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Jordan Lečkov ha ridisegnato l’immaginario della Bulgaria

By 19 Febbraio 2021

Talento smisurato con un carattere irrequieto, ecco la parabola di un calciatore che ha elevato le contraddizioni a sistema

1989, Todor Hristov Živkov viene espulso dal partito comunista bulgaro e condannato a sette anni di carcere prima di essere costretto agli arresti domiciliari per motivi di salute; quello stesso anno, in un modesto appartamento di Nesebăr, sul Mar Nero, un certo Docho Dochev, immalinconito dalla caduta di bay Tosho (zio Tosho), come veniva chiamato Živkov dai bulgari, comincia a mettere da parte i pochi lev che guadagna, ha in mente di realizzare un omaggio; aspetta, gli anni passano ma il comunismo non torna, aspetta ancora un altro poco, intanto il Novecento, tra finte apocalissi maya e l’arrivo di google, è sparito come tutti i secoli precedenti; infine arriva il 2011, anniversario del centenario della nascita di Živkov; il mite Docho Dochev, rassegnato alla morte del comunismo, dedica al dittatore morto nel 1998 un’immagine celebrativa in suo onore.

Il 2011 è anche l’ultimo anno da sindaco di Jordan Lečkov, al suo secondo mandato, l’anno precedente era stato rimosso dal tribunale distrettuale di Sliven per cattiva condotta ma la corte d’appello di Burgas lo aveva riportato al suo incarico; la città, per liberarsi di lui, aveva votato il candidato del partito opposto! Il sindaco Lečkov era accusato di aver fatto aggiustare le strade che conducono ai suoi hotel con tanto di giardini, marciapiedi estetici e illuminazione stradale; di aver commesso atti irriguardosi verso giornalisti e polizia; di aver fatto pressioni sugli agenti del fisco per evitare accertamenti su alcune imprese, soprattutto aver firmato un contratto sulla gestione delle acque che aveva provocato  perdita enorme di danaro. Dopo un paio di pene sospese alla fine il controverso sindaco è andato in prigione per due anni.

(Photo by Marcus Brandt/Bongarts/Getty Images)

Io muoio e smagliante rinasco,
anima discorde e multiforme;
di giorno infaticato innalzo,
di notte senza pietà distruggo.

Dimcho Debeljanov, morto a ventinove anni nel 1916, sul fronte macedone, mentre l’impero ottomano si sfaldava per sempre; nei suoi versi la vita di Jordan Lečkov: morte e ancor morte poi vita da riempire i giorni come granai. Magnifico calciatore tanto da essere soprannominato “The magician”, tra i più grandi Bulgaria e tra i pelati più forti di sempre, secondo un importantissimo quotidiano inglese – era sia attaccante che centrocampista di sinistra offensivo dotato di tecnica, prontezza, rapidità in area di rigore e visione di gioco.

(Photo by Beate Mueller/Bongarts/Getty Images)

La sua calvizie era celebre quanto il talento e il carattere irrequieto; in Bulgaria il gol che fa parte dell’immaginario del paese è suo: colpo di testa in tuffo contro la Germania ai Mondiali del 1994, semifinale contro l’Italia e quarto posto finale. La sua testa, su cui era poggiato un singolo ciuffo che sembrava muschio, è oggi icona di un popolo che spesso gli perdona le sue impertinenze. Gol leggendario, come la caduta del muro. Dopo aver giocato prima nello Sliven poi nel Cska Sofia se ne va in Germania, all’Amburgo, nel 1992, ci resta quattro anni prima di andare al Marsiglia, tanti progetti altrettanti fallimenti in  un solo anno, è il momento di cambiare di nuovo, direzione Turchia: Beşiktaş. Solo che lui ha, come si intitola la poesia di Miriana Basheva, un carattere difficile.

Come una pietra al collo,
come il segno di un coltello,
come un velo nero,
un soldo di rame antico,
io ti porto sempre addosso,
non importa se mi pesi
dalla testa ai piedi,
non importa se soffro!

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Sembra quasi che Jordan Lečkov parli a se stesso. Accade, come sempre, la vita. Contrasti con la federazione bulgara, sontuoso centrocampista agli Europei 1996, sua moglie non lo segue in Turchia, lui litiga con l’allenatore, torna in Bulgaria, annuncia il suo addio al calcio salvo poi giocare con la nazionale in un’amichevole contro l’Argentina. Tre anni di sospensione. Mondo marcio, mondo cane, mondo a pezzi.
Davvero un carattere difficile e un talento immenso sul campo. Quel gran cranio si fa sineddoche della sua vita esposta a qualunque urto, una protuberanza indispettita dai divieti che richiamano le drammatiche sottrazioni dell’era Živkov; non c’è alcun priapismo gaddiano nella forma piuttosto la cruda sfrontatezza di un calciatore che rappresenta un popolo costretto per decenni all’alopecia sociale. Resta fuori dai mondiali del 1998, in Francia. Il tempo, però, passa.  Jordan Lečkov torna a giocare, primo nel Cska Sofia poi nello Sliven, sembra quasi una carriera palindroma: leggendo al contrario la fine sarebbe come l’inizio; arriva il 2004, questa volta smette sul serio.
Hanno inizio nei suoi giorni alberghi, scuole calcio, documentari, politica. Una vita girandola, senza sosta, sempre di fretta, nessun rammarico per i tre anni di calcio persi, esistenza troppo piena per accorgersi della mancanza, Lečkov è una cabina zeppa di oggetti di scena, non sai mai quale sarà la prossima; essere soltanto un calciatore, per quanto grande, non gli basta, pure se cade nella corruzione, nella esecrazione pubblica, nell’antico vizio della politica. D’altra parte gli uomini sono conti alla rovescia e quello che accade tra un numero e l’altro sono le nostre vite, come fossero tante penombre.

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