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Kuba Błaszczykowski ha guardato la morte negli occhi

By 10 Dicembre 2019

Quando il padre Zygmunt uccise mamma Anna a coltellate, il piccolo Jakub rimase per cinque giorni a letto con le coperte tirate fin sopra la testa. Ecco come un bambino di 11 anni ha trasformato una tragedia in una molla per andare avanti e rinascere

Nel letto c’era un bambino, nel letto rimase cinque giorni sotto le lenzuola, tra le coperte, aveva undici anni e i capelli biondi, non si muoveva, teneva gli occhi chiusi ma aveva paura, teneva gli occhi aperti ma aveva paura; il bambino si chiamava Jakub e non voleva parlare con nessuno, cercava solo di stare lontano dalle cose brutte; e allora cominciò a contare le sue sillabe, tutte le contò: Jakub Błaszczykowski. Solo che più le ripeteva più aveva paura. Nemmeno la coperta lo poteva difendere e si sentì nudo nella terra, con le sillabe sparse sulla lana come proiettili inesplosi.

Faceva freddo in Polonia, pure se si stava nel letto. Mamma Anna era stata uccisa da papà Zygmunt con il coltello, lo aveva fatto davanti a lui e lui, così piccolo, aveva cominciato a tremare di paura; si era andato a nascondere nel letto, forse così la mamma sarebbe tornata, forse Dio sarebbe apparso e il lupo cattivo sarebbe andato via. Il piccolo Jakub aveva tanto terrore come suo fratello Dawid, il buio era entrato in casa sua. Era una mano calma quel letto nei giorni dello spavento, il minuscolo corpicino del piccolo Jakub si rannicchiò per scacciare via il male.

 (Photo by Dean Mouhtaropoulos/Bongarts/Getty Images)

 

Sono uno spazio
disabitato.
Vi prego,
non popolatemi.
Non mettetemi dentro niente.
Né sedia, né speranza di resurrezione.

Li scrisse la poetessa Anna Swirszczynska questi versi che il piccolo Jakub non conosceva ma loro, forse, conoscevano lui perché il bambino era diventato, dopo la morte della mamma, uno spazio disabitato, una casetta vuota, un nido implume.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Tu, che non ho potuto salvare,
ascoltami.
Cerca di capire questo linguaggio semplice, mi vergognerei di un altro
non possiedo, lo giuro, la magia della parola.
Ti parlo tacendo, come una nuvola o un albero.

Il dolore nel letto, di chi non si è riusciti a salvare, secondo i versi di Czesław Miłosz, e allora in silenzio continuò il dialogo usando quella lingua misteriosa che è solo dei bambini, soprattutto quando soffrono. Era il 1996, lo stesso anno in cui in Polonia oltre ad Anna moriva anche il gradissimo regista Krzysztof Kieślowski quello del “Decalogo”, dove la Polonia era ancora cosparsa su palazzi e strade della cenere mortale del comunismo.

(Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Zygmunt, l’uomo cattivo, era andato in prigione, qualche anno dopo era morto senza che Jakub lo perdonasse. Dolore come sulla croce, dolore della croce. Nel sangue della madre conservava la sua infanzia, il piccolo Jakub. Con l’aiuto di nonna Felicja – mamma della mamma – e dello zio Jerzy Brzeczek, importante calciatore della nazionale polacca, il piccolo Jakub uscì dal letto, lo fece piano, lì dentro si sentiva sicuro, era stata la sua grotta, non era facile camminare in quella casa; ci provò, però il letto restò la sua coperta di Linus, se avesse potuto lo avrebbe portato sempre con sé, in aula a scuola e al campo di calcio.

Intanto il comunismo era svanito, l’elettricista diventato presidente Lech Wałęsa da poco non era più capo dello Stato, il cattolicesimo era tornato libero nelle chiese ma Jakub rimaneva basso, molto basso, poco più di un metro e mezzo, fermo a quel giorno mai troppo lontano come se l’infanzia fosse rimasta con gli occhi sbarrati; a quindici anni finalmente qualcosa cambiò, il piccolo Jakub iniziò a farsi più grande e a crescere come le piante gettate nel terreno, si mise a giocare a pallone e a crescere ancora; allora ecco il Górnik Zabrze e poi il KS Częstochowa, con cui esordì nella quarta serie del campionato polacco.

(Photo by Stuart Franklin/Bongarts/Getty Images)

Nel febbraio 2005 andò al Wisła Cracovia dove giocò sempre meglio: efficace esterno destro bravo anche in difesa, uno che spinge con forza e resistenza, che segna con entrambi i piedi, vinse anche uno scudetto in Polonia prima di andare al Borussia Dortmund. Dopo ogni rete Jakub grida come stesse per esplodere, si fa il segno della croce, bacia il dito e lo rivolge al cielo verso la madre come segno d’amore; lui è cattolico come lo fu padre Jerzy Popiełuszko, ucciso dai militari nel 1984 perché nelle sue omelie andava contro il regime comunista e celebrava messa nelle fabbriche, oggi è beato della Chiesa sulla cui tomba si recò tre anni dopo l’uccisione Karol Józef Wojtyła. Un cattolicesimo, quello di Błaszczykowski fatto di opere e parole, di messa e di vangelo.

«Non dimenticherò mai quel giorno, mi ha sconvolto la vita, ma mi ha anche dato la forza per andare avanti e diventare quello che sono. Adesso non mi spaventa nulla, ho già vissuto il peggio» dice Kuba, così chiamato dai tifosi per aggirare la difficoltà del suo cognome. Giocatore forte, spesso fortissimo, nel 2010 – 2011 vinse la Bundesliga, venne eletto migliore calciatore polacco per due anni, è il secondo per presenze in nazionale, amatissimo in patria e dai tifosi del Borussia.

 (Photo by Gabriele Maltinti/Getty Images)

Vinse ancora un campionato tedesco, poi una coppa di Germania e due supercoppe di Germania, un giorno però si ruppero i legamenti del ginocchio, prima della pausa invernale. Stagione finita. Va alla Fiorentina. Nulla di che, gioca poco, si torna indietro, oggi nessuno lo ricorda in Italia. I cinque giorni nel letto del piccolo Jakub non sono andati via, lui fu ingoiato come Giona dalla balena e Pinocchio dal pescecane e quando ne è uscito si è trascinato appresso la vita come fosse una bambola di pezza trascinata a terra. La sua severa fede cattolica, essenziale come una lastra di ghiaccio, dopo tre anni al Wolfsburg dove non gioca molto, lo porta di nuovo al Wisła, squadra che sta per fallire e allora Błaszczykowski presta senza interesse un milione con cui pagare calciatori e personale, rinuncia allo stipendio, si fa testimonial della Caritas polacca, raccoglie fondi e fa opera di evangelizzazione con la moglie.

“Capisco che la fede è una questione individuale per qualcuno, ma per me è una cosa molto importante. Con grande fede vissuta quotidianamente e con la grande convinzione che Cristo aiuta la nostra vita di tutti i giorni, vorrei incoraggiare le persone a non dimenticare ciò che è più importante per noi, cioè la fede e la preghiera”

I cinque giorni nel letto adesso sono i giorni del giovane Jakub, sono la sua fede cristiana, la sua devozione, quando si esce da un sepolcro è solo per ritrovare la vita come accadde a Lazzaro e non certo per considerare la morte.

I versi di Anna Swirszczynska sono stati tradotti da Giorgio Origlia, quelli di Czesław Miłosz da Pietro Marchesano.

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