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Kai Havertz sta arrivando

By 28 Maggio 2021

Da quando Tuchel allena il Chelsea, il gioiellino di Aachen sta imparando a giocare in un sistema senza esserne necessariamente l’attore protagonista.

Essere il ‘go-to-guy’ a vent’anni in una squadra che gioca costantemente nelle coppe europee comporta onori e oneri. Gli onori della cronaca di chi ti segue ogni settimana, gli oneri della critica di chi ti vede occasionalmente su palcoscenici ancora troppo grandi per la tua reale statura. Nella fase a gironi della Champions League 2019/20, Kai Havertz si è ritrovato con il Bayer Leverkusen a sfidare la Juventus e l’Atlético Madrid. Poi l’Inter nei quarti di finale di Europa League lo scorso agosto. L’impressione di chi lo ha visto per quelle poche partite è stata “sì, ma…”. Discorso ben diverso per chi invece ha seguito la sua crescita a Leverkusen, ammirato i suoi colpi straordinari settimana dopo settimana in Bundesliga, la sua classe ed il suo talento sopraffino. Come detto, a vent’anni era già il punto di riferimento della squadra, il giocatore a cui dare la palla in momenti di difficoltà. Una giovane star nel pieno della sua precoce maturazione, capace di segnare 17 goal in una stagione a da teenager (2018/19), dopo i 7 con 15 assist nelle prime due annate. Sì, quelle in cui saltava le partite per i compiti in classe e gli esami. Priorità da studenti.

Al termine della scorsa stagione, la sensazione che il Bayer Leverkusen non potesse dargli di più era diffusa negli addetti ai lavori. 150 partite tra trequarti, centrocampo, attacco. Sempre nel vivo della scena, da protagonista assoluto sotto i riflettori. Neanche una situazione così facile da gestire, a volerla ben vedere, per un ragazzo così timido, quasi schivo, che ha sempre preferito far parlare il campo piuttosto che farlo davanti ai microfoni — anche perché nella sua genuina timidezza spesso sarebbe risultato banale. Timidezza, aspetto che si era visto in parte anche in campo. Ad esempio, contro l’Hertha Berlino nella penultima giornata della Bundesliga 2019/20: il Bayer ha perso 2-0, cedendo in extremis il quarto posto al Gladbach. Havertz è stato uno dei peggiori in campo, tanto da essere messo in panchina nell’ultima gara, quella della speranza, poi vana. Una settimana dopo avrebbe visto la sua squadra travolta dal Bayern Monaco per 4-2 in finale di DFB-Pokal. Segnando anche l’ultimo rigore, inutile, in pieno recupero con un tiro potente e centrale. Pura frustrazione.

(Adam Davy/PA, Pool via AP)

Alla sua comprensibile voglia di lasciare Leverkusen è venuto incontro il Chelsea con un’offerta quasi da tripla cifra di milioni, irrinunciabile per il club e anche per il giocatore. I Blues offrivano il pacchetto Champions League, Premier League, una big city — punto che vuole la sua parte per chi è cresciuto in un centro industriale senza un minimo di attrazione turistica. Sotto consiglio di Toni Rüdiger, Havertz non se l’è fatta scappare. È uscito dalla comfort zone in cui si trovava a Leverkusen per avventurarsi in Premier League, ha sfidato sé stesso. Ha fatto un passo non certo banale, mettendosi in gioco. Anche se a Londra si è ritrovato nel traffico. Sia per le strade, sia nella rosa. Pulisic e Ziyech, Mount e Hudson-Odoi, Abraham e Giroud, più il suo amico Timo Werner. È passato dall’essere il centro di gravità al ruotare intorno a un qualcosa di neanche troppo definito. Tanto che le prime uscite in Premier League sotto Frank Lampard sono state quanto di meno memorabile potesse augurarsi.

L’esordio contro il Brighton lo ha vissuto da esterno destro di un 4-2-3-1, in cui la sua occupazione principale è stata rincorrere il suo dirimpettaio Solly March. 38 palloni toccati, neanche un tiro in porta, 24 passaggi completati. Più o meno la metà rispetto alla media della stagione precedente. La seconda contro il Liverpool è andata persino peggio: 23 palloni toccati, sempre zero tiri in porta. Schierato da riferimento centrale, come nel girone di ritorno della sua ultima stagione a Leverkusen con Peter Bosz. Il tecnico olandese cercava di fargli toccare più palloni possibili per metterlo in fiducia: a 19 anni il classe 1999 faceva l’interno di centrocampo, aveva libertà di creare e inserirsi in una squadra che privilegiava il possesso palla.

Al Chelsea, invece, si è ritrovato in una situazione diametralmente opposta: meno palloni giocabili, spesso giocati male, anche complice una squadra più macchinosa, in cerca di un’identità di gioco precisa. In una società che non dà tempo ai giocatori e pretende spesso il ‘tutto e subito’. Anche in una situazione limite, per un giocatore come Havertz con necessità di adattarsi a un calcio diverso, con meno tempo per pensare, meno spazi. In mano ad un allenatore a cui era stato inizialmente chiesto di far maturare i giovani cresciuti in casa piuttosto che mettere in campo pezzi da 100 milioni di euro.

(AP Photo/Alastair Grant, Pool)

Nella prima parte di stagione, Havertz ha giocato da titolare in 14 partite su 25 tra campionato e Champions, al netto dello stop causa Covid-19 che lo ha condizionato a livello fisico. Peraltro, dopo un’estate con una preparazione atletica minima. Giocando a ritmi molto più forsennati, anche in termini di frequenza di partite. Un altro mondo rispetto alla Germania. Lampard ha provato ad adattarlo come interno di centrocampo in un 4-3-3 che aveva tutta l’aria di un all-in per tenersi la panchina, schierando tutti i giocatori strapagati dal presidente Abramovich. Risultati esigui. È finito per perdersi, si è sentito molto abbandonato a sé stesso in un calcio molto meno codificato rispetto alle sue abitudini. L’impressione era che il Chelsea provasse a vivere sopra le proprie capacità, cercasse un gioco che non sembrava neanche essere nelle corde del proprio allenatore.

Kai ha messo a referto un goal e sei assist, più la tripletta al Barnsley in Coppa di Lega soltanto alla sua seconda presenza con la maglia dei Blues. Eppure non ha mai dato la sensazione di poter essere un vero fattore. Il solo goal segnato nelle 25 partite di cui sopra lasciava molte perplessità. In più, ci ha messo un atteggiamento non sempre positivo. Il body language ricorda particolarmente quello di Mesut Özil. Havertz tende a non mostrare le proprie emozioni, non è un giocatore di garra.

 

Non è di certo un Diego Costae non vorrò mai che lo diventi. È una persona molto tranquilla. Non si può dedurre dal suo linguaggio del corpo che non stia dando tutto. Non deve essere il nostro leader emozionale.”.(Thomas Tuchel)

Il paragone mediatico e naturale con il pariruolo Mason Mount ha visto quest’ultimo prevalere nettamente, anche per la capacità di avere un impatto a livello fisico sulle partite e di esperienza nella categoria. Havertz invece è rimasto più indietro. Non è diventato un fan favourite, condizionato anche da un tipo di calcio diverso. Ha dovuto scendere a compromessi con sé stesso. Ha dovuto capire in maniera brusca di non poter essere più il fulcro unico del gioco, come è stato nei precedenti due anni. Peter Bosz a ‘The Athletic’ aveva manifestato dubbi anche sul suo utilizzo nei primi mesi, nei quali Havertz ha cambiato continuamente posizione in campo, tra fascia, trequarti, attacco, centrocampo: “Capisco perché l’abbiano preso ma non capisco quale sia l’idea che Lampard ha per lui. È bello che lo protegga davanti alla stampa, ma dovresti far giocare la squadra in funzione di un giocatore da 100 milioni e non sta succedendo”.

A cambiare le carte in tavola, l’arrivo di Thomas Tuchel e il passaggio in pianta stabile a un 3-4-2-1, con enorme libertà di movimento concessa agli uomini dietro la punta. Un’idea tattica che aveva già proposto anche al Borussia Dortmund tra il 2015 e il 2017. Il 27 gennaio contro il Wolverhampton, gara finita 0-0, Havertz ha giocato tutti i 90 minuti. Non gli capitava da tre mesi, FA Cup a parte. Ha toccato 80 palloni. Si è sentito più che mai nel vivo del gioco. Ha sentito il Chelsea un po’ più suo. Senza necessariamente dover essere l’uomo deputato a risolvere i problemi. Quelli li ha risolti Tuchel, che ha cercato di esaltare le “qualità assolute” di Havertz. “Ho visto un giocatore consapevole, umile e molto chiaro”, ha dichiarato il tecnico ex Mainz.

Neil Hall/Pool via AP)

La capacità di leggere le partite dell’ex tecnico del PSG ha permesso al Chelsea di indossare vestiti diversi a seconda dell’avversario. Senza fare prigionieri. Contro squadre fisiche come Manchester United e West Ham, Havertz è stato in panchina. Contro avversarie meno tecniche, Havertz ha giocato e spesso è anche risultato decisivo come contro il Crystal Palace e il Fulham. Trovando più spazi nei ruoli centrali, più vicino alla porta, il suo gioco ne ha beneficiato. Ha trovato più compagni vicini, riuscendo anche a giocare spalle alla porta, con più soluzioni di passaggio e anche più occasioni per ricevere palla in posizione pericolosa.

Da oggetto misterioso, il classe 1999 sta diventando un elemento con caratteristiche definite ed utili per la squadra. Non che prima non lo fosse, ma sembrava impossibile che potesse essere uno dei protagonisti nella cavalcata del Chelsea fino alla finale di Champions League: titolare in quattro delle ultime cinque, tutte tranne la trasferta di Valdebebas. Gli manca ancora il goal. I minuti sono meno rispetto alla prima parte di stagione, ma sono di maggior qualità. Tocca lo stesso numero di palloni, ma negli spazi migliori. E in un calcio codificato.

“Lo vedo a metà tra un ‘nove’ e un ‘dieci’ – ha spiegato Tuchel – Deve avere la libertà di muoversi tra le due posizioni. Ho grande fiducia in lui quando occupa quel ruolo. Non voglio che stia dieto la palla, lo voglio alto in campo, so che si sente in fiducia alle spalle degli avversari, tra le linee e negli spazi stretti. È un giocatore che unisce il ‘nove’, il ‘dieci’ e l’ala. Sono i mezzi spazi in cui si trova meglio e in cui può essere decisivo”.

Del ‘nove’ per ora non ha ancora trovato i numeri, in controtendenza con il passato (20 e 18 negli ultimi due anni, 8 quest’anno). Del ‘dieci’, ora, ha i tocchi, la qualità, la volontà di avere la palla tra i piedi. Rispetto all’inizio ha imparato a cercarla di più, a mettersi in visione. Personalità, voglia di determinare. Senza necessariamente doverlo fare sempre, come a Leverkusen. La cosa più importante: essere al momento giusto al posto giusto. Farsi vedere nel momento giusto.

LaPresse.

Una maturazione quasi naturale, a cui sta lavorando anche la Germania. Nelle ultime tre uscite Löw lo ha schierato in una posizione avanzata, preferito a Werner nel tridente con Sané e Gnabry. La Mannschaft ha provato a raccogliere subito i frutti del lavoro di Tuchel nel renderlo uno dei protagonisti del sistema. Anche se probabilmente lascerà spazio a Thomas Müller nell’undici ideale di Jogi all’Europeo.

Prima, comunque, c’è una finale di Champions League da giocare, contro il Manchester City. Tuchel ha battuto Guardiola nei due precedenti. Havertz ha totalizzato 11 minuti: tutti in FA Cup da subentrato, zero in campionato. Anche per un principio di Tuchel secondo cui lundici titolare va quasi sempre cambiato per mantenere alti gli stimoli. I calcoli sulla formazione vanno fatti tra una partita e laltra. Alle due partite con il City, Havertz ci è arrivato avendo le due gare precedenti. Turnover, rotazioni.

Insomma, non è detto che la finalissima del Dragão potrebbe iniziarla dalla panchina. Anche perché a Oporto Havertz quest’anno è già stato titolare, nell’andata dei quarti di Champions. Nella partita in cui Tuchel si giocava tutto. Fiducia. Anche se ha deluso le aspettative. Si è rifatto tre giorni dopo con il Crystal Palace, partita nella quale Kai ha dimostrato di avere acquisito la consapevolezza di essere un ingranaggio del sistema, finalmente funzionante, e senza doverne essere a tutti i costi quello principale. Consapevole, soprattutto, che è solo l’inizio.

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