Feed

La fissità delle facce del calcio

By 16 Marzo 2021

Il viso immutabile è la linea tra dentro e fuori, città e periferia e spesso provoca reazioni particolari in chi lo osserva

Oktoberfest, anni Settanta. L’ispettore Clouseau si muove tra i tavoli, in mezzo a gente ubriaca, rumorosa, sempre col bicchiere in mano; lui avanza con la solita faccia impassibile mentre sicari di tutta Europa cercano di ucciderlo; solo che, in modo casuale, i killer o si eliminano tra loro o vengono ammazzati da altri senza volerlo. Closeau nemmeno si accorge degli agguati e non si diverte alla festa della birra, lui scivola nella vita con la stessa indifferenza del teorema di Democrito su Dio, frammento 347.

Dio o vuole togliere i mali, ma non può; oppure può, ma non vuole; oppure non vuole e non può; oppure vuole e può. Se vuole, ma non può, è impotente; il che è inammissibile in Dio. Se può, ma non vuole, è invidioso; il che pure è alieno da Dio. Se non vuole e non può, allora è invidioso e impotente; e anche questo non può attribuirsi a Dio. Se vuole e può, il che soltanto conviene a Dio, allora da dove vengono i mali? o perché non li toglie?

Getty Images

Per Epicuro Dio potrebbe evitare il male ma non vuole, si disinteressa dell’uomo, è indifferente alla sua condizione. Clouseau è impassibilità e casualità, non ammette intrusioni emotive. Nel calcio ci sono facce immobili come quella del personaggio interpretato da Peter Sellers, sembrano inespressive ma hanno variazioni impercettibili. La faccia di Balotelli, arruffata come da sonno, è una pietra scura che rivela quando segna e quando parla rabbia continua, il viso immutabile è la linea tra dentro e fuori, città e periferia e spesso provoca reazioni indignate o irridenti in chi lo osserva. Dopo un gol Balotelli blocca la comunicazione con il mondo, diventa torre eburnea che si prova ad assediare con interviste e analisi non riuscire a scardinare la sua rigida malinconia. I versi del giovanissimo rapper J Lord, napoletano di origine ghanese proprio come Balotelli, un po’ raccontano la faccia del signor Barwuah, cognome originario di Mario, la sua cantina buia, la sua chiusura ostile soprattutto quando segna.

Songhe sempe chill’’e primma
‘E vvote ‘e cose materiali
Nun te fanne sentì happy
Te ascarfe cchiù ‘n abbraccio
Ca nu piumino expensive
Songhe ‘na dimostrazione
‘O ssaie che c’ha può ffa’
Tengo ‘a stessa cattiveria

L’immobilismo facciale di Balotelli è diverso da quello famosissimo di Pirlo, che si vinca o si perda, si rida o si pianga lui resta fermo al suo volto che ha espressione perplessa; lo sguardo dell’allenatore bresciano scarnifica tutto ciò che vede, che sia lo scudetto o un infortunio, era così anche da calciatore; quando lasciava partire lanci che il mondo ammirava per la precisione superba non si esaltava, continuava con divina indifferenza, quella di Montale – rendeva oggettivo il mondo fino a ridurlo al minimo della sua ontologia.

 (Photo by Valerio Pennicino/Getty Images)

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine;
scheggia fuori dal tempo, testimone
di una volontà fredda che non passa.

Quando si osserva invece il volto di Gabbiadini si pensa subito che sia triste o addirittura apatico, in realtà è mite, non fa mai rumore, per quanto sia statico rivela il senso dell’attesa, è una bonaccia che lo lascia sospeso in un tempo fermo come la nave del polacco Conrad in uno dei suoi più celebri romanzi.

 Un uomo deve saper affrontare la sua cattiva sorte, i suoi errori, la sua coscienza e tutto quel genere di cose. Contro cos’altro si dovrebbe combattere altrimenti?

La faccia di Gabbiadini è dunque uno stato d’animo, una condizione interiore, se ne sta come uno stagno lontano a riposo nella sua atarassia. Nelson Dida aveva il viso imperturbabile ma per sdegno, qualcosa gli provocava corruccio, fastidio, si presentava in campo come un moto di disgusto che non riusciva a reprimere, la bocca cancellava le altre parti della faccia e rivelava la stessa nausea di Antoine Roquentin, protagonista del romanzo di Sartre. Un altro portiere, Dino Zoff, tra i pali era diverso nel volto immoto: sobrio, scarno, zen, non si agitava né imprecava, le labbra si aprivano appena tanto che pareva un ventriloquo; per il suo ruolo Zoff non aveva il volto introverso quanto interrogativo, era bisogno e richiesta, la sua impassibilità provava a comprendere il male racchiuso nel gol.

(Photo by Lutz Bongarts/Bongarts/Getty Images)

La vera natura del volto, il suo segreto sta altrove: nella domanda che mi rivolge, domanda che è al contempo una richiesta di aiuto e una minaccia.

 Il filosofo Levinas ha fatto del volto una filosofia umanistica e della Trascendenza che se è presente in Zoff manca nella impassibile faccia di Zeman che esprime soprattutto ironia, quella socratica di cui parlò in gioventù Kierkegaard; l’ironia sta nel fatto che la conoscenza si risolve in un’aporia perché non esiste sapere definitivo per quanto si inviti alla ricerca della conoscenza, fino al sacrificio di sé. Il volto dell’allenatore boemo è sorriso continuo, bambino che vede sempre il re nudo e il calcio come l’infanzia e il piacere del sogno, il suo volto non si preoccupa perciò degli affanni trasformati in gloria, a lui è già chiaro che siamo maschere per la morte.

Leave a Reply