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Klinsmann non è più uno straniero

By 30 Novembre 2019 Dicembre 2nd, 2019

A dieci anni dalla fine della sua unica avventura come allenatore di un club Jurgen Klinsmann è tornato in Bundesliga. Ora deve provare a salvare una società che ha vinto i suoi unici due scudetti novant’anni fa e che occupa il quartultimo posto in classifica

Alla fine Jurgen a Berlino ci è andato. Non per giocarsi una finale dei Mondiali, ma per allenare l’Hertha. Quando sembrava che non sarebbe tornato più in Bundesliga, dal momento che la sua unica esperienza da allenatore (quella di Monaco) è stata tutt’altro che esaltante, ecco l’occasione di guidare un club dopo 11 anni. L’Hertha sarà la sua seconda esperienza in Bundes, forse l’ultima occasione per dimostrare di essere un tecnico e non solo un visionario.

La carriera di Klinsmann da coach parla chiaro: bravissimo in nazionale, soprattutto in contesti dove c’era da costruire e con progetti a lungo termine, meno efficace nei club dove il lavoro quotidiano e la lavagna tattica, diventano più importanti degli investimenti a lungo periodo. Investimenti virtuosissimi, come quelli del Klinsmann CT della Germania, in uno dei momenti più difficili del calcio tedesco. Una nazionale con un’identità completamente da ricostruire dopo anni di calcio speculativo ma vincente, che aveva dato l’illusione, un po’ come successo alla nostra nazionale fino al millennium bug di Italia – Svezia, che quella fosse l’unica formula possibile.

In realtà per la Germania c’era stata una magnifica eccezione, una scintilla di virtù che il Klinsmann cittadino del mondo aveva colto da dentro: la nazionale del 1990. In quella squadra, che si chiamava solo formalmente Germania Ovest, iniziava ad esserci il fermento post caduta del Muro, lo stesso muro che separava i tifosi dell’Hertha da quelli dell’Union. A guidarli c’era un Kaiser, Franz Beckenbauer, ma in campo c’erano leader calmi come Brehme e Augenthaler, e giocatori che avrebbero tranquillamente potuto ambire ad una carriera politica come Matthäus, Voeller e lo stesso Klinsmann.

(Photo by Kevin C. Cox/Getty Images)

Cittadino del mondo – appunto – più che tedesco di Germania: passava spesso le sue vacanze in giro per il mondo con lo zaino in spalla. Leggende neanche troppo metropolitane narrano di un calciatore che amava fare l’autostop ed evitare le località dove veniva riconosciuto. Lontano dagli stereotipi del giocatore di calcio, Klinsmann preferiva scoprire il mondo per conoscere, osservare, studiare, imparare cose nuove. E con la stessa intelligenza si muoveva in campo, passando con naturalezza da partner come Serena a Voeller. A Milano imparò benissimo l’italiano, vinse la Coppa Uefa e naturalmente un magico (una delle nostre parole più conosciute in Germania insieme a notti) Mondiale giocando molte buone partite e una indimenticabile, proprio a San Siro, contro l’Olanda dei milanisti.

Dopo quell’esperienza, più intensa che lunga, optò per una scelta che pochi giocatori facevano all’epoca. Era usuale, per uno straniero, “battezzare” un campionato e restarci per tutta la carriera. La maggior parte sceglievano l’Italia, molti brasiliani preferivano la Spagna, pochi finivano in Germania, Francia e Olanda. Jurgen voleva imparare le lingue e le culture, e così decise di andare due anni al Monaco, prima di approdare al Tottenham e (pensare di) concludere la carriera in patria.

Giusto il tempo di vincere un’altra Coppa UEFA e ritrovare Giovanni Trapattoni col quale vince un altro campionato. In mezzo, un Europeo vinto con la nazionale in Inghilterra; infine un altro giro a Genova sponda Samp e ancora in Premier. Ad uno così non puoi chiedere di tornare a Stoccarda (dove è nato) e aspettare la chiamata di un club. Per questo subito dopo la fine della carriera, Jurgen decide di trasferirsi in California, che diventerà casa sua anche da CT della Germania.

(Photo by Kevin C. Cox/Getty Images)

La decisione di Klinsmann di restare in California diventa oggetto, in patria, di critiche e sarcasmo. “Lo straniero” lo chiamano i tabloid come la Bild. Mentre i ct continentali vanno sul campo, seguono le partite dal vivo, girano per gli stadi, lui se ne sta a 10 mila chilometri di distanza, guarda la tv satellitare, prende appunti e manda fax con i programmi da svolgere. Jurgen vive ad Huntington Beach, la moglie è californiana, i figli Jonathan e Laila frequentano una scuola internazionale.

Esattamente come da giocatore, Klinsmann ama l’anonimato che l’ America gli regala. Ma il conflitto tra lui e il calcio del suo paese non è dovuto solo alla distanza: perché Jurgen in realtà è affascinato dal mondo sportivo USA e vuole introdurre sistemi e metodologie di allenamento mutuate dallo sport americano. Con sé porta dei trainer e uno psicologo, tutti americani, provocando la suscettibilità dei tedeschi. “Non ci sono allenatori o psicologi in Germania” – contesta la stampa. A gente come Walther, Seeler, Beckenbauer, suona come un anatema che i riferimenti tecnici del CT tedesco siano tutti in una nazione senza tradizione per il calcio, e che alcuni provengano, come nel caso di Ansom Dorrance, coach della della squadra della North Carolina, 17 volte campione NCAA, addirittura dal calcio femminile.

«Non mi importa da dove viene la gente, mi importa solo la qualità, e degli americani mi piace la loro mentalità positiva. E invece in Germania trovi tutti quei tradizionalisti che stanno lì a ripetere “Eh, ma noi siamo i tre volte campioni del mondo”. Dovrebbero dire, che belli questi cambiamenti». Jurgen Klinsmann a La Repubblica, 2005.

(Photo by Christian Marquardt/Bongarts/Getty Images)

La mentalità positiva è quella che riuscirà a portare nella sua Germania del 2006: una nazionale che rappresenterà la visione di quello che accadrà negli anni a seguire. La squadra multietnica, fantasiosa e talentuosa del 2014 è figlia di quella rivoluzione. Il più grande merito del Klinsmann allenatore è quello di aver preferito la costruzione del futuro – Loew è un suo collaboratore – alla ricerca ossessiva del successo. L’ottimismo del CT diventa quasi paradossale: uno dei frame iconici di quel Mondiale, a volte vale la pena riguardarlo, è la sua reazione dopo il gol di Grosso a Dortumund. In uno stadio disperato, tra lacrime e mani nei capelli, lui si alza dalla panchina per applaudire, per dire che “c’è ancora un minuto”. Sembra persino che ci creda davvero. Il minuto servirà solo a prendere il secondo gol, ma quell’applauso, quel gesto di incoraggiamento, vale per il futuro del calcio tedesco. È come se in quel momento Jurgen dicesse: “con me o senza di me, questa storia va avanti. E vi divertirete”.

Da un coach che ama la cultura americana, è lecito aspettarsi due cose. La prima: che dia una grande importanza al concetto di legacy. L’eredità che un giocatore o un allenatore lascia, un concetto carissimo all’NBA e al rubgy. E quella lasciata da Klinsmann ricorda tantissimo, quella che dà il titolo al libro di James Kerr sugli All Blacks.

(Photo by Harry How/Getty Images)

«Quando un giocatore entra negli All Blacks, gli viene consegnato un bellissimo libriccino nero, rilegato in pelle. Sulla prima pagina c’è l’immagine di una maglia, quella degli Originals del 1905, la squadra con cui ebbe inizio questo lungo whakapapa. Alla pagina successiva c’è un’altra maglia, quella degli Invincibili del 1924; su quella dopo, un’altra maglia ancora e così via fino a quelle attuali. È un whakapapa visivo, dal significato stratificato, un’eredità in cui entrare. Le pagine successive di questo libriccino ricordano i principi, gli eroi, i valori, gli standard, il codice d’onore, l’ethos, il carattere della squadra. Tutte le altre pagine sono bianche, in attesa di essere riempite. Significano che è il momento di lasciare il tuo segno, di dare il tuo contributo. È il momento di lasciare un’eredità. La tua».

La seconda è che scelga di guidare una nazionale ambiziosa ma che non ha mai raccolto nessun successo. Quella dove vive, gli Stati Uniti. Klinsmann guida la selezione statunitense nel quinquennio 2011-2016, raggiungendo gli ottavi di finale (non è il miglior risultato di sempre, perché nel 2002 gli States arrivano ai quarti) ai Mondiali brasiliani del 2014. Ma la squadra cresce e acquisisce una credibilità internazionale di grande rilievo. Alla ricerca costante dell’equilibrio fra spazi di crescita personale e affermazione professionale, Klinsmann si presenta un modello di allenatore con un profilo fortemente orientato allo sviluppo di squadre nazionali alla ricerca di affermazione, essendo la crescita dei giovani e le competizioni internazionali gli scenari nei quali si contestualizzano al meglio le sue doti umane e d’esperienza. Questa priorità non è negoziabile, gli saranno fatali le sconfitte nelle qualificazioni ai Mondiali 2018 contro Messico e Costa Rica.

(Photo by Christian Marquardt/Bongarts/Getty Images)

Dopo aver compiuto il suo viaggio, Klinsmann torna in patria in club storico che però ha vinto i suoi unici scudetti nel 1930 e 1931. Curioso che un giramondo come lui riparta non solo dalla Germania, ma da Berlino, e proprio nell’anno del trentennale della caduta del Muro. Per lasciare una legacy, ma prima di tutto per risollevare la squadra da una situazione molto difficile. Pensando da americano, ma parlando in tedesco: Ich bin Jurgen.

 

Cristiano Carriero

About Cristiano Carriero

Giornalista e storyteller, scrive di calcio, tra le altre, per Esquire, Rivista11 e Il Nero e l’Azzurro di cui è co-fondatore con Michele Dalai. Ha pubblicato tre libri sul Bari: “Che storia la Bari”, “La Bari siete Voi” e “Tanto non Capirai”. Fondatore de La Content Academy, Docente di marketing all’università di Comunicazione e pubblicità di Urbino, curatore della collana di digital marketing di Hoepli, con 11 titoli pubblicati.

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