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John O’Shea, il calciatore fluido

By 22 Dicembre 2020

Storia dell’irlandese che ha giocato in tutte le zone del campo. Senza però mai essere un freak senza identità

Per certi versi John O’Shea non ha un corpo, un numero, una maglia, un ruolo, è un puzzle, un ritratto cubista alla Roger de la Fresnaye, quadrato e squadrato, il braccio distante e vicino alla spalla, il ginocchio che separa le parti e non le unisce; l’irlandese, che ha giocato per dieci anni nel Manchester United di Alex Ferguson, ha occupato ogni posizione del campo: terzino, attaccante, centrocampista e persino portiere contro il Tottenham a pochi minuti dalla fine, sostituendo Van der Saar perchè i cambi erano finiti; intervenendo in uscita una volta coi pugni e un’altra coi piedi sul connazionale Keane mostrò audacia e dinamismo pure tra i pali.

Qui non c’è corpo, come scrive la poetessa emiliana Sonia Lambertini, per la sua plasticità il calciatore irlandese appare un barbapapà capace di modificarsi a seconda delle circostanze, uno Zelig situazionista, non c’è trauma o sopruso tattico di un allenatore piuttosto la vocazione a una sola moltitudine.

Non ricordo nulla di rammendi
dei miei ritagli, solo pause
ritmi irregolari, da tremare in testa
da scordare il mondo

 (Photo by Jamie Squire/Getty Images)

Sono versi aguzzi di Sonia Lambertini, descrivono la naturale predisposizione alla molteplicità di questo tempo che si fa codice di sopravvivenza, è in O’Shea quella necessaria moltitudine che gli allenatori cercano in modo ossessivo nella squadra: i portieri devono saper impostare l’azione usando piedi da numero 10, il terzino basso deve saper fare anche l’ala, l’ala deve essere se serve centravanti o rifinitore alle spalle degli attaccanti, il centrocampista meglio ancora se si adatta a tuttocampista; la duttilità di O’Shea è l’affermazione di un calcio fluid role, passaggio da un ruolo all’altro senza più una definizione chiara su che cosa si sia in campo se non per un certo periodo; il calcio si fa liquido, secondo la definizione del sociologo polacco Bauman, non ci sono più troppe barriere, limiti, i riferimenti sociali si perdono, si passa da una zona del campo all’altra senza la sensazione di star varcando un confine o di star invadendo una zona proibita come avveniva prima. I rammendi sono spariti, esistono le catene laterali, la trasmigrazione dei ruoli, per quanto si possano avere delle attitudini è importante potersi modificare e allora si vedono sempre più attaccanti andare a recuperare in difesa e poi ripartire o difensori far partire il gioco dal basso.

“A livello internazionale mi ha aiutato giocare in diverse posizioni. È davvero un’arma a doppio taglio. Alcune persone la vedono come un ostacolo. Io la vedo come qualcosa di positivo”

John O’Shea è consapevole di essere un calciatore fluid role, ha dovuto combattere contro un pregiudizio che lo considerava freak senza identità, uno capace di resistere ai cambiamenti per fame di vivere sin dagli esordi in Carling Cup nel 1999 col Manchester United contro l’Aston Villa; un grandissimo scrittore irlandese come Sterne nel Settecento scrisse un romanzo stranissimo, “Vita e opinioni di Tristram Shandy”, dove mancava la trama, c’era un montaggio del tempo che poi veniva smontato e di nuovo assemblato: digressioni e riflessioni interrompono di continuo la narrazione che in realtà non inizia mai davvero.

Ora se un lettore cerca la trama non la trova e dirà che è un libro illeggibile, sconclusionato, insomma non è un romanzo perché non segue l’ordine che ci si aspetta. John O’Shea è un Tristram Shandy del calcio, un irregolare come Neeskens nella grandissima Olanda degli anni Settanta: lui era mediano, attaccante, regista, difensore, rifinitore anticipando in maniera però più analitica e magnifica il fluid role di questi ultimi anni. D’altra parte il Duemila oscilla da un polo all’altro senza che l’uno prevalga o sia ritenuto più autentico, si preferisce la leggerezza delle identità ormai sostanza volatile: il sesso, il lavoro, la società e anche il calcio ne sono coinvolti in questa trasformazione epocale.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

John O’Shea, dopo aver giocato anche nel Bornemouth, Anversa e Sunderland, ha concluso la sua carriera nel 2019 a trentotto anni, ha vinto scudetti e coppe con la squadra di Manchester ma la sua ultima la maglia è stata quella del Reading. Di lui resta la fluidità di ruolo, avendo il sostegno di Ferguson che lo utilizzava dove ne aveva bisogno. Il presidente d’Irlanda, Michael D. Higgins, lo ringraziò per aver rappresentato la sua terra per tanti anni con più di cento partite in nazionale, sarà un caso ma la carriera del calciatore ex Manchester United si ritrova proprio nei versi di Higgins che è anche poeta di fama mondiale.

Non un unico io,
ma gli occupanti di uno spazio condiviso in cui,
infine,
tutti i cuori possano battere
insieme,
quello spazio
di nessuna differenza
al di là dell’io
in cui la vita non sfida più
la morte

Molti calciatori sono una folla, uno spazio condiviso di ruoli, un incrocio di quello che il calcio pretende così come lo pretende la società, non più un monolite da rispettare ma un sistema liquido che guarda le differenze con sospetto, quasi fossero un gesto ostile o una dichiarazione di guerra. John O’Shea è la rappresentazione del Duemila, o almeno la sua prima parte, quella che occupa ogni parte del campo come fosse la sua.

 

 

[1] Tr. It. Enrico Terri

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