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La corsa Champions sembra una partita a Monopoly

By 2 Maggio 2019
Corsa Champions

Imprevisti, opportunità e turni fermi in prigione: la lotta per l’Europa dei big assomiglia molto a una partita al famoso gioco da tavolo. Chi ritirerà al via le 20mila lire?

Immaginate un tavolo grande, molto grande. Vi sono sedute attorno sei persone. Qualcuna è lì da anni, qualcuna da mesi, c’è anche chi è stato chiamato da poco per sostituire chi non è stato ritenuto all’altezza. Gli hanno messo davanti un tabellone gigantesco anche perché inizialmente, intorno al tavolo, si era almeno in nove. Due di loro, però, hanno già trovato la serenità. C’è chi, vestito di bianconero, ha costruito ville a Parco della Vittoria e non si smuove da otto stagioni. Sperava di traslocare nel corrispettivo internazionale, Boardwalk, e per farlo aveva chiesto aiuto a uno dei migliori nella specialità, ma è stato respinto con forza da un gruppetto di giovani alle prese con una stagione da ricordare.

C’è anche chi si accontenta di Viale dei Giardini, non ha intenzione di pagare la tassa di lusso e si è fermato lì, dopo aver sognato, non più di dodici mesi fa, di poter ribaltare l’ordine costituito. Ma questa non è la loro storia, e neanche di chi si è dovuto alzare dal tavolo dopo qualche lancio di dadi sbagliato nelle ultime settimane. È la storia degli altri sei giocatori, che cercano due posti al sole, diciamo Largo Augusto e Corso Impero, e chi dovrà accontentarsi di Via Roma e Piazza Giulio Cesare. Anche Viale Traiano potrebbe tornare utile, ma di sicuro qualcuno si alzerà dal tavolo con l’amaro in bocca. A che punto è questa partita a Europoly?

Inter – 62 punti
Il primo lancio di dadi nerazzurro era stato elettrizzante, arrivato sull’onda del colpo di testa di Vecino nel maggio scorso contro la Lazio. Ancora l’uruguaiano a infiammare i cuori interisti nella notte contro il Tottenham, sembrava il primo esame superato di una lunga serie. Ma l’Europa è un terreno complesso da affrontare senza tutti i dadi al posto giusto, e Luciano Spalletti si è ritrovato improvvisamente al piano di sotto, “l’altra” Europa, quella del giovedì sera. Nelle sfide con Tottenham e PSV, che sono costate l’eliminazione dalla Champions League, l’Inter ha smarrito qualche sicurezza di troppo mentre marciava spedita verso Viale dei Giardini sul suolo nazionale. Ed è finita per flagellarsi sulla casella degli imprevisti.

Mentre intorno imperversava la bufera mediatica, non si può dire che l’Inter abbia effettivamente perso troppo terreno, forte anche del buon lavoro svolto nella prima parte di stagione. Il derby con il Milan è stato fondamentale da questo punto di vista: un tracollo contro i rivali cittadini avrebbe provocato spaccature probabilmente insanabili. Nella notte più delicata, i ragazzi di Spalletti hanno impresso una nuova sterzata alla stagione, e poco importa che il picco principale di polemiche sia giunto due settimane più tardi, nel momento del ritorno in gruppo di Icardi, escluso alla vigilia della sconfitta con la Lazio. Luciano Spalletti è uomo che non disdegna la polemica, la cavalca, ci sguazza fino a nutrirsene e a distrarsi dall’obiettivo principale.

Nonostante tutto, però, il target dell’Inter pare raggiunto: l’amaro in bocca è per l’uscita prematura dalle tre coppe (inclusa la Coppa Italia), ma i nerazzurri sono pienamente in linea per la terza piazza. Hanno giocato gli scontri diretti di fine stagione più pensando a non perdere – Roma e Atalanta – che a vincere, e le domande sono legate al futuro: al tavolo della prossima stagione ci sarà ancora il tecnico di Certaldo? Mauro Icardi fa ancora parte del progetto? Ce lo dirà il tempo. Al momento, tolte Juventus e Napoli, l’Inter è la più vicina al traguardo delle ventimila lire da ritirare al via, pur trovandosi perfettamente a metà tra due punti di vista: ha fatto tutto quello che era nelle sue capacità oppure si sta accontentando del minimo sindacale?

 

 

Atalanta – 59 punti
In uno dei tweet più illuminanti delle ultime settimane, il giornalista Stefano Ciavatta ha scritto: «Outsider è il pianeta mitico dove tutti gli altri club vorrebbero vivere (a parole), solo a Bergamo ci riescono». Per il terzo anno consecutivo, Gian Piero Gasperini è al tavolo dei grandi. Continuano a vendergli – a suon di milioni – i capi pregiati da lui disegnati o riscoperti, eppure non fa una piega. Prende nuova stoffa, la modella, reinventa quanto basta il suo gioco per evitare che il modello sfiguri. Ed è ancora lì, sempre lì, stavolta a giocarsi addirittura l’Europa dei grandissimi. Non sembra in grado di inciampare nella casella degli imprevisti, a meno di passi falsi passeggeri, come l’incredibile prestazione personale di Dragowski in un match tra Atalanta ed Empoli che ha riscritto la storia della statistica applicata al calcio, oppure in quella sciagurata serie di rigori con il Copenaghen che aveva fiaccato gli animi di tutti a inizio stagione.

La Dea resta outsider perché non ha il blasone delle altre, ma per continuità non ha nulla della sorpresa. L’Atalanta è l’intro di Bollicine di Vasco Rossi, l’inaspettato che tale non dovrebbe essere, considerando di chi stiamo parlando. L’Atalanta che difende in avanti, che segna come (quasi) nessuna altra formazione di Serie A, che è un’innovazione pur predicando quelle marcature a uomo apparentemente legate alla preistoria del calcio. L’Atalanta è Gomez che alle porte dei trent’anni si consacra come uno dei migliori esterni d’attacco d’Europa, e due stagioni dopo spacca in due le difese da trequartista, la superiorità numerica fatta numero 10.

L’Atalanta è l’enigmatico Ilicic: è lui a esaltare il sistema o è il sistema che l’ha fatto tornare a volare come quando duettava con Pastore? L’Atalanta è Zapata che dopo anni da sgobbone diventa bomber, prendendo il posto di uno come Petagna a cui veniva chiesto soprattutto di fare a sportellate. Ma è normale, è Gasperini che prende le misure, taglia, cuce, capisce di non avere più gli inserimenti fotonici di Cristante e deve trovare trame diverse.

L’Atalanta è Hateboer che dopo un anno e mezzo di apprendistato sembra il Conti dei bei tempi, e fa quasi tristezza ripensare a quell’esterno nerazzurro rivedendolo ancora malconcio per l’infortunio con il rossonero milanista addosso. L’Atalanta è il duo di centrocampo più sottovalutato del campionato: de Roon che di olandese ha solo il passaporto e per il resto è più bergamasco dei bergamaschi, e Freuler che è il suo partner perfetto.

L’effetto Gasperini pesa anche sul mercato, perché Gagliardini e Kessié non hanno reso altrove come in nerazzurro e ci si pensa due volte prima di far partire l’offerta per uno di quei meravigliosi centrocampisti. L’Atalanta li tiene stretti e ora sogna la Champions League, potendo coronare questo ciclo triennale addirittura con un trofeo: è in finale di Coppa Italia con la Lazio, stesso avversario del prossimo turno di campionato, e guai a dire che Gomez e gli altri partiranno da sfavoriti. Da outsider, quello sì. Ma c’è ancora chi ha il coraggio di scommettere contro l’Atalanta?

 

 

Roma – 58 punti
Non esiste piazza in Italia capace di infiammarsi e deprimersi con la rapidità di quella romanista. A Monchi sarebbe bastato poco per non disperdere il patrimonio di entusiasmo provocato da una semifinale di Champions League inattesa e romanzesca. In sede di mercato, però, lo spagnolo ha preferito la rivoluzione all’evoluzione: fuori Alisson, diventato obiettivamente troppo grande anche per una Roma capace di chiudere nelle prime quattro d’Italia e d’Europa, Nainggolan e Strootman, limitandoci solamente alle colonne della squadra che aveva strapazzato il Barcellona.

Nella gara di andata contro il Liverpool, i giallorossi avevano subito il ritmo folle dei Reds, annaspando anche con due mezze ali dell’intensità del belga, meno ispirato rispetto all’anno da incursore con Spalletti ma comunque giocatore solitamente in grado di tenere l’urto di una gara giocata a marce alte, e dell’olandese, andato via via ricostruendosi dopo i terribili infortuni al ginocchio grazie alla sua enorme sagacia tattica.

Il mercato romanista manifestava almeno quattro urgenze: il sostituto di Alisson, un centrale difensivo di alto livello da affiancare a Manolas, il sostituto di Nainggolan (Strootman sarebbe stato ceduto soltanto a mercato chiuso, provocando il malcontento della piazza) e l’esterno destro d’attacco di piede mancino a lungo richiesto da Di Francesco, per avere un’alternativa – o un titolare – da aggiungere a Under. Monchi, con una mossa a sorpresa, ha ritenuto opportuno saltare con entrambi i piedi sulla casella degli imprevisti, pasticciando in porta e a centrocampo, scommettendo sul solo Kluivert davanti e rinunciando all’idea di acquistare un centrale titolare.

Lo psicodramma Roma, viste le premesse, è iniziato prestissimo. La sconfitta in casa del Bologna (23 settembre) aveva già il sapore del cataclisma imminente, ma il derby vinto contro la Lazio era stato sufficiente per iniettare nuova fiducia, insieme alla qualificazione agli ottavi di Champions League per il secondo anno consecutivo. Convincersi di non avere un problema non basta a risolverlo. I giallorossi sono andati avanti navigando a vista, e non si sono fermati quando hanno cominciato a imbarcare acqua pesantemente: una nuova striscia di risultati utili consecutivi, alcuni tra l’immeritato (Bologna) e il rocambolesco (Frosinone), aveva placato la furia generata dal 7-1 rimediato in Coppa Italia dalla Fiorentina. Il bubbone era poi esploso definitivamente nel breve giro di pochi giorni: derby perso ed eliminazione per mano del Porto in Champions League.

Spalle al muro, la società ha deciso di silurare Di Francesco e affidarsi a un traghettatore di lusso come Ranieri. Monchi, forse sentitosi delegittimato oltre che legato a doppio filo con il tecnico, ha fatto i bagagli, tornando a casa (Siviglia) come chi ritrova l’abitazione dei genitori intatta quando deve uscire da una convivenza finita male. Un ritocco qui, un’aggiustatina lì, e Ranieri si è messo a dare senso a un mercato confusionario. Ha accantonato Olsen per dare fiducia a Mirante, ha provato a proteggere il pacchetto arretrato abbassando il baricentro rispetto al suo predecessore, anche a costo di passare lunghi brani di partita in difesa posizionale nel tentativo di non lasciare spazi.

La svolta è arrivata con il tribolato successo di Marassi, da lì in poi la Roma ha subito un solo gol in quattro partite, pur rischiando molto contro Udinese e Inter. Con il Cagliari, in una sfida dai ritmi balneari, ha avuto la furbizia di rilanciare anche Pastore, forse il peccato originale di Monchi. Il calendario sorride e la Roma sembra avere in mano i dadi giusti per chiudere la propria partita dalle parti di Corso Impero. E chissà, forse c’è un Conte che aspetta soltanto questo.

 

Torino – 56 punti
Qualcuno si era dimenticato troppo in fretta di Walter Mazzarri. L’escursione al Watford aveva convinto meno del suo inglese stentato, il ritorno in Italia sembrava l’approdo scontato di un allenatore nella fase calante della carriera, con tutto il florilegio di meme che ne consegue. Mazzarri era ormai diventato la gif delle dita che picchiettano sull’orologio, della bottiglia d’acqua minerale stretta in bocca. Una parodia. Ma in pochi conoscono l’arte del pragmatismo come il tecnico toscano. È arrivato al Torino a stagione in corso e ha aspettato pazientemente di poter trasmettere i suoi punti fermi: la difesa a 3 da mandar giù a memoria, il pressing alto se non addirittura altissimo, l’aggressività come tratto distintivo.

Questo Toro è forse la squadra più feroce di Mazzarri, che è riuscito a tirar fuori il meglio da Baselli – Sinisa Mihajlovic aveva detto di lui «Sono tre mesi che gli dico che deve tirare fuori le palle se ce le ha. È l’unico bergamasco che conosco che non ha la cattiveria» – indicandogli in Rincon un modello da seguire, e ha colto al balzo l’occasione di poter allenare un centrale allevato da Gasperini come Armando Izzo. Sono pochi i giocatori così abituati a difendere in avanti, cercando sempre l’anticipo: Mazzarri l’ha capito e ha modellato di conseguenza la fase difensiva della sua squadra, affidandosi all’esperienza di Moretti sul centro-sinistra e a un giocatore di categoria superiore come N’Koulou.

Un pacchetto arretrato guidato in maniera sublime da Salvatore Sirigu, forse il miglior portiere della Serie A per rendimento in questa stagione. I concetti offensivi sono quelli di sempre, i quinti che chiudono sui cross dell’esterno opposto, i palloni diretti a cercare il centravanti – Belotti non è quello di qualche stagione fa ma 13 gol non sono un bottino trascurabile – e la seconda punta a cucire il gioco tra le linee, che si tratti di Iago Falque o del rigenerato Berenguer, uno dei due coltellini svizzeri a disposizione del tecnico: prima parte di stagione da esterno a tutta fascia, rush finale da partner del Gallo. L’altro jolly è Ansaldi, uno che dove lo metti sta: destra, sinistra, all’occorrenza anche mezz’ala, il tutto con la corsa di un cavallo e il piede di un trequartista.

Corsa Champions

Il gioco di Mazzarri non piace agli esteti. Tutt’ora, andando a sbirciare sui profili social del club, c’è una sempre più sottile frangia di tifosi in rivolta per il “non gioco” della squadra. Eppure, a quattro lanci di dadi dalla fine di questa estenuante partita a Europoly, il Toro è in corsa con club che hanno ben altre risorse tecniche ed economiche. Il derby sarà un passaggio cruciale del finale di stagione come è lo stato il 2-0 inflitto al Milan, un Diavolo mai così povero di idee davanti all’esuberanza granata. All’ultima di campionato, contro la Lazio, Walter Mazzarri tirerà le somme. Non ci stupirebbe se portasse con sé un taccuino con i nomi di tutti quelli che lo avevano dimenticato troppo in fretta.

 

Milan – 56 punti
Si dice spesso che nel calcio conti molto di più il modo in cui si finisce una stagione rispetto alla parte iniziale. Si può anche ottenere lo stesso risultato, ma farlo in crescendo trasmette tutt’altro sapore al bilancio di fine anno. Il Milan si sta lentamente sgretolando. Tutto quello di buono che era stato costruito nella prima fetta di campionato, in un periodo lacrime e sangue, con gli infortuni a rubare la scena e Rino Gattuso costretto di volta in volta ad affrontare emergenze che lo hanno portato anche a schierare Calabria mezz’ala, è svanito all’improvviso. Si era sentito qualche scricchiolio, ma nulla a che vedere con il botto fragoroso del derby di ritorno, una crepa gigantesca impossibile da sistemare.

Corsa Champions

A Rino Gattuso va riconosciuto il merito di essere un allenatore che non cerca alibi. In un campionato nevrastenico, con tecnici e dirigenti sempre pronti a sbraitare a ogni minimo errore arbitrale, Ringhio è il più calmo di tutti, sempre in grado di spegnere le polemiche, in barba al soprannome che si portava dietro in campo. È anche per questo che la conferenza stampa pre Torino-Milan aveva rappresentato un campanello d’allarme: mai si era visto un Gattuso dal nervo così scoperto, sinceramente preoccupato e allarmato.

Di sicuro, a distanza di quasi due anni, il rendimento degli uomini portati a Milanello dalla precedente gestione dirigenziale, nell’estate del 2017, è assolutamente deficitario. C’è chi paga infortuni cronici – lo sfortunato Conti e Biglia, che però già alla Lazio aveva fatto scattare qualche sirena a riguardo – e chi non sembra ancora aver trovato il ruolo giusto, come Calhanoglu, lontano parente del giocatore visto nella seconda metà della scorsa stagione. C’è chi proprio non riesce a stregare la critica: è il caso di Musacchio e Ricardo Rodriguez, 36 milioni di euro in due per incidere poco o nulla.

Infine, chi non è più a Milano: da Bonucci a Kalinic, passando per il rebus André Silva, destinato a tornare alla base dopo il prestito al Siviglia. Si salva soltanto Kessié, pur essendo la pallida controfigura del centrocampista famelico visto a Bergamo. Con tutti i suoi limiti, e in una stagione che ha vissuto anche l’enigma Higuain, sostituito alla grande da Piatek (e pure il polacco, nel marasma generale, sta calando vistosamente in quest’ultimo mese e mezzo), Gattuso ha cercato di condurre al meglio la partita di Europoly, trovandosi però a corto di idee e risorse nel momento più importante. È stato tradito da una stagione pessima di Suso, non ha saputo uscire dal solito spartito e quando ci ha provato, come in Coppa Italia contro la Lazio, ha prestato il fianco alle caratteristiche migliori dei rivali. Restare fuori dal giro vorrebbe dire rinunciare al rossonero. Uno sgarbo, per chi lo vive da vent’anni come una seconda pelle.

 

Lazio – 55 punti
Indecifrabile, anche per il suo stesso allenatore. La Lazio è un rebus che nemmeno Simone Inzaghi sembra aver risolto. Oggi mostra il volto migliore, i fraseggi palla a terra del trio Luis Alberto-Milinkovic-Correa, le imbucate per Immobile, il gioco lucido di Leiva. Basta un click, un interruttore premuto da qualche parte, e tutto cambia. Luis Alberto diventa poco concentrato e immalinconito, Milinkovic-Savic fa rimpiangere i milioni rifiutati per lui in estate, Correa sbaglia qualche gol di troppo, Immobile fa la conta dei pali colpiti, la difesa turba i sonni dei tifosi.

Eppure è la stessa squadra, con gli stessi giocatori, lo stesso tecnico. C’è un nervosismo di fondo che anima la stagione della Lazio, arriva da lontano, da qualche sgarbo arbitrale di troppo nell’ultima partita a Europoly. Pensavano di averla superata, e invece no, i fantasmi riaffiorano. Te ne accorgi quando vedi Immobile e Parolo protestare per ogni minimo contatto in area, per qualsiasi accenno di fallo di mano. Se la Lazio è tranquilla, se gioca come sa, è difficile da contenere. Ma se il germe della rabbia latente esplode, ci si può aspettare di tutto.

Non più di due settimane fa sembrava tutto finito. Una sconfitta incredibile in casa con il Chievo, tre punti facili facili che avrebbero tenuto vivo il sogno Champions, andavano soltanto raccolti. E invece, complice la follia di Milinkovic e una statistica da incubo nei precedenti casalinghi contro i clivensi che si è confermata in maniera sinistra, la Lazio ha ceduto di schianto.

Corsa Champions

Tutto finito? Macché. Pallonate sul Milan nella semifinale di ritorno di Coppa Italia e pass per la finale dell’Olimpico strappato brillantemente, quindi un’ora di grande calcio a Genova contro la Sampdoria, estromessa dal tavolo di Europoly con qualche turno di anticipo. È tornata la Lazio? Chi pensa di poterlo dire, si faccia avanti. La mezz’ora finale contro i blucerchiati ridotti in dieci non ha lasciato bei segnali, ma fare pronostici sulla squadra più pazza del campionato è un’impresa per chiunque.

Lo stesso Inzaghi non sa più cosa aspettarsi. A lui il merito di aver insistito su Caicedo, autore di un ottimo 2019. Ha capito di non poter contare su alcuni ricambi – Durmisi si è rivelato non all’altezza del pur vetusto Lulic, il tentativo di riabilitare Patric come centrale di destra pare naufragato tra leggerezze inconcepibili e interventi folli – e ha scoperto nelle ultime settimane la qualità di Romulo, tassello prezioso aggiunto tardivamente da Tare: l’italobrasiliano è di ben altra pasta rispetto a Marusic, sottovalutare l’importanza degli esterni nel gioco di Inzaghi è stato un difetto importante nel mercato estivo, forse la sbavatura principale. I punti sono pochi rispetto a chi è in corsa per la Champions, e il calendario è disseminato di trappole: l’Atalanta, lo scintillante Bologna di Mihajlovic, il Torino. Ma visti i precedenti, e con una finale di Coppa Italia nel mezzo, può succedere di tutto.

Restano quattro turni. A chi tocca tirare i dadi?

 

L’immagine di copertina e la foto delle pedine sono tratte da Getty Images. 

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