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Kobe Bryant, molto più di una leggenda

By 27 Gennaio 2020

Tra la via Emilia e l’Nba, su un campo di piastrelle, Do the Right Thing e Amarcord, Fellini e poi Spike Lee, prima i campi – la tabula rasa gucciniana – e le strade antiche marcate ai bordi dalle fantasie di un duomo, Giuseppe Verdi e la nebbia poi il rap e i grattacieli, perché Kobe Bryant era l’America in casa, che da Rieti a Reggio Calabria alleva il bambino che poi a Reggio Emilia sogna di diventare grande, s’immagina lontano guardando il padre Joe da vicino, su campi meno luminosi, senza Dream Team, ma con gli insegnamenti italiani: «A 11 anni ero il più alto della squadra, ma gli allenatori ci dicevano: se volete imparare a giocare a basket, dovete imparare a fare tutto. Nessuno ha mai pensato di farmi giocare da lungo perché ero alto. In America? Se sei alto ti dicono giochi da lungo, se sei piccolo ti fanno fare il play. Se sono diventato un giocatore completo, è perché sono cresciuto in Italia».

Questo più il videoregistratore, perché agli inizi degli anni Novanta non c’era YouTube e nemmeno la possibilità di guardare tutto il basket di oggi, e Kobe consumava le cassette di Magic Johnson, prima di arrivare a fare avanti e indietro sul parquet, era uno stop e  review che portavano allo studio del gesto, ai passi, e quindi al basket che si sarebbe annodato alle sue braccia, un figlio della tivù, e questa cosa sarebbe piaciuta a David Foster Wallace.

Kobe Bryant

(AP Photo/Pat Sullivan, file)

Un ragazzino della provincia, italiana o del New Jersey cambia poco, che si aggrappa alla tivù sognando di entrarci, e poi uscendo di casa in bici col pallone sotto al braccio racconta quel viaggio, sicuro di esserci dentro, ecco Fellini gioca a basket. Kobe è un ossessionato dal basket, e non solo perché suo padre ci campa, ma perché gioca col pallone come Kasparov con gli scacchi, tanto che quando prova a dirlo agli altri, questi non lo capiscono: «Durante una pausa dico a un mio compagno: ora facciamo così, io prendo palla qui, tu ti sposti lì, il difensore farà questo, tu farai quest’altro, io mi muovo così, pà-pà-pà, e facciamo canestro. Il mio compagno mi ha guardato con gli occhi sgranati e mi ha risposto: ehhh?!? Allora ho ricominciato a spiegargli con calma quello che sarebbe accaduto, stupito che lui non capisse; lui mi ha riguardato e ha chiuso dicendo: boh, fai un po’ tu. Ho realizzato che vedevo il gioco molto più avanti degli altri».

Forse per questo diceva di non interessarsi ai numerosi record, vittorie e medaglia olimpiche, che altri si sarebbero tatuati, lui no, eppure i Lakers hanno ritirato le sue due maglie: l’8 e la 24, che oggi restano appese al soffitto dello Staples Centre di Los Angeles, mentre lui e il suo elicottero sono venuti giù. Tra il 1999 e il 2009 i suoi tiri tenevano col fiato sospeso tutti quelli che guardavano i campi di basket, e smettendo c’aveva vinto un Oscar (Dear Basketball), con lui tutto era coro verdiano, e persino la faccia di Jack Nicholson che lo guarda smettere diventa priva delle solite paure che genera nei film.

Kobe aveva smesso perché stanco e pieno di dolori, logorato dalla sua ossessione d’essere il migliore, consumato dalle andate a canestro, stropicciato dalla fatica di scavare corridoi tra gli avversari, stanco di saltare per fare punti, stufo di stare sospeso in area prima di centrare l’anello.

Kobe Bryant

(AP Photo/Mark Terrill, file)

Quando a smettere era stato Kareem Abdul Jabbar lui gli aveva chiesto le scarpe, e non la maglia, convinto che fosse nei piedi e non nelle mani il segreto del basket. Lui, poi, c’aveva aggiunto una sicurezza disturbante, al limite del tiranno, che per molti era divenuta pura antipatia, ma poi uscendo dal campo, tornava bambino, in un percorso che è al contrario del normale, di solito è in campo che si torna bambini, per lui era l’inverso perché in campo c’era l’uomo che cercava il massimo, piazzando sempre l’acuto che scriveva la partita, quello da cercare negli ultimi secondi come nei primi, perché lui e il pallone si parlavano, e insieme scrivevano un tempo infinito che andava oltre i punti, perché cercava la perfezione: se Faulkner era ossessionato dal rigo perfetto, Bryant lo era dal canestro perfetto, e se è vero che tutti cercano di essere perfetti, scrittori e giocatori, è anche vero che loro due l’hanno cercato un po’ di più. Perché avevano il fuoco. Sapeva che sarebbe diventato il più bravo della sua generazione, cercando di scollare il poster di Michael Jordan dal muro della storia della pallacanestro. Impossibile. Anche se a tratti è riuscito a tirar via un angolo. Sgomitando con Shaquille O’Neal e giocandoselo con LeBron James.

Il suo primo idolo era Alessandro Fantozzi e giocava a Livorno, poi sono venuti quelli dell’Nba. Poi è venuto il Michael Jordan da studiare ed evolvere, fino a chiedergli consiglio come a un Buddha che sta sulla montagna e «ormai ha compreso tutto e passa un po’ della sua conoscenza al prossimo che cerca di compiere la sua stessa scalata».

©UPI/Lapresse

Bryant da Jordan non ha solo ascoltato i consigli ma ha “rubato” e tanto e bene, dal comportamento esigente, tirannico, verso i compagni e la palla, poi Phil Jackson (con lui tre titoli di fila, un quarto di finale e una finale) qualcosa a metà tra un segretario dell’Onu e un padre: ha mediato, smussato, tirando fuori il meglio. Ma per capire il legame tra i due bisogna guardarli nel post basso – le spalle al canestro – e vedere come il gesto di Jordan si evolve in quello di Bryant, qualcosa di più di un remake hollywoodiano sul parquet.

Quando i due – provate a sovrapporli – si appoggiano all’avversario, usandolo, come gli albatros fanno con le navi, e poi d’improvviso si staccano a riprendere il cielo e il canestro, con i due giocatori che ruotano pure, non avendo le ali ma il pallone. In quel gesto, nel suo rinnovarsi c’è il perché di tutti i «Kobe we love you».

Ha avuto un solo momento veramente brutto – prima di vedere il suo elicottero precipitare, senza poter lottare, senza poter avere il controllo – quando gli toccò un processo per presunto stupro ai danni di una impiegata dell’hotel la Cordillera, vicino a Vail in Colorado. Se ne andarono Nutella e McDonald’s non la Nike. Bryant ammise il rapporto non la violenza, regalando un anello con diamante da 4 milioni di dollari alla moglie Vanessa per averla tradita. Un anno dopo la ragazza non testimoniò, e si trovò un accordo economico tra le parti. È stata l’unica volta che la sua raffinatezza di campo e fuori si è macchiata.

(AP Photo/Jae C. Hong, file)

Il suo ruolo di guardia tiratrice può essere assunto buzzatianamente come binario di vita, l’uomo dell’ultimo tiro. Doug Christie, dei Sacramento Kings, che lo ha marcato molte volte, suggeriva come unico rimedio per fermarlo di mettergli una mano in faccia, davanti agli occhi. Bryant in campo si liberava di tutto, perdendosi nel gioco, e diventava imprendibile, mano davanti a gli occhi o no.

«Giocherò per le nuove generazioni. Proverò a insegnare il mio modo per raggiungere risultati, la mia mentalità, che tu sia un cestista, scrittore o artista». È così, giocherà per le nuove generazioni che faranno scorrere la linea del tempo dei suoi video, studieranno i suoi movimenti, i suoi allunghi, le sue finte, e poi si annoderanno a lui andando a canestro, è il gioco della vita: dalla via Emilia all’Nba, da un videoregistratore a Youtube, dalla California all’Iran, un pallone che rimbalza scappando via dalle braccia di un ragazzino che ha pedalato con una mano sola da casa al campo: sognando le giocate da fare, quelle che ha contemplato sul video e che prova a trasformare in realtà, copia o evoluzione poco importa, c’è solo l’emozione che ha in petto quando lascia la bici ed entra in campo, piastrelle o parquet, cemento o terra, conta solo chi la mette nell’anello, e Bryant la metteva sempre.

 

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