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La Coppa (del Re) più lunga di sempre

By 7 Aprile 2021
Coppa del Re

Viaggio nei giorni della storica finale di Coppa del Re 2020, giocata a Siviglia un anno dopo per via della pandemia: vittoria della Real Sociedad sull’Athletic Bilbao in un weekend ricco di storie, in cui la partita è stata quasi il contorno rispetto al resto

L’ultimo gol del 2020 è stato un calcio di rigore trasformato da Mikel Oyarzabal della Real Sociedad contro l’Athletic Bilbao. Ed è stato segnato, soprattutto, nel 2021. No, non è un’allucinazione, perché si trattava proprio della finale di Coppa del Re dell’anno passato, rinviata di dodici mesi per permettere ai tifosi delle due squadre di presenziare allo stadio La Cartuja di Siviglia. Tutto inutile, perché le condizioni sanitarie e i limiti di spostamento da una regione all’altra hanno mantenuto lo status quo di partite giocate a porte chiuse.

Gol di Oyarzabal, quindi, e Coppa di Spagna alla Real Sociedad; Athletic con l’amaro in bocca in un weekend che comunque passerà alla storia. E che abbiamo vissuto in loco, in una Siviglia distratta dalle celebrazioni pasquali (anche queste segnate dalla pandemia di Covid-19, con code per entrare in chiesa e distanziamento tra i banchi) dove il proscenio se lo sono presi i baschi o i simpatizzanti dei due club.

Coppa del Re

(Photo by Antonio Pozo / PRESSINPHOTO)

Perché storico

Era dal 1987 che una squadra di Euskal Herria non vinceva la Coppa del Re: l’ultima era stata sempre la Real Sociedad, abile a piegare ai rigori 6-4 l’Atletico Madrid. E poi due squadre basche non si incontravano all’atto finale di questa manifestazione addirittura dal 1927: non quelle di quest’anno, però, bensì Real Irun e Arenas di Getxo, club che attualmente languono nelle categorie inferiori. Curioso anche che i bilbaini, la seconda squadra con più Coppe del Re in bacheca (23, più del Real Madrid, fermo a 19), non avessero mai giocato in finale contro i cugini di San Sebastian.

Da qui si spiega, come del resto dicevamo tempo fa, la volontà nonostante la pandemia di Covid-19 di avere il pubblico, a costo (onde evitare la non-assegnazione del torneo) di aspettare l’ultimo giorno possibile. Che sarebbe stato il 17 aprile, ovverosia 24 ore prima della prossima finale di Coppa del Re, tra Athletic, di nuovo, e Barcellona, sempre allo stadio La Cartuja di Siviglia. Alla fine, guardando un po’ il calendario, si è deciso di mettere la partita al posto della sfida di campionato, spostando quest’ultima quattro giorni più in là, mercoledì 7 aprile.

Tutto calibrato, tutto studiato per l’evento assolutamente storico e irripetibile. La tv “di stato” basca, Eitb, che ha una struttura simile alla nostra Rai (e non esagero), ha inviato a Siviglia una dozzina di giornalisti, tra televisione e radio, più altri tra tecnici e produttori ed ex calciatori come commentatori tecnici. Questo dopo aver acquistato i diritti di trasmissione della partita, che in Euskadi si è potuta vedere su Telecinco in chiaro oppure in basco, su Eitb1. Una roba mai vista prima, anche questa frutto del momento storico per tutto il calcio locale.

Lo slogan, “Geurea bai edo bai”, “Nostra sì o sì”, è stato in tendenza sui social per tutta la settimana antecedente alla gara. Così come quello dell’Athletic, #biziametsa (“Vivi il sogno”) e #gurekin (“Con noi”) della Real. Per non parlare delle maratone “à la Mentana” nelle ore precedenti al fischio iniziale.

Non v’è dubbio, in generale, che in quanto a orgoglio i baschi, in Europa, siano uno dei popoli più in alto in un’ideale classifica. Ed è bellissimo, quasi commovente, vedere che persino i giornalisti non hanno filtri: tutti sanno cosa tifa chi, nessuno si nasconde dietro l’obiettività, eppure lavorano per un’emittente “di Stato”. Ve lo immaginate in Italia?

Qualche nota stonata, anche: le migliaia di tifosi che hanno accompagnato le rispettive squadre all’aeroporto, a mo’ di sostegno. Pur non essendoci restrizioni alla mobilità il governo di Euskadi ha criticato abbastanza duramente gli assembramenti sia a Lezama (centro di allenamento dell’Athletic) che di Zubieta (quello della Real). Il giorno stesso della partita le strade del centro di Bilbao e di San Sebastian si sono riempite di gente come se si dovesse giocare a San Mamès o ad Anoeta, con scene anche imbarazzanti di risse sfiorate o di gente in balia dell’alcol. Mascherine poche, alcol a fiumi, e meno male che la partita è stata posticipata alle 21.30 del 3 aprile, quindi col coprifuoco già in vigore nei Paesi Baschi, mentre a Siviglia e in Andalusia inizia alle 23.

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(Photo by Antonio Pozo / PRESSINPHOTO)

Il mondo delle peñas

Anche qui, però, l’occasione era irripetibile: famiglie divise sul tifo, mariti contro mogli, padri contro figli, e così via all’infinito. Nella capitale andalusa situazione identica, anche se abbiamo assistito a curiosi paradossi. Ci siamo imbattuti in studenti bilbaini che, sapendo che la finale si sarebbe disputata prima o poi, si sono iscritti all’università di Siviglia mesi fa, per poter stare vicino alla squadra al momento opportuno. Oppure in persone del luogo che, col loro accentoinequivocabile, giravano per il centro di Siviglia con la maglia dell’Athletic o della Real.
I “baschi-baschi”, invece non sono potuti andare a sud viste le restrizioni alla mobilità, provocando musi lunghi tra i baristi della capitale andalusa, pronti a innaffiare di alcol e cibo i tifosi “del nord”, notoriamente grandi consumatori.

Un rapporto, comunque, quello tra Siviglia e i Paesi Baschi, diventato anche un caso cinematografico di successo grazie al film “Ocho apellidos vascos” del 2014, campione d’incassi pur riproponendo l’ennesima replica dello stereotipo sud contro nord. Un ragazzo tifoso del Betis conosce durante una festa una ragazza proprio della provincia di San Sebastian e quando lei torna a casa si precipita in Euskal Herria, spacciandosi per basco e finendo in un mare di equivoci con il papà della giovane. Memorabile la scena in cui il protagonista quando deve aizzare una manifestazione indipendentista canta un brano popolare tipico andaluso, “Sevilla tiene un color especial” dei Los del Rio (quelli della “Macarena”), cambiando solamente la parola Siviglia con Euskadi.

Nessun problema, tuttavia, in questo weekend di Coppa del Re con mobilità limitata: spazio ai locali supporter di Athletic o Real Sociedad. Non pochi, va detto, perché le peñas, le associazioni di tifosi, ci sono anche a centinaia di chilometri dalla “base”. Ne hanno molte di più i bilbaini rispetto ai rivali, persino in Italia (i “Leones Italianos”), a Cuba o in Giappone: 763 in totale, ciascuna col suo statuto, il suo presidente, i suoi iscritti e i suoi posti riservati allo stadio quando si fa una richiesta ufficiale al club.

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La peña di Plasencia

Purtroppo, per via della pandemia, tutte le attività di tutte le peñas sono state sospese: sia le trasferte che le riunioni. Ad esempio quella della sezione sud della Spagna, che doveva essere presieduta dalla peña “Las tres catedrales” di Plasencia, nel nord della regione dell’Extremadura. La base, un bar, con tanto di bandiera dell’Athletic nella piazza principale di questo paesone di 30mila abitanti con un bel centro storico in stile medievale: presidente e fondatore, il figlio del proprietario del bar, che nel tempo libero gioca a rugby. Tra i soci, due amici di origini basche, in questa situazione contro-intuitiva, visto che di solito sono quelli di Extremadura (“La regione dimenticata”, ci dice uno dei soci) ad andare al nord in cerca di lavoro e non viceversa.

Assai contro-intuitivo, però, anche il legame che c’è tra Plasencia e l’Athletic, visto che in città nel 1893 era nata Teresita Zazà, futura grande cantante, attrice e ballerina, nonché una delle prima persone ad associare al club bilbaino la parola aliròn. Una parola che in spagnolo significa all’incirca “festeggiamento dopo una vittoria in ambito sportivo” e che ha origini non chiare; si pensa comunque che venga dall’inglese “all iron”, “tutto ferro”, cartello che veniva esposto nelle fabbriche di Bilbao all’inizio del Novecento e che implicava più lavoro, ma anche paga (e felicità) moltiplicata. Teresita Zazà fu la prima a cantare in un brano aliròn e “Athletic campeòn”, entrando quindi nella piccola storia non solo della squadra bilbaina ma pure di Plasencia, visto che le hanno intitolato una strada e una targa.

Nella città di Siviglia, invece, in centro, è stata fondata una peña due mesi fa, giusto in tempo per la finale, mentre quella storica è nel vicino paese di Dos Hermanas ed è intitolata a Oscar de Marcos, giocatore dell’Athletic. Nel club di tifosi del centro abbiamo trovato una coppia, Miren e Patrick, che vivono nella capitale andalusa, ma la donna è di Bilbao e il marito di Southampton. Si sono sposati alla basilica di Urkiola, chiesa “mistica” in montagna nei Paesi Baschi, ma poi si sono trasferiti a Siviglia: maglietta dell’Athletic per Miren, con i colori, il bianco e il rosso, che stando alla tradizione deriverebbero proprio da quelli del Southampton e da un errore, abbastanza ammantato di leggenda, di tale Juan Elorduy.

È una vicenda di oltre 100 anni fa: questo ex giocatore e in seguito segretario del club, non avendo trovato divise bianco-blu (come erano quelle dell’Athletic) fu costretto ad arrangiarsi spedendone un pacco dalla città dove si trovava, appunto Southampton. Creando, così, gli zurigorri, i bianco-rossi. Forse era destino che Miren e Patrick si dovessero incontrare e sposare. “A me però il calcio non interessa, lo seguo perché piace a mia moglie”, confida.

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(Photo by Antonio Pozo / PRESSINPHOTO)

Perdo e son contento

Come detto, questa partita è stata la finale dell’edizione 2019-20: la prima ad essersi disputata in stile FA Cup, quindi con gare secche in casa della squadra più debole fino alle semifinali, che si erano giocate, invece, con sfide di andata e ritorno. Una formula divertente e spettacolare, con nulla di scontato. Tanto che una delle semifinaliste era stato il Mirandes, club di seconda divisione che dagli ottavi di finale in avanti aveva eliminato nell’ordine Celta Vigo, Siviglia e Villarreal, prima di arrendersi proprio contro la Real Sociedad.

Un cammino, quello dei baschi in quell’edizione, iniziato ormai un anno e mezzo fa in uno dei classici posti sperduti della profonda provincia spagnola, contro un club di Tercera Divisiòn, la quarta serie: il Becerril. Una tipica storia di quelle che si incontrano in Coppa d’Inghilterra, con le big impegnate in campacci di periferia contro avversari che sono calciatori per hobby e per campare fanno altri lavori. Un caso recente, quello del Tottenham, che in FA Cup ha eliminato il Marine, club di ottava serie, addirittura. Romanticismo allo stato puro, insomma: incontro di due realtà che non sono minimamente paragonabili.

Tra Becerril e Real Sociedad è andata all’incirca così, il 19 dicembre del 2019. Intanto, il contesto: Becerril de Campos, da non confondere con altri tre Becerril presenti in territorio spagnolo, uno persino alle isole Canarie. Provincia di Palencia, da non confondere anche qua con Valencia (né con Plasencia): altra regione (Castilla y Leon) e soprattutto altro clima, visto che Becerril è in piena meseta, quella zona che occupa buona parte del centro-nord della Spagna dove si è in montagna quasi senza accorgersene, tra i 700 e 800 metri di altitudine, con inverni gelidi ed estati roventi. Palencia dista 15 chilometri da questo minuscolo borgo di 800 abitanti, il più piccolo ad aver mai partecipato alla Coppa del Re, e si trova circa a metà strada tra Burgos e Valladolid.

Becerril de Campos accoglie il visitatore con cicogne in gruppo che circolano per le strade (deserte, il venerdì santo di mattina), e bisogna stare attenti a non andarci contro perché sono belle grosse, quando spiccano il volo danno una certa sensazione di pesantezza. C’è un cartello all’ingresso di Becerril che indica: “Pueblo mas bonito de España 2016”, “Paese più bello di Spagna 2016”. Non voglio sapere gli altri come fossero, ma ecco, sarà per le aspettative alte che ho da italiano, non è che consiglierei questo posto, dove le attività principali sono allevamento di bestiame e agricoltura, in un eventuale giro turistico della zona, che comprende anche il museo del Canal de Castilla, corso d’acqua artificiale costruito nell’Ottocento e che per 207 chilometri attraversa la regione. Nemmeno Palencia è trascendentale, a dire il vero, ma passiamo oltre.

Un anno e mezzo fa il sorteggio assegna al Becerril la Real Sociedad. Relazioni tra i club all’epoca, nessuna. È una svolta, comunque, per i palentini: intanto si assicurano un incasso record, 100mila euro, usando lo stadio del capoluogo, La Balastera, grande a sufficienza coi suoi 8mila posti per accogliere abbastanza tifosi (quello del Becerril non arriva a 2mila). E poi perché scocca la scintilla, già durante la partita che nel frattempo finisce 8-0, con la Real che sbaglia pure un rigore. “Facciamo la peña”, decide il presidente del Becerril, Juan Antonio Redondo. E così è, di lì a poche settimane nasce l’associazione ufficiale di tifosi della squadra di San Sebastian. Il tutto in una zona dove la stragrande maggioranza delle persone è filo-Real Madrid o Barcellona.

“Siamo entrati subito in sintonia con la Real”, ci spiega Redondo nella sede della peña, il bar centrale del paese, il cui proprietario è presidente della peña stessa. Sul balcone della casa consistorial, la sede del comune, una gigantesca bandiera della Real mette in chiaro le cose su dove penda la bilancia del tifo. Una tendenza ancora attuale, nonostante da Becerril non possano andare a vedere le partite a San Sebastian. L’ultima volta era stata proprio alla vigilia dello scoppio della pandemia. Comunque, in pieno spirito decoubertiniano, l’eliminazione netta dalla Coppa del Re è stata il motivo per iniziare una bella amicizia tra due realtà agli antipodi, sia calcisticamente che geograficamente. Subito dopo la vittoria della Real nella finale contro l’Athletic è partito il tweet di sostegno, giustamente, da parte del Becerril.

Un Becerril che per quel gettone di presenza in Coppa del Re aveva incassato anche 23mila euro, oltre ai 100mila dalla vendita dei biglietti, e che intanto è ancora in Tercera Divisiòn. Gioca contro squadre tipo Colegios Diocesanos, La Granja e il Bupolsa, in una regione, Castilla y Leon, grande come Lombardia, Veneto Emilia-Romagna e Toscana messe assieme, e che costringe i giocatori a viaggi anche di tre ore per le trasferte, in strade non necessariamente curate. Una zona, quella di Palencia, che ha fornito pochissimi calciatori di livello nella storia: attualmente il più famoso è Sergio Asenjo, portiere del Villarreal.

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La casa consistorial di Becerril.

Chi c’è e chi non c’è più

Naturalmente, essendo una finale dell’anno scorso, ha fatto specie vedere affrontarsi le squadre nella loro versione attuale. Ovvio, non si potevano richiamare i giocatori ceduti a dodici mesi di distanza, o levare chi nel frattempo è diventato protagonista.

Prendete Martin Odegaard, ad esempio. “Martintxo”, come lo chiamavano a San Sebastian prima che il norvegese tornasse al Real Madrid e in seguito si trasferisse all’Arsenal, aveva avuto un impatto devastante sul gioco dei bianco-blu, con le sue connessioni quasi telepatiche con Oyarzabal e la capacità di creare dal nulla, anche su calcio da fermo. Il suo posto è stato preso da David Silva, che è un bell’andare, ma il canario nelle settimane precedenti alla finale ha avuto diversi problemi fisici, non ultimo una ginocchiata presa nel sedere durante una partita contro il Granada che l’ha tenuto fuori per una decina di giorni.

In questa finale, poi, doveva giocare titolare Asier Illarramendi, praticamente fermo da oltre un anno per ripetuti guai alla caviglia e al ginocchio e ripresosi nelle ultime settimane, ma il capitano della Real si è fatto di nuovo male alla vigilia della partita.

L’Athletic, dal canto suo, è cambiato parecchio rispetto all’aprile dell’anno scorso. A partire dall’allenatore, Marcelino Garcia Toral, che da questo gennaio siede sulla panchina dei bilbaini al posto di Gaizka Garitano, silurato nonostante una vittoria contro l’Elche (ma pochi giorni prima aveva perso malamente in casa proprio il derby con la Real Sociedad). Con l’asturiano al timone i biancorossi hanno sfiorato la perfezione, innanzitutto conquistando a sorpresa la Supercoppa di Spagna, proprio sul prato della Cartuja, eliminando Real Madrid in semifinale e Barcellona in finale, grazie a un gol spettacolare ai supplementari di Inaki Williams.

Se con Garitano l’ambiente era piombato nel grigiore più assoluto, l’arrivo di Marcelino, che ha cambiato le gerarchie riportando gente come De Marcos “al centro del villaggio”, è stato una manna piovuta dal cielo per l’Athletic.

Il vero talismano della stagione dei bilbaini, però, nonché miglior realizzatore stagionale in assoluto, è una vecchia conoscenza del calcio italiano: Alex Berenguer. Arrivato tra lo scetticismo generale nella sessione estiva del calciomercato per 12 milioni, l’ex Torino si è ritagliato uno spazio sempre più importante, specie nella Coppa del Re “di quest’anno”, con reti decisive come quella al Levante in semifinale. Largo a destra nel 4-4-2 di Marcelino, con la sua corsa inesauribile, Berenguer è diventato intoccabile. In pochissimi ci avrebbero creduto, lo scorso ottobre.

Non c’è più invece, perché si è ritirato, Aritz Aduriz, l’ultima grande bandiera dell’Athletic: a 39 anni avrebbe voluto giocarsi la Coppa del Re e magari festeggiarla andando in giro sulla Gabarra, la storica chiatta con cui si festeggia ogni titolo a Bilbao. Però era in tribuna allo stadio La Cartuja a sostenere i suoi.

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(Photo by Rfef pool / PRESSINPHOTO)

Uno stadio olimpico senza Olimpiadi

Già, La Cartuja, il campo neutro per eccellenza della Spagna. Non è di nessun club, visto che il Siviglia gioca al Sanchez Pizjuàn e il Betis al Benito Villamarin. È Olimpico, come indicano i cartelli, anche se in città i Giochi non si sono mai disputati: al massimo ci sono state due candidature, nel 2004 e nel 2008.

È uno dei pochissimi impianti in Spagna con la pista d’atletica, ma anche qui c’è un motivo visto che era stato costruito per ospitare i Mondiali del 1999. Una manifestazione in cui l’Italia conquistò due ori con Fabrizio Mori nei 400 ostacoli e con Ivano Brugnetti nella 50 chilometri di marcia. Quest’ultimo, un trionfo a tavolino dopo la squalifica del russo Skurygin, vincitore originario.

La Cartuja si trova sull’omonima isola che, tanto per cambiare, isola non è visto che è collegata con Siviglia da un ponte (il Puente del Cristo). Questo però, un po’ come ha rappresentato Rho-Fiera per Milano, è stato il cuore dell’Expo di Siviglia del 1992, cinquecentenario della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo. Che pare avesse deciso di lanciarsi nell’impresa, partendo da Palos de la Frontera, mentre meditava nel Monastero della Cartuja.

Ci sono ancora i resti di quella gigantesca manifestazione: un viale alberato intitolato a Marie Curie, che a un certo punto incontra perpendicolarmente l’Avenida Carlos III, che collega di fatto la città allo stadio. Il profumo di fiori d’arancio è fortissimo, gli alberi stracarichi di frutti, qualcuno è pure caduto o, più probabilmente, è stato strappato da qualcuno. Non esistono appartamenti su questa “isola”, che si affolla di gente specie quando apre il vicino parco-divertimenti Isla Magica, le cui attrazioni si notano anche dall’altro lato del fiume Guadalquivir.

Lo stadio La Cartuja, come detto, è ad oggi il campo neutro per eccellenza in Spagna. Lo è di fatto, ma anche viste le circostanze. Quando si affrontano Real Madrid e Barcellona, per esempio, è facile programmare la partita al Mestalla di Valencia, per esempio, per far muovere entrambi i club. Se “salta” una delle due big, magari il Real (che non gioca una finale di Coppa del Re addirittura dal 2014), si rimane a Madrid ma al Metropolitano, casa dell’Atletico, senza scartare il Bernabeu, santuario blanco. Se invece viene eliminato il Barça si aprono le porte del Camp Nou.

Insomma, comunque dipende dalla situazione e ad oggi la Cartuja accontenta tutti, tanto che ospiterà la finale di Coppa del Re fino al 2023 e già in passato, nel 1999 e nel 2000, si erano giocati altri due atti conclusivi della manifestazione: Valencia-Atletico Madrid 3-0 e Saragozza-Celta Vigo 3-1.

Il gol e poco altro

Nessuna rivalità in Italia è paragonabile a quella che c’è tra Athletic e Real Sociedad. Forse nemmeno nel mondo. Perché è una rivalità che ha anche degli obiettivi in comune. Non è raro sentire bilbaini o donostiarrak (gli abitanti di San Sebastiàn) affermare: “Mi rode perdere una finale, ma se proprio deve succedere meglio che vincano loro”, cioè l’Athletic o la Real.

Le comuni aspirazioni indipendentiste, la sensazione di diversità che permea soprattutto Bilbao, coi giocatori che devono essere per statuto baschi di nascita o di formazione calcistica (una volta peculiarità anche della Real, seppur non messa per iscritto), l’essere parte integrante del tessuto sociale della regione (è quantomai raro in Euskadi trovare qualcuno che non sia tifoso di queste due squadre): tutti aspetti che danno a questo derby un robusto peso specifico, che sia una partita di campionato o una finale di Coppa del Re.

Anche per tale motivo, forse, la partita del 3 aprile è stata bruttissima, tesa, deludente dal punto di vista delle emozioni. In una serata dal clima quantomai basco, con un nubifragio che nel primo tempo ha flagellato Siviglia, a decidere è stato uno svarione dell’Athletic in uscita-palla dalla difesa, che ha concesso alla Real l’occasione del calcio di rigore (fallo di Martinez su Portu) e la conseguente trasformazione di Oyarzabal. Per il resto i portieri sono rimasti quasi inoperosi e le stelle tanto attese hanno deluso.

Migliore in campo Mikel Merino, centrocampista della Real autore del passaggio-laser, e ad effetto, che ha lanciato Portu, successivamente abbattuto in area da Martinez. Gran giocatore Merino, navarro di Pamplona, figlio d’arte (suo padre Miguel aveva militato nell’Osasuna, nel Celta, nel Leganes e nel Las Palmas) con un passato poco fortunato tra Borussia Dortmund e Newcastle: centrocampista completo, alto quasi uno e novanta, dai piedi educati e forte di testa.

Oyarzabal autore del gol-vittoria e, da capitano, sollevatore della Coppa. Al suo posto, come già detto, doveva esserci Asier Illarramendi, che però il giorno prima della finale si è strappato il polpaccio: fuori per il resto della stagione, ma protagonista delle celebrazioni, pur zoppicante, accennando anche un’esibizione con la tromba scimmiottando quella di Asier Villalibre, che si era lanciato dopo la vittoria in Supercoppa contro il Barcellona.

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(AP Photo/Alvaro Barrientos)

Un altro protagonista delle celebrazioni, l’allenatore della Real Sociedad, Imanol Alguacil, che ha chiuso la conferenza stampa post-partita indossando la maglia della squadra e persino la sciarpa, accennando uno dei cori che si cantano allo stadio. Perché lui è tifoso, oltre che ex-giocatore ed ex-tecnico delle giovanili, e quei colori ce li ha addosso, sottopelle.

L’altra faccia della medaglia, un Athletic spento per una partita in cui arrivava da favorito, condizione quasi inedita nella storia recente dei bilbaini. Dietro la lavagna soprattutto Martinez, che della Real è stato pilastro e capitano fino alla cessione, all’epoca ricca di polemiche, nel gennaio 2018, in tutta fretta, con clausola di rescissione pagata sull’unghia pochi giorni dopo l’addio all’Athletic di Laporte, finito al Manchester City. Al termine della finale, comunque, il centrale mancino è andato a complimentarsi coi suoi ex-compagni, uno per uno. Sperando di potersi prendere la rivincita il 17 aprile, sempre alla Cartuja, contro il Barcellona, cercando di vincere la Coppa del Re di quest’anno.

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