada e Lenox Avenue. Quartiere di Harlem, New York, fine anni ’40. Un posto in cui è sempre meglio tenere gli occhi aperti. Si mangia spagnolo, da Rudy’s. Joe Gaetjens, detto Larry, lavora lì. Fa il lavapiatti in cucina. Tutto il giorno tra il viavai forsennato dei camerieri, qualche urlo del padrone (Eugene Diaz, detto Rudy) e i vapori dei fornelli.

Joe viene da Haiti: terra bella ma disperata, da dove spesso si fugge per sperare di star meglio. La sua famiglia, però, non è povera, tutt’altro. Il bisnonno era stato addirittura un emissario d’affari del re di Prussia; il papà di Joe, Edmond, di origini tedesche, lavora come commerciante; la mamma Antonine “Toto” Defay è casalinga.

Joe, classe 1924, è il terzo figlio della coppia. A metà degli anni ’40 i Gaetjens si sono trasferiti negli Usa. Ragazzo serio, Joe, con la testa sulle spalle: a New York studia ragioneria alla Columbia University grazie a una borsa di studio, il lavoro al Rudy’s Café gli serve per mantenersi e nel tempo libero coltiva la sua passione: il calcio. A New York gioca da centravanti nell’American Soccer League con la squadra del Brookhattan (il nome viene dai quartieri di Brooklyn e Manhattan) e i suoi gol gli sono valsi anche un titolo di capocannoniere. E’ lì che gli osservatori della USSF, la Federazione calcistica nazionale, lo adocchiano all’inizio del 1950, pochi mesi prima del Mondiale brasiliano, e il suo nome finisce sul taccuino del ct Bill Jeffrey.

Joe non ha la cittadinanza statunitense, ma il regolamento della Federazione consente in quegli anni anche agli atleti stranieri residenti negli Stati Uniti di poter essere convocati in Nazionale, a condizione di firmare un documento in cui dichiarino di voler prendere la cittadinanza.

 (Photo by Keystone/Getty Images)

Per la Nazionale di calcio degli Usa essere alla fase finale del Mondiale non è una novità: c’era anche nelle prime due edizioni, nel ’30 in Uruguay e nel ’34 in Italia. Le aspettative, però, sono sempre le stesse: niente di più di un’onesta partecipazione. Le stelle sono altrove, le favorite sono altre. I nazionali a stelle e strisce sono tutti dilettanti: in squadra ci sono un postino, un tappezziere, diversi operai, un macellaio, perfino un autista di pompe funebri (il portiere Frank Borghi, origine italiana come altri due che, come lui, arrivano da Saint Louis).

In Brasile gli Usa debuttano contro la Spagna, vanno in vantaggio a sorpresa, poi crollano negli ultimi 15 minuti: 3-1 il finale. A Belo Horizonte, il 29 giugno, nella seconda gara, Joe Gaetjens esce dall’anonimato ed entra nel libro del calcio. Gli Stati Uniti affrontano l’Inghilterra. Gli inventori del calcio sono per la prima volta al Mondiale, dopo aver snobbato le edizioni precedenti. Sono tra i favoriti per il titolo, la gara contro gli americani è considerata meno di un allenamento, tanto che sir Stanley Mattews (la stella della squadra) decide di saltarla.

In campo avviene quello che molti chiameranno “il miracolo sul prato”. Poco dopo la mezz’ora, su un cross senza pretese nell’area britannica, Joe Gaetjens si lancia verso il pallone col suo modo generoso e un po’ sgraziato, lo colpisce di testa, finisce con la faccia nel fango. Il pallone va in rete: 1-0 per gli Usa. Il resto lo fa il portiere Frank Borghi. Sono i due eroi del pomeriggio. Poi i ragazzi americani perderanno l’ultima gara del girone e torneranno a casa, ma quella con l’Inghilterra sarà la vittoria più famosa di sempre nella storia del calcio statunitense.

La parabola di Joe, da quel giorno, sembra cambiare ma non più di tanto: si trasferisce in Francia con poca fortuna, gioca nel Troyes e nell’Olympique Alés, nel ’53 disputa la sua unica partita con la Nazionale di Haiti, nel ’54 torna in patria. Non si è mai occupato di politica, Joe, ma la sua famiglia aveva contrastato la dittatura di “Papa Doc” François Duvalier.

L’8 luglio del ’64 Joe viene arrestato dalla polizia militare (i famigerati Tonton Macoutes). Ciò che succede nelle ore successive non è mai stato accertato. Un compagno di cella racconta, anni dopo, che Joe è stato fucilato due giorni dopo l’arresto. Ucciso dagli “squadroni della morte” del dittatore come migliaia di haitiani. Negli anni successivi la fantasia supera la realtà e i racconti su Gaetjens alimentano il mito: si dice che Joe venisse dalle baracche di Port-au-Prince, che praticasse il voodoo, che in quell’estate del ’50 fosse stato convocato in Nazionale il giorno prima di partire per il Brasile, che sia stato fucilato personalmente dal dittatore “Papa Doc” Duvalier. Tutte false notizie, o perlomeno esagerazioni. L’unica verità resta quel gol un po’ goffo e tanto clamoroso segnato in Brasile. Gemma sportiva luminosissima, nella vita generosa e alla fine sfortunata di un uomo buono. Il lavapiatti di New York che fece piangere i Maestri del calcio.

Non meno movimentata l’esistenza dell’altro eroe anti-albione, il portiere di origini italiane Frank Borghi, scomparso nel 2015. Scelse il pallone quasi per caso dopo essere stato una stella del baseball. Quel pomeriggio a Belo Horizonte sventò le conclusioni di Mortensen, Bentley, Mannion e Mullen, autentici fenomeni del calcio britannico dell’epoca. Borghi, a distanza di anni, ricordando la partita, si lasciò andare a un commento semplice e al tempo stesso profondo: “Paura degli inglesi? Cinque anni prima avevo combattuto la battaglia delle Ardenne, portando a casa la pelle. Di che cosa avrei dovuto aver paura nella vita dopo quell’inferno?”. Nel 1954, al termine della carriera, decise di lasciare completamente il mondo del pallone (a quei tempi negli Usa poco più di un hobby) e diventò titolare di una rete di agenzie di pompe funebri.

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