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Jorge Jesus, coraggio e ambizione

By 2 Dicembre 2019

Jorge Jesus dice che un allenatore non deve avere meno creatività dei suoi giocatori. Per questo ha voluto sempre rinnovarsi e non ha mai avuto paura di lanciarsi in sfide anche complicate. Ecco la storia di un allenatore che ha finalmente trovato la sua consacrazione definitiva

Un anno fa, Jorge Jesus si ritrovò sulla panchina dell’Al-Hilal, in Arabia Saudita, quasi per riflesso condizionato, senza rendersene conto. Più che un buen retiro, fu un ripiego urgente con il rischio di incorrere nell’oblio, mentre si lasciava alle spalle Lisbona dopo averla data alle fiamme.

Suo padre Virgolino de Jesus aveva fatto parte del primo vero grande Sporting della storia, quello degli anni Quaranta, trascinato dalla leggendaria delantera dei Cinco Violinos: anche lui era un attaccante, ma la sua fisicità esile gli impedì di trovare spazio in quel potentissimo quintetto. Il professionismo nel calcio era ancora una chimera e per tutta la carriera continuò a lavorare da saldatore, ma le dieci partite che aveva giocato in tre anni insieme a quella storica formazione furono un motivo sufficiente per tesserare come socio dei Leões suo figlio Jorge, appena compiuti i tredici anni. Su questa scia, iniziò la parabola nel calcio di Jorge Jesus.

Foto LaPresse/Fabio Ferrari

Esattamente come Virgolino, giocò una dozzina di partite allo Sporting. A differenza di Virgolino, però, riuscì a lasciare il lavoro nella ditta di cavi elettrici e dedicarsi al calcio, prima da calciatore e poi da allenatore. Il punto di incontro tra le due carriere, simbolicamente, avvenne un giorno del 1989, durante una partita di quarta divisione portoghese.

All’intervallo, l’Amora stava dominando e l’Almancilense, sotto di tre gol, decise di mandare in campo un centrocampista trentacinquenne, che compensava le carenze atletiche e la mancanza di potenza fisica con tecnica, velocità di pensiero e comprensione del gioco superiori. Dal centro del campo fece sentire la propria presenza a tutti i compagni per quarantacinque minuti, dando indicazioni e guidandoli fino al pareggio. A fine partita, il presidente dell’Amora gli si avvicinò e gli propose la panchina della squadra per l’anno seguente: “Non sei l’allenatore, ma ho visto che eri tu a dirigere la squadra”.

Secondo Jorge Jesus, un allenatore non può avere meno creatività dei suoi giocatori, anzi, dev’essere un artista, un visionario: la testa di un tecnico deve sempre essere accesa e recettiva. Anche durante partite di hockey o di basket, in cui spesso ha cercato e trovato tracce da applicare alle situazioni di gioco del calcio. Fin dai suoi anni da giocatore era affascinato dalla figura di Johan Cruyff, dalla sua Olanda e dal livello superiore di elaborazione che raggiungeva il suo calcio; negli anni Novanta si stabilì per un mese a Barcellona e osservò da vicino i blaugrana di Cruyff, perfezionando e rifinendo la propria idea di calcio offensivo.

(Photo by Bruna Prado/Getty Images)

Con il suo stile, influenzato anche dal sistema difensivo del Milan di Sacchi e aggiornato durante tutto l’arco della sua carriera, scandagliò la periferia calcistica portoghese per dieci anni, dalla sua Amadora – città operaia fuori Lisbona – al nord, dove ottenne la sua prima vera occasione, lo Sporting Braga, finché il Benfica non decise di puntare su di lui.

Per misurare l’importanza e l’impatto del suo lavoro agli Encarnados, basterebbe considerare che nel suo primo anno, il 2009-10, vinse il terzo campionato delle Águias in ben sedici anni: in quel periodo il baricentro del futebol si era spostato a nord e, grazie a Jesus, il Benfica torno ad avere un ruolo attivo nel dualismo con un Porto fino ad allora dominante. Diventò l’allenatore più vincente della storia del club con dieci titoli conquistati, ma questo non dice nulla su che tipo di allenatore sia.

Dice tutto, invece, il primo tempo indemoniato di Enzo Pérez nella finale di Lima, quarantacinque minuti in cui il River ha sfigurato il Flamengo portando agli estremi i suoi tratti distintivi e negando all’avversario di esprimere i propri. Prima di incontrare Jorge Jesus, Enzo Pérez era l’esterno destro del 4-4-2 con cui Alejandro Sabella portò l’Estudiantes a vincere la sua quarta Libertadores; arrivato al Benfica, il portoghese decise di cambiargli ruolo. “Stai tranquillo, faremo pratica” gli disse Jorge Jesus, come riporta lo stesso centrocampista a La Nación, che aveva in mente per lui un posto nel doble cinco. “Ti farò vedere alcuni video e faremo degli esercizi d’ora in avanti”.

(Photo by Wagner Meier/Getty Images)

L’argentino era scettico, ma il lavoro penetrò e a fine anno venne premiato come miglior giocatore del campionato portoghese, tre anni prima di diventare l’elemento chiave nel dare equilibrio e avviare la prima distribuzione nel River Plate. In un’intervista a Efe, invece, lo stesso Jesus si vanta di aver svoltato la carriera di Nemanja Matić, impostandolo come centrocampista più difensivo di quanto già fosse.

Nelle sue sei stagioni al Benfica, tantissimi giocatori hanno raggiunto il proprio picco, che sia di rendimento o di hype: David Luiz, Ramires, Di María, Saviola, Cardozo, Matic e molti altri. Qualcun altro, come Bernardo Silva, non è stato capito. Nell’entropia che domina il calciomercato delle Águias da ormai parecchi anni, Jorge Jesus ha saputo imporre un proprio ordine, assemblando una squadra sempre competitiva e grado di respirare il suo calcio, costruendo molti giocatori ancora a metà strada nel loro sviluppo e sapendo incassare il colpo delle costanti cessioni. La narrativa del River Plate di Marcelo Gallardo, prima del River Plate di Marcelo Gallardo.

La carriera di Jorge Jesus è sempre rimasta legata al contesto nazionale. Un fatto che di certo ha limitato la considerazione del suo lavoro e, probabilmente, più legato alla lingua o a motivi personali, piuttosto che a una questione di ambizione. Il concetto di comfort zone si scioglie di fronte alla risolutezza con cui, dopo un ciclo entrato nella storia –  che non sarà stato ai livelli della “poltrona blu” lasciata da José Mourinho a Oporto, ma ha aggiunto alla bacheca del Benfica tre campionati su sei giocati – ha deciso di gettare all’aria la stima e l’idolatria del tifo encarnado passando direttamente, da una stagione all’altra, sulla panchina dei rivali dello Sporting.

(Photo by Ian Walton/Getty Images)

Servono coraggio e ambizione per farlo, specie dopo aver giocato e perso senza demeritare contro Chelsea e Siviglia due finali europee che avrebbero cambiato la percezione del suo Benfica, di lui e che, per quel che può contare, avrebbero rotto la maledizione di Bela Guttman. Jorge Jesus chiudeva un cerchio che aveva aperto proprio il padre Virgolino, arrivando ad allenare il suo primo vero amore calcistico, ma era attirato dalla sua feroce mentalità vincente, che non si sarebbe mai lasciata scappare l’opportunità di riportare all’Alvalade un campionato che mancava (e continua a mancare) dal 2002.

Jorge Jesus diventò Jorge Judas, per i suoi ex tifosi. Ancora una volta, sfiorò l’obiettivo il primo anno, il secondo fece peggio, mentre il terzo terminò con un’aggressione dei tifosi nei confronti della squadra durante un allenamento. Il clima era ingestibile e un ciclo iniziato con buone premesse finì con la terra bruciata intorno: da quella parte di Lisbona c’era il caos, l’altra lo odiava. Lisbona, per Jorge Jesus, era una città in fiamme.

“Non sono Eça de Queiroz” rispondeva a chi criticava il suo modo di esprimersi. Eça de Quieroz è una delle figure capitali della letteratura portoghese, che il tecnico di Amadora ha citato ammettendo di non aver studiato e pretendendo di essere giudicato soltanto per come allena. Probabilmente, senza sapere che il romanziere aveva iniziato la propria parallela carriera giornalistica con alcune pubblicazioni mensili, chiamate “As Farpas”, che erano sostanzialmente dei commenti affilati sui costumi della società della seconda metà dell’Ottocento.

(Photo by Lukas Schulze/Bongarts/Getty Images)

In questo, Eça de Quieroz e Jorge Jesus qualcosa in comune effettivamente ce l’avevano: saper puntare dritto al nervo scoperto di chi ascolta. “Giocherò contro un Benfica che non è cambiato per niente, che ha ancora le mie idee di gioco, mentre qua io ho cambiato tutto” ha dichiarato prima della sua prima vera partita da allenatore dello Sporting, la Supercoppa contro il Benfica del suo successore Rui Vitoria. Anche in campo, vinse Jesus.

Non sarà Eça de Queiroz, ma non si è mai tirato indietro quando c’è stato da parlare, anche a costo di mettersi in posizioni difficili: le sue frasi più famose sono quelle in cui si è dimostrato geloso e orgoglioso del proprio lavoro, addirittura da ritenersi il migliore (ma di non poterlo dimostrare finché non avrebbe vinto una Champions League). Una possibilità importante in questo senso, invece, l’ha ricevuta dal Flamengo, che gli dato le chiavi della squadra più tifata al mondo – in Brasile, i tifosi del club di Rio de Janeiro sono quaranta milioni, per l’appunto, la Nação rubronegra – oltre a una rosa seriamente ambiziosa.

Il Mengão, infatti, persegue da tempo una gloria proporzionale alla propria grandezza, spendendo grosse somme per allenatori e giocatori di primo livello, senza però riuscire a muovere la propria condizione di gigante dormiente. L’ultimo campionato dei quattro vinti risaleva a dieci anni fa, mentre l’unica Copa Libertadores la vinse Zico nell’81. Jorge Jesus, nel frattempo, aveva lasciato l’Al-Hilal, perché la sua voglia di rientrare nel vivo del calcio aveva spinto la dirigenza a lasciarlo libero.

(Photo by Ian Walton/Getty Images)

Al Flamengo, con i suoi modi freddi ma attenti e appassionati, è riuscito a mettere tutto al posto giusto nel giro di sei mesi. La squadra grondava di talento anche con Abel Braga, ma sembrava sospesa a un 60% del suo potenziale: Jorge Jesus è stato in grado fin da subito di sfondare quel muro. Il suo Flamengo è una squadra moderna, aggressiva e offensiva, con possibilità di costruzione e rifinitura immense in ogni zona del campo: l’uscita bassa che il tecnico portoghese chiede è livelli altissimi, grazie agli arrivi di due terzini tecnicamente sovradimensionati come Filipe Luis e Rafinha e alla presenza di centrali come Rodrigo Caio e Pablo Mari.

In mezzo, Gerson è un tassello importantissimo di una manovra che sfrutta al massimo le doti di palleggio di tutti i suoi effettivi e si basa sulle rotazioni di trequartisti e punte. Un 4-1-3-2 che davanti ha l’esempio più lampante di quanto sia incisivo Jorge Jesus: il duo Gabigol-Bruno Henrique – 43 gol in campionato e 14 in Libertadores – due giocatori di spessore indiscutibile per il contesto, potenziati al massimo e capiti come non mai dal tecnico di Amadora. Bruno Henrique, forse ancor più dell’ex Inter, è la vera intuizione: dal ruolo di esterno che occupava con Braga, è stato trasformato in una seconda punta con grandi responsabilità di lettura del gioco. Sa scegliere quando accentrarsi per eseguire giocate come il passaggio a spezzare la pressione dei difensori del River sull’azione del primo gol, oppure quando puntare l’uomo o attaccare la profondità con il suo scatto bruciante.

Un giocatore vitale per la manovra e perfettamente coordinato con il suo compagno di reparto, Gabigol, a cui l’incontro con Jorge Jesus ha finalmente completato il percorso di metamorfosi da ala a un numero nove associativo e prolifico, che già altri allenatori avevano provato a iniziare. La chiave, anche per Barbosa, è stata potersi trovare sempre nel vivo del gioco. A Lima lo è stato in occasione del primo gol, spingendo il pallone in rete a porta vuota, come a ricordare che il 2019 è il suo anno di grazia, e poi nella rete del 2-1, una letale conclusione mancina arrivata al culmine emotivo di una partita di enorme difficoltà, sia individuale che collettiva.

(Photo by Daniel Apuy/Getty Images)

A Rio de Janeiro, Jesus ha trovato un contesto in cui ambizioni e disponibilità vanno di pari passo e, potenzialmente, per questo motivo può pensare di aprire la prossima dynasty del calcio sudamericano, lavorando sui difetti di una squadra fenomenale, imbattuta da ventisei partite. Ma soprattutto, ha ottenuto un’occasione per ricevere quel qualcosa in più che in Europa non ha avuto e che forse non aveva tutti i torti a pensare di meritare. Il fatto che oggi si parli dell’ex allenatore di Benfica e Sporting e si evidenzi il suo lavoro, che è poi lo stesso di quanto al posto di Gabigol e Bruno Henrique c’erano Cardozo e Saviola o Slimani e Teo Gutierrez, è forse la conseguenza più bella di questa vittoria.

Per questi e molti altri motivi, tra i quali paradossalmente non figura la finale vinta, nessuno meritava questa Copa Libertadores più di Jorge Jesus.

Federico Raso

About Federico Raso

Classe ’97, appassionato di Sudamerica. Dei suoi libri, della sua musica e del suo fútbol. 

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