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La Danimarca che ha conquistato l’Europa

By 26 Giugno 2020

Quella squadra non giocava un grande calcio, ma un calcio libero dalle attese, senza ambizione, con una spinta piuttosto divertente: quella del pallone di strada, in un crescendo di possibilità e fiducia. Non sapevano, per questo vinsero. Non cercavano nulla, trovarono la Storia

Era il giocatore dell’anno, poi è diventato quello del secolo nel campionato danese. Kim Vilfort fu anche l’uomo dell’estate calcistica del 1992, con un segreto e un gol. A volte basta poco. Mentre in Italia ci si divideva tra “Mare mare” di Luca Carboni e “Hanno ucciso l’uomo ragno” degli 883, uscivano gli “Spietati” e “Basic Instinct” ma il film più visto era “Aladdin”, dall’altra parte dell’Adriatico c’era la guerra, uno dei primi esperimenti di morte nel rispetto della distanza sociale. E quella guerra nella ex Jugoslavia ci privò di rivedere una squadra che avevamo amato a Italia ’90 e che Gigi Riva ha raccontato ne “L’ultimo rigore di Farouk”. Tra embarghi Onu e spari, bombardamenti e massacri: una settimana prima dell’inizio del campionato europeo di calcio al posto di quella Jugoslavia – che poi riapparirà sotto forme e paesi differenti solo anni dopo, balcanizzata – fu richiamata la nazionale danese, che dalle vacanze rispose: Ma sì, veniamo, che ci costa. Tanto si giocava nella vicina Svezia.

Richard Møller Nielsen, il commissario tecnico – assentatosi nel 2014 – richiamò i suoi, in fondo si trattava di andare a fare la comparsa, di giocare senza pensieri. Tutti accettarono meno il migliore, Michael Laudrup, che giocava nel Barcellona, e che aveva litigato con Nielsen, insomma fece la star, non sapendo che stava rinunciando a una grande avventura. Accettò, invece, il calciatore che i pensieri li aveva e come, Kim Vilfort, di cui tutti conoscevano il dramma, che si seppe solo dopo. Giocava nel Brøndby IF, allora, e oggi ne allena le giovanili.

 Allsport UK

In una settimana la preparazione era sulla fiducia e sulla speranza, un siete atleti, anche se in vacanza. In deroga a tutti i ritiri, alle imposizioni, alla rigidità di cui sempre si parla – pensate alle preparazioni degli italiani – ma i danesi andarono oltre l’Olanda del ’74 e ’78, di cui tutti si meravigliavano per le libertà lasciate, loro bevvero e giocarono, guardarono e amarono donne, tanto erano al torneo solo per giocare, non dovevano vincere, non erano riusciti a qualificarsi e quella sembrava solo una gita premio.

Intorno, c’era, poi, tutto un grazie danesi per aver salvato il campionato, e loro, prego, tanto siam qua di passaggio, in fondo all’aula e al campo. Prima partita, posate le birre, c’è l’Inghilterra di Graham Taylor che, nonostante la dieta e la preparazione, non segna. Si giocava a Malmö, e John Jensen prese anche un palo, a momenti vincevano quelli delle vacanze: Ma tu guarda, certo zero a zero è onesto, dice che in fondo sono stati seri si sono impegnati, hanno fermato una squadra che doveva stravincere e invece no. Ci han messo la faccia e l’hanno confermata. Si va a Stoccolma, contro la Svezia, tutti si aspettano le sdraio e i gol dei padroni di casa. Alla fine nessuna goleada, la Svezia vince, ma i danesi dimostrano che sebbene in vacanza sono difficili da battere, come se quel nirvana della strafottenza li rendesse immuni dagli attacchi, senza pressione giocano anche liberi e rischiano pure di battere la Svezia, se il portiere Thomas Ravelli non devia in angolo una punizione di Kim Christofte.

 Shaun Botterill/Allsport

Da squadra simpatia conquistano posizioni, e cominciano anche a dirsi Eh però, non siamo male, senza preparazione, senza il Laudrup campione, c’era solo l’altro fratello, Brian, siamo ancora in corsa. Ma mentre la squadra beve e immagina, Kim Vilfort deve tornare a casa: il suo segreto è sceso di un gradino nelle complicazioni e forse è meglio che lui sia lì piuttosto che in una piscina di un albergo svedese a bere e guardare ragazze.

Intanto, la Danimarca torna a Malmö per giocare contro la Francia, – allenata da Michel Platini – alla quale basta un pareggio per andare in semifinale, invece segnano i danesi, con un gran tiro di Henrik Larsen, uno che Fabio Caressa oggi chiamerebbe una pippa e che prima di quella partita avrebbe trovato d’accordo anche la curva del Pisa, squadra dove aveva giocato senza grandi risultati. È una favola, in fondo i danesi son il paese di Hans Christian Andersen, ci sta tutto, il calcio è anche uno dei mondi dove si sovverte la realtà, ma mentre tutti cominciano a scrivere la favola e fare i paragoni con lo scrittore, segna Jean-Pierre Papin, un caporale napoleonico, bravissimo a rovinare le felicità altrui, con un diagonale che impasta tecnica e freddezza.

Mancano dieci minuti alla fine, la Francia è dove deve essere, e la Danimarca sta per tornare alle vere vacanze, uscendo da questa illusione con senso di colpa – non dimenticate che giocano al posto degli jugoslavi –. La Francia continua ad attaccare, e Peter Schmeichel salva quel pareggio, che non serve a nulla se non alla faccia. Nielsen in uno slancio di generosità, cerca di far giocare tutti, manda in campo Lars Elstrup, che non ha ancora giocato. Ma entra e su una ripartenza la appoggia in porta, pallone dalla destra e lui d’interno batte il portiere francese. Ciao Francia. Ancora birra, siamo danesi, e una semifinale che è oltre ogni previsione.

 (Photo by Allsport/Getty Images)

A Göteborg  c’è l’Olanda, che ve lo diciamo a fare, cari danesi, tanto che vi importa, grazie per essere arrivati qua, per averci fatto sognare e divertire, Oscar alla squadra non protagonista, per come ha saputo interpretare il ruolo andando oltre se stessa. Cinque minuti e zac, segnano anche all’Olanda, ma come? Non vi basta? E poi ancora la pippa Larsen. No, è troppo. Poi con i campioni in carica, ma rimette in ordine le cose Bergkamp, e tutti dietro le birre pensarono ogni cosa è a suo posto, ora l’Olanda va in finale e questi gitanti tornano a casa loro. Anzi dalla favola si era passati all’ospite inatteso che ti dorme sul divano più tempo di quanto avresti potuto immaginare, certo è simpatico, ma anche basta, in fondo li abbiam chiamati come si faceva con quello che passava di lato nelle partitelle da ragazzi, cinque contro quattro serve un quinto, Ehi tu? Si tu? Ti va di giocare? Certo, vieni, e quello poi ti ribalta i piani e segna, e segna ancora, sì, certo, ancora Larsen, ma tanto è solo il primo tempo, c’è tutto il secondo, vuoi che uno dei grandi nomi olandesi non segni? Sì, eccolo, segna Rijkaard, e i danesi hanno anche perso Claus Christiansen, gli si è piegato il ginocchio in modo assurdo.

Tempi supplementari e sofferenza, Ma dai chi se ne frega, siam qua in gita, per bere e giocare qualche partita senza pensieri, sono gli olandesi che si devono preoccupare, e loro invadono gli spazi danesi, calano nell’area, dove, però, c’è sempre Peter Schmeichel, portiere del Manchester United, che non ne vuole sapere, quasi che dicesse a tutti: Scusate, son venuto fin qua per farmi segnare? Se ci riescono, bene, altrimenti io ho diritto di divertirmi e di impedire a chiunque di segnare, che siano francesi o olandesi. Per mezz’ora l’Olanda gioca contro il portiere danese, per mezz’ora tutti pensano: Ok è finita, però sto Schmeichel sembra Rambo. E infatti vince lui.

 (Photo by Shaun Botterill/Allsport/Getty Images)

I danesi sono crollati fisicamente, le birre, le ragazze, e va bene senza pensieri, ma le gambe farebbero parte dell’impresa, e non ci sono più, vanno ai rigori distrutti. Va a battere Larsen, che ormai è il nuovo Laudrup, Flemming Povlsen, Lars Elstrup, Kim Christofte, e Vilfort, che è tornato per giocare, e poi tanto c’è Peter, è quello il pensiero di tutti, forse anche di Marco Van Basten che quando se lo trova davanti è davvero cigno contro anatroccolo anche se di taglia extralarge, tira a destra e Schmeichel ci arriva. «Non importa che sia nato in un recinto d’anatre: l’importante è essere uscito da un uovo di cigno». I danesi segnano a ripetizione e anche l’Olanda è fuori. Ciao Cara.

La Danimarca è in finale, colpo di scena, contro la Germania di Berti Vogts. Cambia tutto, la gita è un pensiero lontano, intorno c’è rispetto, e anche molti ripensamenti su come dietro una eliminazione ci siano ragioni che il calcio ignora. Il ribaltamento genera ammirazione, e nessuno più guarda i danesi con rassegnazione né sufficienza, anzi. La Germania campione del mondo del 1990, li teme, e fa bene. Segna Jensen, quello che poteva segnare all’Inghilterra e non lo fece. Cosa manca alla favola? Oltre i 71 minuti dopo il vantaggio? Il gol di Vilfort, elementare calcio, quello col segreto che ora tutti conoscono: ha sua figlia con la leucemia, va e viene dalla Danimarca e gioca per avere degli attimi di dimenticanza, e uno glielo passa Brian Laudrup – fratello della star Michael che non volle prender parte all’impresa – e Kim non ci pensa e tira, non ci pensa e segna. Il suo tiro è il rifiuto di un dolore, che pero tornerà. Due a zero. Danimarca campione. Non un grande calcio, ma un calcio libero dalle attese, senza ambizione, con una spinta piuttosto divertente: quella del pallone di strada, in un crescendo di possibilità e fiducia. Non sapevano, per questo vinsero. Non cercavano nulla, trovarono la Storia.   

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