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Jude Bellingham sta crescendo in fretta

By 25 Settembre 2020

A 16 anni è diventato titolare in Championship con il Birmingham City, a 17 è stato acquistato dal Borussia Dortmund per 25 milioni di sterline (e ha segnato nella sua gara d’esordio). Il centrocampista è già una certezza per il futuro del calcio inglese

In sede di mercato, a fare effetto era stata la cifra: 25 milioni di sterline per passare dal Birmingham City al Borussia Dortmund, abbastanza per farne uno degli under 18 più costosi di sempre. Magari non un record in senso stretto, ma Jude Bellingham, 17 anni compiuti lo scorso giugno, non aveva ancora una presenza in massima divisione. A Dortmund non ci hanno pensato più di tanto, né si sono scandalizzati per la cifra richiesta: non si è titolari a 16 anni in un campionato come la Championship se non si ha talento e così, nel tentativo almeno di ripetere l’operazione Sancho, ecco Bellingham in Germania. Previsione della vigilia: ampie possibilità di essere già nella sua prima stagione in Bundesliga una prima scelta per il centrocampo di Favre. Ebbene: debutto dal 1’ in Coppa di Germania contro il Duisburg e rete immediata che ne fa il più giovane marcatore della storia giallonera. Ma che giocatore è Jude Bellingham?

Classe 2003, allievo sin da bambino dell’Academy dei Blues di Birmingham, ha una storia giovanile contrassegnata da una caratteristica peculiare e ripetuta con costanza, quella cioè di essere stato o un sotto età o comunque il più piccolo della squadra. Piccolo in termini anagrafici e non morfologici, s’intende, perché la maturazione fisica precoce lo ha agevolato in questo: nella Academy, ha giocato quattordicenne nell’under 18 e quindicenne nell’under 23, e nelle varie selezioni giovanili della nazionale inglese è sempre diventato capitano ben prima della sua ipotetica uscita per raggiunti limiti d’età; non può stupire insomma che a 16 anni Pep Clotet, allenatore del Birmingham City, gli abbia affidato una maglia da titolare in prima squadra.

Nessun azzardo, ma il rischio che potesse accusare qualche legittima battuta a vuoto, al cospetto di marpioni di categoria e con una squadra di bassa classifica, c’era. Nulla di tutto questo: Bellingham ha confermato di possedere il senso della posizione – delle posizioni in realtà: Clotet lo ha schierato in tutti i ruoli del centrocampo, esterni compresi, con la predilezione per il lato mancino – e una fisicità di tutto riguardo, mostrando maturità di gioco in entrambe le fasi, al punto che oggi è difficile dire quale sia la sua esatta posizione, se sia più efficace come centrale o come mezzala. Versatile, di certo, lo è.

(Photo by Richard Heathcote/Getty Images)

Non sono tanto o solo i numeri (e i record: più giovane debuttante e marcatore del club, 44 presenze complessive delle quali 35 da titolare e 4 reti, la cifra del trasferimento in Germania) a raccontare la sua esplosione, quanto le doti evidenziate nonostante il gap di esperienza ed età con avversari e compagni. Allo stato dell’arte, il paragone più sprecato per lui – tolto quello con Sancho, che regge più che altro per questioni di mercato – è con il primo Dele Alli, al quale peraltro fisicamente assomiglia parecchio.

Clotet lo ha via via avanzato di qualche metro nel corso dei suoi esperimenti, essendo abile Bellingham con entrambi i piedi, eppure uno degli aspetti che più è saltato all’occhio nelle sue prestazioni è l’estrema pulizia ed efficacia nei tackle e negli uno contro uno quanto si tratta di recuperare il pallone, con interventi maiuscoli per tempismo e concentrazione. Le ammonizioni – 7 in campionato e non tutte per gioco falloso, compreso un giallo per uno scambio verbale con Mitrovic del Fulham al St. Andrew’s – certificano la mancanza di timore riverenziale e un’aggressività considerevole, aspetti che, uniti ad una certa carenza, migliorabile, nel numero di passaggi progressivi (4,7 a partita, mentre tutti i centrocampisti futuri suoi compagni del Borussia la scorsa stagione hanno superato i cinque e alcuni si sono avvicinati al 7: i dati sono di Total Football Analysis) potrebbero fare ipotizzare per lui anche un eventuale futuro box to box sì – perché ormai sono tutti box to box, anche quelli che non lo sono… – ma con compiti più difensivi. Sta a Favre ora delinearne il futuro.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Le risatine e le polemicucce scaturite dalla singolare decisione del Birmingham City di ritirare la sua maglia numero 22 rappresentano poco più che contorno, di colore, e del resto si potrebbe discutere in generale della sensatezza di una pratica relativamente recente nello sport europeo, spesso un po’ ammiccante nei confronti dei tifosi e un po’ furba dal punto di vista commerciale, ancor più che genuina.

Dettagli, mentre al contrario è interessante notare come, in Premier League, si stiano mettendo in luce diversi ragazzi nati dal 2000 in avanti e già capaci di ritagliarsi spazi assai significativi anche in grandi realtà: Phil Foden (maggio 2000), ha alle spalle oltre 70 presenze ufficiali con il Manchester City, Callum Hudson-Odoi ha già esordito in nazionale e Mason Greenwood (ottobre 2001) viene da 10 reti in campionato con lo United, mentre Ryan Sessegnon (maggio 2000) è rimasto decisamente ai margini del Tottenham Hotspur e ha davanti una stagione – in prestito o a Londra per convincere Mourinho – per ritornare in auge dopo le eccellenti stagioni da teenager al Fulham. Loro, Sancho, Bellingham, i già veterani Dele Alli (1996), Rushford (1997) e Alexander Arnold (1998): giovani e giovanissimi in orbita Southgate. A chi segue il calcio inglese e ha qualche anno in più, torna in mente il per nulla lungimirante vaticinio di Alan Hansen, nel 1995 nel corso di una puntata di Match of the day, nei confronti di uno United in cui Ferguson dava fiducia ai Neville, Scholes, Beckham e Giggs, tutti fra i 20 e i 22 anni: «You can’t win anything with kids», disse.

Notevole, tanto che per quella frase l’ex Liverpool è ancora oggetto di sberleffo. Ecco: la generazione dei new kids inglesi attuali male non è affatto. Southgate, quarto in Russia come lo fu Robson in Italia con una squadra ben più forte, ha più di un motivo per essere ottimista.

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