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Basurco, il pastore di anime che ha segnato in Libertadores

By 27 Agosto 2019

Juan Manuel Basurco è un prete, ma è anche un attaccante. Inviato in Ecuador come missionario, comincia a giocare nel Barcellona di Guayaquil con buoni risultati. E nel 1971 segnerà addirittura uno storico gol in semifinale

Il parroco d’Ambricourt, prossimo alla fine, decise di farsi assolvere i peccati da un suo compagno di seminario, ex prete per amore di una donna, che rimase turbato dalla scelta di essere proprio lui a doverlo accompagnare alla morte e alla resurrezione; è il finale del romanzo di Georges BernanosDiario di un curato di campagna”, che anticipa l’epocale apertura al dolore del mondo del Concilio Vaticano II.

Nel marzo del 2014 a San Sebastián, nei Paesi Baschi, muore a settant’anni un certo Juan Manuel Basurco, marito e padre di due figli; aveva insegnato in varie scuole della zona per molti anni diventando assai popolare tra gli studenti: nel letto non era per nulla intimorito dall’inferno cattolico che da secoli vorrebbe sbranare corpi e invece continuano ad arrivargli anime.

Basurco era un ex prete proprio come l’amico del parroco di Ambricourt, nella sua morte mancavano il gelido giudizio di Dio, la tenebra della condanna e la notte oscura di San Juan de la Cruz perché “Cosa importa? Tutto è grazia”, come aveva affermato il parroco di Bernanos, chiudendo il romanzo e restituendo speranza all’uomo fatto di cattiva volontà. Juan Manuel Basurco (secondo alcuni invece Bazurko) era diventato sacerdote intorno al 1968 quando il gruppo indipendentista Eta (Euskadi Ta Askatasuna, “Paese basco e libertà”) uccise prima la guardia civile Josè Pardines a un posto di blocco e poi, primo omicidio politico, il poliziotto Melitón Manzanas, responsabile della Brigada Politico Social provinciale di San Sebastián.

L’anno dopo Juan Manuel partì dalla Spagna franchista come missionario per l’America Latina, prima destinazione sacerdotale la parrocchia di San Camilo de Quevedo provincia di Los Ríos in Ecuador, chiesa di San Cristóbal. Subito i fedeli non solo riempirono la chiesa incuriositi dalla sua bellezza (molte donne  affollarono le panche) ma vennero poi a conoscenza della sua passione per il calcio e del suo desiderio di continuare a giocare.

“Si en el púlpito es bueno, en el área es mejor”, si diceva nel piccolo centro con una certa ironia. In Ecuador padre Basurco cominciò a giocare nella squadra locale del San Camilo Sports Club, era un centravanti abile e potente, segnava molto e dai paesini attorno venivano a vedere il prete – calciatore. Basurco si accorse, in quelle partite, di quanta povera gente ci fosse a bordo campo, di quanta miseria ricoprisse quel paese e di come gli stracci fossero piaghe, aumentando la sua convinzione a vivere Cristo non come rito ma come vangelo.

Nel 1970 cominciò a giocare con la Lega sportiva universitaria di Portoviejo, serie A dell’Ecuador, per farlo chiese ancora una volta il permesso alle autorità ecclesiastiche dando però la precedenza al suo impegno di parroco – lui non si allenava durante la settimana perché aveva il catechismo, i sacramenti, i fedeli da seguire, la burocrazia da sbrigare però la domenica, dopo la messa, calzava scarpini e indossava pantaloncini per giocare non prima di aver fatto qualche breve esercizio di riscaldamento.

Basurco ha voluto vivere, nella gioia, la sventura (malheur) di cui parla Simone Weil: si tratta della trama di forze meccaniche (la pesanteur) che rende l’uomo un qualsiasi oggetto del creato che “sradica dalla vita, equivale, più o meno, alla morte”, però è anche vero che la sventura rivela all’uomo la sua soggezione alla necessità e che l’io è un’illusione che ha bisogno degli altri. La sventura, così radicata nella vita, non impedisce all’anima di mantenere il suo amore (“bisogna soltanto sapere che l’amore non è uno stato d’animo, ma un orientamento”) per gli altri e per Dio, la direzione che prende la libera dalla inevitabile presenza della pesanteur.

Padre Basurco segnava e pregava, benediva i vivi e i morti, stava tra la grazia e il creato, con la pianeta e con la divisa sociale; ogni giorno la sventura si presentava ai suoi occhi, spesso suonava con i giovani della parrocchia e dei quartieri, organizzava campionati tra squadre di comunità rurali vicino a San Camilo. Intanto celebrava la Santa Messa la domenica e i soldi che aveva guadagnato con il Portoviejo li utilizzò per riparare la cappella – le sue esibizioni lo portarono in breve al più importante club ecuadoregno, lo Sporting Club di Barcellona di Guayaquil.

Jaun Manuel Basurco

In questa cittadina nel 1953 aveva transitato non si sa per quanti giorni un giovane Ernesto Guevara de la Serna che abitò nel quartiere Las Peñas, nella casa che era stata del dottore libanese Fortunato Safadi e di sua moglie Ana Moreno, entrambi militanti del Partito Comunista Ecuadoregno (“Il giorno successivo abbiamo iniziato la marcia per Santa Marta, dove abbiamo preso una barca che ci ha portato lungo il fiume a Puerto Bolívar, e dopo tutta la notte di navigazione siamo arrivati a Guayaquil al mattino, ho sempre l’asma”, scriveva Guevara nel suo diario).

Il trasferimento del giovane prete rischiava di far trascurare il suo lavoro pastorale tra i bambini poveri della scuola della parrocchia e nel suo nuovo club giocò pochissimo perché l’allenatore brasiliano, Otto Viera, era contrario a un personaggio del genere nella sua squadra. In Basurco c’era l’urgenza della bontà, non quella di entrare in campo e non si lamentò mai. “Affrettiamoci a essere buoni”, scriveva il diarista svizzero Amiel e l’attaccante del Barcellona di Guayaquil ne aveva fatto una ragione di vita.

Arriva, però, per ognuno un giorno che resta, di quelli che non andranno via nemmeno con la morte e così fu pure per padre Basurco intorno alle 22.50 del 29 aprile 1971 allo stadio Jorge Luis Hirschi davanti a ventimila spettatori, nelle semifinali di Copa Libertadores contro i tre volte campioni argentini dell’Estudiantes. Una partita che sarebbe dovuta essere un massacro perché la squadra ecuadoregna si presentava come l’agnello all’altare, era considerata una di terza categoria rispetto agli argentini.

Tuttavia quando giunse il minuto sessantadue, dopo una partita di martirio e sofferenza, sulla sinistra si avviò una delle leggende del calcio ecuadoregno, Alberto Spencer, il quale lanciò la palla a padre Basurco che, sull’uscita del portiere Gabriel Flores, segnò di destro tra lo sconcerto degli spettatori convinti di assistere a una mattanza calcistica; invece l’ultima mezz’ora, per quanto fu uno stato d’assedio, non schiodò il risultato da quello che apparve in Argentina scandalo e vergogna.

Juan Manuel Basurco

Da allora in Sudamerica questa vittoria è chiamata ‘Hazaña de La Plata’ (impresa di Plata). Dopo il gol corsero ad abbracciare il goleador, Arístides Castro, commentatore di Radio Atalaya, urlò: “Beati i bottini benedetti di padre Basurco”. Padre Basurco invece non era molto interessato alle glorie calcistiche, effimere come la gioia, tornò alla sua parrocchia per dedicarsi ai poveri, ai bambini, ai fedeli, a Cristo che intanto dalla croce non s’era mosso per abbracciarlo dopo il gol – continuò a giocare nella Liga Sportiva Universitaria di Portoviejo, prima di smettere nel 1972.

Scomparve tra messe e celebrazioni poi decise di tornare in Spagna per insegnare filosofia, abbandonando il calcio ma anche il sacerdozio, quasi come se quel gol, regalando la felicità a un popolo umiliato, fosse stata luce gloriosa della sua missione cristiana. Del resto della vita di Basurco sappiamo soprattutto della sua morte, che ha accolto ogni sua opera di misericordia, compreso quel gol nella notte.

Le illustrazioni del pezzo sono di Salvatore Parola.

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