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La battaglia di Griezmann contro l’omofobia nel calcio

By 28 Maggio 2019

«Omofobia nel calcio, basta». Il messaggio è semplice e diretto. A lanciato è Antoine Griezmann dalla copertina di Têtu, storica rivista Lgbt+ francese. L’attaccante campione del mondo – eterosessuale, sposato con una figlia – ha scelto di metterci la faccia e sfruttare la sua notorietà per denunciare il machismo che continua a imperversare sugli spalti degli stadi, negli spogliatoi e sul campo di gioco. Così Griezmann promette: «A questo punto, se sento di nuovo un giocatore pronunciare frasi omofobe durante un match, credo che interromperò la partita e uscirò dal campo».

La posizione contro l’omofobia, per un calciatore del calibro di Griezmann, è una rarità. E l’omosessualità nel mondo del pallone sembra sia rimasta un tabù. L’8 gennaio 2014 l’ormai ex calciatore Thomas Hitzlsperger, poco dopo aver appeso le scarpette al chiodo, annunciò pubblicamente di essere gay. Un gesto che portò un altro campione del mondo francese, Olivier Giroud, a riflettere sulla difficoltà di fare coming out nel mondo del pallone. «Quel giorno mi resi conto che l’omosessualità è ancora un tabù per il calcio», dichiarò lo scorso anno l’attaccante del Chelsea in un’intervista a Le Figaro. «In questo sport, fare coming out è impossibile. Negli spogliatoi di ogni squadra c’è molto testosterone. Si sta tutti insieme, ci sono le docce collettive. È difficile ma purtroppo è così: capisco il dolore e la difficoltà dei ragazzi nel raccontare la propria storia, serve un lungo e faticoso lavoro su se stessi».

Antoine Griezmann sulla copertina di Têtu, rivista Lgbt+ fondata a Parigi nel 1995

 

Ora Griezmann, che ha annunciato il suo addio all’Atletico Madrid, promette di andare oltre e compiere un gesto di protesta in caso di nuovi episodi di omofobia: «Se qualche giocatore farà coming out, voglio che sappia che c’è qualcuno su cui potrà contare: me – ha dichiarato l’attaccante francese a Têtu –. Io sarò al suo fianco, perché per opporci a questo fenomeno dobbiamo parlarne. Bisogna ripetere che l’omofobia non è un’opinione, ma un delitto».

Il primo campione che tentò di rompere il tabù sull’omosessualità nel calcio fu David Beckham, che nel settembre 2002 accettò di posare in copertina per la rivista gay britannica Attitude. In quell’occasione l’ex centrocampista inglese rivendicò la soddisfazione di avere molto seguito tra i gay. Da allora, in realtà, la situazione non sembra essere migliorata, basta ricordare le parole di Radja Nainggolan, che solo un anno fa a una tv belga aveva ammesso con amarezza: «I calciatori non possono rivelare di essere gay, se lo fanno sono finiti. È troppo pericoloso per la carriera. Il mondo del calcio ha codici precisi e i suoi riti, come le auto sportive e le belle donne».

Foto: Getty

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