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La dichiarazione di indipendenza di Karel Poborsky

By 8 Gennaio 2020

Storia di un calciatore diventato eroe suo malgrado e che dopo aver strappato dalle mani lo scudetto all’Inter nel famoso 5 maggio ha rischiato di morire per la puntura di una zecca

L’ultimo autoritratto Vincent Van Gogh lo fece senza barba poi lo regalò alla mamma, pochi mesi dopo si uccise, forse con quella faccia storta e spoglia come un albero in autunno aveva dichiarato la nudità della vita, la sua dolorosa debolezza pronta alla resa, quella stessa dell’insetto di Kafka colpito sul molle dorso da una mela; il grandissimo pittore olandese aveva rinunciato a se stesso attraverso questo esercizio ascetico che ricorda il taglio di capelli delle monache; la morte era pronta a sostituire la barba.

E dalla barba stava arrivando la morte per Karel Poborský, colpa di una zecca annidata nel folto pelo che aveva morso la faccia del grande calciatore cèco trasmettendogli la malattia di Lyme che gli aveva provocato prima un fastidioso eritema, poi la paralisi facciale tanto che i medici lo misero in coma per evitare danni neurologici: tre settimane in ospedale senza mangiare e con un lenzuolo a coprirgli gli occhi che non sopportavano la luce. Il bacillo scoperto dallo svizzero Wilhelm Burgdorfer lo stava uccidendo e solo perché una zecca aveva trovato ricovero nella barba, che Poborský comunque si è fatto ricrescere.

LaPresse.

Da calciatore non la portava, piuttosto correva potente sulla fascia o a centrocampo esibendo tecnica, forza, capacità realizzativa anche su punizione; lui aveva cominciato a giocare da bambino quando esisteva ancora la Cecoslovacchia e sotto il comunismo, lo aveva fatto nella sua città, Třeboň, prima di trasferirsi nella a Dyn. Č. Budějovice dove vide il crollo del muro di Berlino che portò nel novembre del 1989 in Piazza San Venceslao quasi un milione di manifestanti che provocarono le dimissioni del segretario del Partito Comunista della Cecoslovacchia, Milos Jakes, e avviarono la cosiddetta Rivoluzione di Velluto.

I giovani e gli operai, forse per indicare l’apertura delle porte sia interiori che esteriori, cominciarono a tintinnare i mazzi di chiavi durante la marcia di protesta contro il comunismo che crollò poco dopo. Il tintinnio travolse così tanto la Cecoslovacchia che nel 1993 si spaccarono, senza referendum ma per accordi tra il primo ministro slovacco Vladimír Mečiar e il primo ministro cèco Václav Klaus, in Slovacchia e Repubblica Cèca; per un po’ i cecoslovacchi, come fossero in equilibrio instabile su due lastre di ghiaccio che si staccano, si ritrovarono un piede da un lato e un piede sull’altro, erano diventati tanti Charlot che roteavano con le braccia per non cadere ma poi caddero.

(Photo by Clive Mason/Getty Images)

Intanto il giovane Karel stava diventando un calciatore importante, lo comprò lo Slavia Praga col quale vinse lo scudetto. La dittatura non c’era più, il comunismo si era spento, rimasto nel dolore dei padri e dei nonni, il tintinnio delle chiavi si affievoliva e Karel andava agli Europei del 1996 dove giocò magnificamente e realizzò il celebre pallonetto al portiere portoghese Vitor Baìa. Un colpo sotto dalla linea dell’area di rigore, il pallone che pareva volesse uscire e invece scese all’improvviso in rete; un gol di una bellezza folle per gesto, tecnica, audacia e spavalderia. Arrivò secondo con la sua nazionale, così in estate si ritrovò a essere un calciatore del glorioso Manchester United.

Poborský era un magnifico giocatore, solo che l’esplosione del giovane Beckham oscurò il suo cammino e allora meglio il Benfica e soprattutto la Lazio e tutti sanno cosa avvenne un giorno di maggio del 2002 contro l’Inter. Il cèco sarebbe andato via perché la Lazio non aveva soldi e Karel voleva tornare in patria, dove far crescere i figli; all’ultima di campionato giocò la sua partita migliore e l’Inter perse uno scudetto che pareva già suo e da tutti annunciato come sicuro.

Ben Radford/Allsport

Doppietta di Poborský e poi gol di Simeone (che non esultò e quando venne sostituito applaudì polemico il pubblico) e Simone Inzaghi con i tifosi laziali inferociti perché avevano invitato a perdere la partita durante tutta la settimana per non far vincere lo scudetto alla Juventus – Ronaldo in panchina pianse, il segno della croce di Moratti fatto all’inizio, dopo il gol di Vieri, risultò inutile; il clima era folle, isterico, complottista come spesso succede all’Italia quando ricopre di torba i suoi abitanti: si sospettava che alcuni calciatori della Lazio avessero giocato svogliati mentre altri, Poborský appunto, non avevano alcuna intenzione di uscire dal campo come fosse una farsa e dopo il primo gol esultò rabbioso contro la curva che non aveva gridato al gol.

L’isteria di quei novanta minuti ancora ancora oggi racconta bene il condominio italiano, fatto di veleni, rancori e favori come se la corte dei Borgia non fosse mai sparita. Dopo la vittoria seguì il silenzio negli spogliatoi, la scontentezza di tanti, specie dei sudamericani, le polemiche, le accuse mentre Karel, di notte, tornava nella Repubblica Ceca, disgustato da come l’Italia viveva il calcio fuori e dentro il campo. Chissà che notte fu, quella di Karel, forse lunghissima forse breve e chissà quand’è che ha deciso di farsi crescere la barba. Giocò ancora, di nuovo con lo Sparta Praga poi con il České Budějovice. Ha vinto campionati e coppe, è stato miglior giocatore dell’anno, il suo talento riconosciuto in tutta Europa eppure a Roma invece di ricordare il calciatore sontuoso schiumano rabbia per quella partita.

Allsport UK /Allsport

 

Di chi sono?
Io sono dell’inverno ostile ai frutti
e della morte, se il tempo lo chieda,
io sono dell’amore, di cui sbaglio la porta,
al posto di una mela ai vermi lasciato in preda.

Questi sono versi del poeta Jiří Orten, morto nel 1941, e richiamano le scelte di Poborský di appartenere a un lato della terra e non all’altro, di essere anche se parrebbe non essere più; la partita contro l’Inter esprime l’umana solitudine di chi dopo la menzogna del comunismo non accetta di farsi complice della menzogna del calcio. Appartenere all’inverno quando sarebbe molto più semplice e comodo essere dalla parte della primavera, questo esprime l’affermazione della libertà contro chi la libertà per molti anni non l’ha conosciuta.

I due gol di Poborský sono stati un atto di indipendenza, non un dispetto, un’azione morale, la più alta, contro la stizza predatoria del calcio italiano che si ingozza di danaro, di rancore e di favori. C’è dentro quei due gol la lezione di Jan Patočka, filosofo morto nel 1977 per le persecuzioni violente della polizia eppure mai volle abbandonare il suo paese oppresso. L’uomo ha bisogno del rapporto con l’altro, afferma, e può accettare l’altro solo esponendo se stesso, ha sempre bisogno di essere per la verità, ossia dove c’è ricerca del senso di se stessi e del mondo che si fonda sul lavoro e sull’etica e non sulla menzogna o la prevaricazione che sono soltanto la distruttiva forma del disprezzo dell’altro. Poborský è stato eletto quarto miglior calciatore ceco del decennio 2000-2010 e sesto miglior calciatore ceco del decennio 1993-2003 da alcune riviste ma a lui il calcio non manca, come ha dichiarato

“Il mio tempo era finito”

LaPresse

Sembra una frase uscita dal Qoelet dove c’è un tempo per vivere e uno per morire, uno per seminare e l’altro per raccogliere, uno per piangere e l’altro per sorridere, la serena rassegnazione del calciatore cèco è di struggente semplicità; non parla di amarezza per la sconfitta nella finale agli Europei 1996 contro la Germania. È stato il calciatore che in nazionale ha avuto 118 presenze e segnato 8 reti, secondo solo a Petr Čech, e la zecca nascosta nella barba pare la storia del suo paese che, dopo essere rimasto paralizzato e aver rischiato di morire per il morso di una dittatura atroce, è riuscito a guarire tornando alla sua identità, la barba appunto.

Sul suo instagram il calciatore ha una foto con due ritratti a metà per comporre il suo volto per intero: una con e l’altra senza barba; non sono casualità, queste. Nessuno ricorda un suo gol strepitoso quando giocava nel Benfica, lo fece nel 1998 contro il Braga: prese palla da fuori area, superò un avversario, corse verso la porta, superò il centrocampo, eliminò un terzo che però si ripresentò davanti alla porta ma Poborský lo saltò con una finta a rientrare prima di piazzare la palla alla destra del portiere; una geometria luminosa, equilibrata fatta da chi vede nel tempo di gioco, nel tempo di una nazione, nel tempo degli uomini la legge morale e non la legge di Darwin.

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