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Fra Juventus e Ajax è una sfida padri contro figli

By 15 Aprile 2019

I nipotini di Cruyff si preoccupano del gioco. I bianconeri, ossessionati dal tempo che passa, dello scopo. Un dualismo che sembra uscito da Peter Pan

È uno schema che abbiamo già visto in queste settimane: ragazzi contro adulti. È questo il riassunto della partita tra Ajax e Juventus. Pensate a Greta, nipotina di Alex Langer, e Simone, nipotino di Pier Paolo Pasolini, poi tornate alla Johan Cruyff Arena e ritroverete la comune sfrontatezza, l’andare contro con semplicità, mentre gli adulti si preoccupano dello scopo, i ragazzini, questi ragazzini, i nipotini di Cruyff, si preoccupano del gioco.

Tra scopo e gioco vincerà sempre il primo, lo sapeva persino Cruyff che perse contro Fabio Capello, lo sapeva la sua Olanda che perse con Germania e Argentina, ma ancora oggi ci ricordiamo degli sconfitti e non dei vincitori, è uno dei pochi casi dove il gioco ha prevalso sulla vittoria e sullo scopo. Come diceva il drammaturgo Franco Scaldati: «La bellezza è degli sconfitti, il futuro non è dei vincitori, è di chi ha la capacità di vivere. E chi ha la capacità di vivere, di essere totalmente se stesso,  è inevitabilmente sconfitto».

Vedete i nipotini di Cruyff che corrono dalle parole di Scaldati al campo, e si raggrumano come e più delle particelle di Terminator? Ecco, forse, soccomberanno, ma intanto ci stanno entusiasmando, intanto sono lo stupor mundi, dove mundi sta per mondo del pallone questa volta. È anche una reincarnazione, la seduzione che ebbe l’Olanda negli anni Settanta torna, e questa volta è ancora più spregiudicata: un altro calcio totale, più possesso palla, più tiri, migliore difesa; l’evoluzione è come padroneggiano meglio il campo.

Presi dalla buona marcatura di Daniele Rugani, che sostituiva Chiellini, i giornali italiani si sono perduti il dato che è lo scarto tra le due squadre: solo un difensore dell’Ajax non ha tirato in porta. Poi c’è la differenza Cristiano Ronaldo, ma se non avesse segnato, oggi parleremmo solo della carezza al bimbo – modello Padre Pio – come ha scritto Diego Torres su El Pais: «C’è mancato poco per vedere Ronaldo andar via da Amsterdam senza toccare palla. Ma quando lo ha fatto, ha salvato la Juventus».

Sarebbe inerzia contro mobilità, come spesso fanno gli adulti con i ragazzini, li lasciano sfogare, il problema per l’Ajax è il ragionier Massimiliano Allegri: uno di quegli adulti che calcolano tutto e poi, zac, ti colpiscono, e solo un palo gli ha evitato di avere ragione di tutta la bellezza espressa dall’Ajax. Se è vero che Ronaldo è di un’altra categoria, è anche vero che il collettivo dell’Ajax è una categoria a parte; dove il primo è freddo, deciso, spietato, gli altri creano emotività – sì, proprio come Greta e Simone – sono i ragazzini di “Stand by me” che provano a fregare gli adulti, e – ovvio – non ci riescono, ma intanto crescono e vivono, e andando nel bosco e a Torino, ci portano all’avventura.

Prima Peter Bosz poi Erik ten Hag hanno impresso all’Ajax una felicità famigliare che diventa imbuto aggregativo nelle aree avversarie – quando anche le ali si accentrano – con flussi d’aggressività hobbesiana – homo homini lupus-ludens –, rinnovando le linee cartesiane già care a Cruyff passate a Guardiola e rimesse nelle mani di ten Hag nella Monaco di Hans Magnus Enzensberger, e che ora se ne rivanno a Barcellona con Frenkie de Jong. Un cerchio, oltre Gabriel Garcia Marquez.

Un romanzo, di sforzi e precisioni, con tutta la libertà che hanno solo i ragazzi, crescere e sbagliare, illudersi e lottare, abitando il vento della bellezza calcistica. Mentre la Juventus di Allegri, adulta, ha le ossessioni del tempo che passa, dell’impresa da compiere, del traguardo da inseguire prima della scadenza, vicina, vicinissima. È camaleontica, cambia, perché complessa, gioca più partite all’interno della stessa, e spesso viene investita da una sfasatura tra un cambio e l’altro.

Per l’Ajax il calcio è uno strumento di conoscenza, di sé e del mondo, c’è un altruismo che coinvolge in ogni scambio, per come si passano il pallone pare si tengano per mano, dove il più grande è un serbo, un regista offensivo, Dusan Tadic (30 anni), uno che per essere un attaccante tiene troppo il pallone, amante dei giochini, un dribblomaniaco da calcio a cinque, che per capire, cosa fa veramente, bisogna guardare Van de Beek (21 anni).

La squadra di ten Hag ha impiegato del tempo per ritrovare il colore, e la prima parte della stagione non è stata così brillante, ma per capire un’altra differenza tra Ajax e Juventus, bisogna guardare al fatto che Allegri se deve spiegarsi usa l’ippica e i cavalli – l’ha fatto piccato anche l’altro giorno, poi ride, ma prima s’incazza –, ten Hag, invece, parla dei figli e della creatività da insinuare all’interno dell’educazione, e si paragona a un insegnante.

Juventus - Ajax

Nel suo ufficio, all’interno del complesso De Toekomst, ha tre foto: Rinus Michels, Johan Cruyff e Louis van Gaal. Allegri non l’ha appesa quella di Galeone e non ci pensa nemmeno ad appendere quella del Trap o peggio la foto di Conte. È curioso che un olandese abbia i santini e un italiano no, ma è anche curioso che l’Ajax produca calciatori e si arricchisca applicando il principio che “morto un papa se ne fa un altro”, mentre la Juventus produce plusvalenze e agisce da colonizzatore di arcipelaghi calcistici.

Per la Juventus il calcio è conquista, supremazia, basta vedere Andrea Agnelli e Pavel Nedved durante una partita normale del campionato, hanno più voglia di scalare di Walter Bonatti, la squadra è infastidita dai rimandi, dalle separazioni tra una vittoria e l’altra, e non c’è tempo per la poesia, c’è un pragmatismo da fabbrica – con conseguente catena di montaggio e modelli di vittoria da sfornare – forse per nostalgia della Fabbrica del nonno, come ha dimostrato l’Allegri rammaricato per Douglas Costa che, subendo fallo da de Jong non teatralizza generando il secondo giallo, «Doveva lasciare la gamba lì. Le vittorie passano anche attraverso queste cose. Tutti puliti non si gioca a calcio».

O come quando col Parma che pareggia allo Stadium disse: «Abbiamo accontentato chi vuole il bel gioco, che però non paga se non spazzi quando devi spazzare», come se il bel gioco non potesse essere un mezzo per raggiungere il fine, escluso a prescindere come dimostra il gol di Gervinho. Però la difesa della Juve, e il pragmatismo allegriano hanno retto bene a differenza del disastro solariano al Bernabéu, questa mentalità da grigia cartolina di Torino anni Settanta, paga.

Juventus - Ajax

De Jong & De Ligt e Blind sono dei veri e propri burattinai della pressione, creano onde di aggressività, tipo gli elicotteri del tenente colonnello William “Bill” Kilgore (Robert Duvall) in “Apocalypse Now”, solo che Wagner non fa cagare sotto gli juventini. La Juve – come qualunque adulto – ha un vantaggio, ma odia le delusioni, come ci insegna Capitan Uncino: «Io odio le delusioni, Spugna. Io odio vivere in questo corpo storpiato! Odio questa dannata isola! E io odio, io odio… IO ODIO PETER PAN!».

E l’Ajax, dei nipotini di Cruyff, è proprio l’incarnazione dell’ideale di James Matthew Barrie, una squadra bambina, ingenua, e presuntuosa al punto di praticare l’azzardo. «Spiace ammetterlo, ma la presunzione di Peter era una delle sue doti più affascinanti. Per dirla tutta, non esisteva un bambino più presuntuoso di Peter» che, comunque vada, potrà dire ai – suoi bimbi – sperduti: «Grazie per aver creduto».

Foto: LaPresse.

 

 

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