Feed

Joey Barton sta ancora cercando la sua redenzione

By 26 Dicembre 2019

La rabbia come benzina, le mille ossessioni che hanno scandito la sua vita, la prigione e un riscatto che non è mai arrivato. Chi è stato davvero Joey Barton, il calciatore più “cattivo” del nuovo millennio?

Anthony Walker una sera di luglio 2005 stava andando alla fermata dell’autobus con la fidanzata e un amico quando, dopo essere stato insultato perché nero, alcuni ragazzi lo uccisero a colpi di ascia (o di scalpello), la ragazza e l’amico invece erano riusciti a scappare e a dare l’allarme.

Joey Barton invitò gli assassini a tornare in Inghilterra, erano infatti scappati in Olanda, pochi giorni dopo vennero arrestati a Liverpool: uno degli aggressori era Michael, fratello di Joey. Prima ergastolo, infine diciotto anni di reclusione. Il centrocampista del Machester City aveva avuto già uno zio ucciso e sua madre, quando lui aveva quattordici anni, si era separata dal marito e era andata via; due anni dopo l’arresto del fratello, nel 2007, anche Joey andò in prigione da dove scrisse:

«Sia benedetta questa mia galera, ora che sto per uscire penso soltanto a una cosa: recuperare la fiducia in me stesso, quella dei miei tifosi, dei miei compagni e dello staff del mio club. è la mia ultima possibilità».

Joey Barton

Photo by Michael Steele/Getty Images)

Una sera di dicembre del 2007, a Liverpool, Joey, del tutto ubriaco,durante una rissa per poco non uccise un minorenne. Due mesi e mezzo a Strangeways Prison di Manchester. Cercava la redenzione, solo che gli sfuggiva di continuo, quasi non gli spettasse e per certi versi sentiva il dolore del sangue di Walker.

«Iniziai a bere per conforto. Fino a 17 anni non avevo mai bevuto, iniziai a farlo regolarmente a 21-22. Il sapore non mi è mai piaciuto, ma ero giovane e sentivo un sacco di pressione: pensavo che bastasse una brutta gara e mi avrebbero fatto fuori dalla prima squadra al Manchester City».

La paura di perdere tutto, di non farcela, il terrore di ritornare nel nulla e allora ubriacarsi fino a quando non vedere dentro il bicchiere i demoni galleggiare come cadaveri a pancia sotto.  Joey Barton è considerato il calciatore più cattivo del Duemila, anche se intelligentissimo, geometrico, capace di ripartenze importanti e di verticalizzazioni assai personali oltre che abile nella fase di non possesso.

Joey Barton

(Photo by Ryan Pierse/Getty Images)

La sua rabbia è stata la sua benzina, quella capace di tenerlo in piedi e farlo scendere in campo per giocare; i rifiuti subiti quando era piccolo (soprattutto dall’Everton, di cui è tifoso) erano diventati la sua forza oscura – quella che gli viene da Huyton, sobborgo povero di Liverpool nel Merseyside. Huyton ammucchia caseggiati costruiti per i lavoratori di fabbriche che hanno poi chiuso con la crisi industriale di fine anni ’80, lasciando famiglie come fossero macerie e industrie come fossero lattine usate; il quartiere si spopolò, abbandonando i residenti al loro smarrimento.

Non a caso nel 2004, sempre in dicembre, Jamie Tandy, giovane promessa del Manchester City, intonò un coro contro gli Scouser (ossia gli abitanti di Liverpool e in particolare del Merseyside, così chiamati da lapskaus uno stufato norvegese di carne e patate molto frequente tra i marinai scandinavi della città inglese anni addietro) e si ritrovò poche ore dopo prima una giacca che gli bruciava addosso infine un sigaro spento nell’occhio: da allora, ancora oggi grida Tandy, la sua vita è stata in declino, ha fallito come calciatore, ha tentato due volte il suicidio, è rimasto coperto di debiti ed è andato in galera per percosse alla fidanzata.

Joey Barton

(Photo by Matthew Lewis/Getty Images)

Joey Barton lo ha accusato di essere solo un piagnone in cerca di alibi. Il centrocampista legge Machiavelli, Epicuro, riflette sulla morte e su quanta influenza abbiamo sugli altri, ha cominciato a farlo soprattutto quando è morta una delle figure più importanti della sua vita: il nonno.

Il senso dell’eterno è nei figli, per Joey Barton, il solo unico modo di proseguire la nostra esistenza che si disperde tra astuzie umane e atomi rassegnati al loro destino. Non era solo un mediano violento, i suoi passaggi erano essenziali, fatti con cura, non aveva timore dei contrasti e recuperava tantissimi palloni. Nel maggio del 2005 ruppe la gamba di un pedone mentre guidava la sua auto di notte, a Liverpool.

La sua carriera al Manchester City terminò due anni più tardi, primo maggio 2007, quandoBarton colpì più volte il compagno di squadra Ousmane Dabo, lasciato a terra incosciente e ricoverato in ospedale per sospetto distaccamento della retina. Quattro mesi di reclusione, pena sospesa. Andò via dopo 153 partite, 17 gol e due cartellini rossi. Nessun colpo di vento porta via davvero l’infanzia, quella di Joey è rimasta dentro le bottiglie d’alcool, sul campo e nei pugni, lui passò al Newcastle, al Qpr e al Marsiglia dove comprese la solitudine.

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

«Marsiglia è una città che vive se stessa come l’anti Francia. Come mi sentivo io. Del resto io sono di Liverpool, e anche noi lì ci siamo sempre sentiti soli contro il mondo, specie ai tempi della Thatcher. Cos’è successo poi?».

Joey viveva nel meraviglioso borgo di pescatori di Cassis, nella Provenza, venti chilometri da Marsiglia città che ha umori agri e eleganza anarchica, lontana dalla immagine gelida che si ha della Francia. Barton però ci rimase un solo anno prima di rientrare al Qpr e di lui, in Francia, si ricorda soprattutto il litigio con Ibrahimovic per uno scontro di gioco che vide il calciatore inglese mimare in maniera buffa il nasone del campione svedese; la rabbia, spesso insensata, lo arrostisce fino a renderlo incandescente, non a caso pochi mesi fa sul litorale di Newquay per il suo addio al celibato s’è azzuffato con un gruppo di persone: l’alcool rende gli uomini più fragili dei bambini e più crudeli dell’infelicità.

Joey Barton in campo era un  giocatore adrenalinico, che vedeva negli avversari un nemico da distruggere e non importa che non abbia vinto nulla, la violenza per lui era ed è il modo di immaginare il mondo, come una lunga lotta in cui prima o poi si soccombe.

 (Photo by Ben Hoskins/Getty Images)

«La prudenza è il massimo bene ed il principio di tutte queste cose. Per questo motivo la prudenza è anche più apprezzabile della filosofia stessa, e da essa vengono tut-te le altre virtù. Essa insegna che non ci può essere vita felice se non è anche saggia, bella e giusta; e non v’è vita saggia, bella e giusta che non sia anche felice. Le virtù sono infatti connaturate ad una vita felice, e questa è inseparabile dalle virtù».

Lettera a Meneceo di Epicuro, uno dei testi amati da Barton che però non trova sollievo nelle sue parole visto che fa a botte con chiunque, quasi fosse ogni momento alla resa dei conti con la vita. In nazionale Barton ci ha passato appena dodici minuti, gli ultimi, in un’amichevole persa contro la Spagna, poi di nuovo violenza e aggressioni e rabbia.

Per Joey Barton il calcio, il campo sono il fight club di cui ha scritto Palahniuk nel suo romanzo: un luogo dove sfogare la propria ansia di distruzione. Eppure questo calciatore così odiato e truce sa anche essere ironico: Bernardo Corradi, dopo un suo gol al Fulham, prese la bandierina e poggiandola sulle spalle del suo compagno di squadra Barton (che gli aveva fatto l’assist vincente) imita una investitura cavalleresca.

Joey Barton

. (Photo by Jan Kruger/Getty Images)

Lui il pallone lo gioca bene, lancio lungo, gol, non è solo un cattivo ragazzo come dicono. Ha promosso il rainbow laces, indossare lacci arcobaleno alle scarpette per affermare come nel calcio non conti l’orientamento sessuale ma solo la persona; aveva dato del frocio a Fernando Torres poi però le cose cambiano, qualcosa dentro si muove, uno zio omosessuale, le letture sulla vita e sulla morte, la nascita della figlia a cui darà il nome di Pietà (quasi una implorazione fatta perché, come scrive Ungaretti, dalle mani dell’uomo “non escono senza fine che limiti”).

Infine il triste epilogo, squalifica di diciotto mesi per aver scommesso più di milleduecento volte nel calcio nella primavera del 2006, fine della carriera, Barton si ritira ma attraverso una lettera sostiene la sua onestà, di aver giocato per mania e non per illeciti, chiunque, scrive, può confermare il suo agonismo sul campo anche quando puntava sulla sconfitta della sua squadra (“On the few occasions where I placed a bet on my own team to lose, I was not involved in the match day squad for any of those games”). Tutto è ossessione in lui, dal bere al gioco alle zuffe. Il passato resta un demone pronto a fare male, perché lui  in ogni momento si considera sempre l’inizio.

Leave a Reply