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José Touré ha combattuto contro il suo ego

By 23 Gennaio 2021

Un infortunio al ginocchio gli impedì di partecipare ai Mondiali del 1986. E Touré, l’attaccante francese più forte di quegli anni, entrò in un tunnel fatto di alcol e droga

Nessuno è mai del tutto colpevole, e nessuno è mai totalmente innocente. Lo sa bene José Touré, ex calciatore di origini maliane che in più di un’occasione ha sfiorato la grandeur francese senza riuscire mai ad afferrarla davvero. Oggi, a 60 anni, ha scelto la strada del dialogo e della riflessione per raccontare una vita dove ha faticato a dissimulare la necessità di soddisfare anzitutto il proprio ego.

“Mi sono sempre considerato un fenomeno, qualcosa in più di un semplice campione. Una condizione mentale che mi ha trascinato verso il basso piuttosto che regalarmi soddisfazioni ed encomi”. Nel 1985 Touré era probabilmente l’attaccante più forte in circolazione in Francia. Era esploso nel Nantes e non aveva lasciato indifferente l’allora ct transalpino Henry Michel che l’avrebbe voluto al fianco di Rocheteau per tentare di mettere al sicuro l’iride nel corso della campagna messicana.

Di fatto Touré giocò tutte le gare di qualificazione ai mondiali, realizzando gol pesanti e trasformando in oro gli assist di Platinì e Tigana. Poi però accadde l’imponderabile, il 19 marzo 1986, contro l’Inter in Coppa Uefa, Touré si ruppe i crociati del ginocchio sinistro e fu costretto a saltare i mondiali. Michel scelse Stopyra come compagno di reparto di Rocheteau e convocò a sorpresa un giovanotto di belle speranze che stava facendo cose interessanti in Belgio, Jean Pierre Papin.

PHOTO JULIEN CROSNIER / DPPI 

A Touré rimase solo la piccola consolazione di ritrovarsi nella collezione delle figurine Panini, preparate prima della sua grave defezione. Il resto della storia è ben nota a tutti: la Francia fece fuori l’Italia dei suoi eroi compassati e vetusti, si sbarazzò del Brasile alla lotteria dei rigori, in una delle gare più intense e drammatiche nella storia della Coppa del Mondo, ma in semifinale una punizione laser di Brehme fece calare il sipario sulle ambizioni dei galletti.

Touré, da casa sua, affermò in maniera plateale: “con me in campo sarebbe stata un’altra storia. Avremmo battuto la Germania e in finale anche l’Argentina di Maradona”. Affermazioni che non furono particolarmente apprezzate da critici e tifosi e fu quello il momento (assieme alla gamba sinistra che non ne sapeva di guarire) della caduta libera di Touré.

Dal Nantes si trasferì al Bordeaux, senza più tornare a incantare le folle o a terrorizzare i difensori avversari. “Ho conosciuto in quegli anni l’alcol e la coca. Ho vissuto l’inferno a tutto tondo. Salivo in auto, completamente strafatto e mi spostavo da Saint Tropez a Parigi, senza un reale motivo o una necessità impellente. Bruciavo soldi, compravo cose che non mi servivano e cambiavo una donna ogni sera”. La vita sregolata a volte risparmia i piedi educati di un calciatore privo di lucidità. E così Touré, nonostante la dipendenza dalla coca, riuscì a rifarsi una sorta di verginità nel Monaco, trascinando la squadra alla finale di Coppa di Francia.

L’ex funambolo di origini maliane ha lasciato entrare dalla cornice nera del suo animo sopraffazione e depressione. Ha vissuto di continue sbandate, vivendo un’esistenza deformata e prepotente. “Quando ho compreso ciò che avevo combinato avevo 32 anni, ed ero un ex calciatore. Non è stato facile rimettersi in carreggiata. Ce l’ho fatta, ho sbandato ancora, sono scappato in Mali da mio padre, ma alla fine ne sono venuti fuori”.

Oggi Touré fa il commentatore televisivo, lo speaker radiofonico (dove parla di musica africana) e osserva qualche bambino prodigio da portare a Nantes. E’ logicamente orgoglioso di come la Francia sia riuscita nel tempo ha concretizzare quelli che per lui sono stati soltanto sogni andati in frantumi. “Senza dimenticare quanto sia stato determinante il sangue africano come il mio. La cavalcata trionfale è stata condotta in campo soltanto da cinque francesi doc (Lloris, Pavard, Hernandez, Giroud e Griezmann). Sono stati muscoli e fervore degli atleti delle ex colonie ad aver tamponato limiti tecnici e sportivi evidenti. E’ stata l’apoteosi di Umtiti (Camerun), Pogba (Guinea), Mbappé (Camerun), Matuidi (Congo), Kanté (Mali), Fekir (Algeria) e Dembelé (Mauritania). Il continente nero ha trionfato, seppur sotto mentite spoglie”.

Sulle note vicende del 1986, Touré oggi è molto meno spaccone. “Con me in campo avremmo perso lo stesso. Era destino, come quattro anni prima in Spagna. Era una Francia che si esprimeva, ma non del tutto. I tedeschi erano più pratici. Quando lo siamo diventati noi abbiamo portato a casa due Coppe del Mondo”. 

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