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La genesi del mito di Lorenzo Amoruso

By 30 Settembre 2020

Da Primavera del Bari a bandiera dei Glasgow Rangers. Ecco la parabola del primo capitano cattolico della più famosa squadra protestante

È una notte d’Estate del 1991 e mentre Lorenzo Amoruso sta per affrontare il primo vero e lungo viaggio della sua vita, da Palese a Mantova, Vincenzo Matarrese (che per i ragazzi del vivaio barese ha sempre avuto un debole) presenta David Platt in un San Nicola gremito di tifosi. Mai vista tanta gente a Bari per l’annuncio di un calciatore. Il Mondiale delle Notti Magiche è ancora un ricordo vivo, e quel giocatore è stato uno dei migliori del torneo. Dopo lo stadio progettato da Renzo Piano, il capitano della nazionale inglese. Fantacalcio, 25 mila abbonati in estasi, un paio di palleggi e una sciarpa al collo.

Per il Bari inizia il sogno: “Dobbiamo entrare in Europa dalla porta principale”, dice Matarrese. A Platt affianca la scarpa d’oro Frank Farina: una caterva di gol con il Bruges, la benedizione dell’allenatore Gaetano Salvemini: “Con lui, Platt e Joao Paulo sognare non è vietato”. In quella squadra ci sono anche Cucchi, Rizzardi, Antonio Soda, l’ex milanista Colombo, Federico Giampaolo. A dicembre arriveranno un fortissimo terzino croato, Robert Jarni, e un centrocampista in prestito dal Milan: il ragazzo si chiama Zvonimir Boban. Qualche mese più tardi Joao Paulo si rompe tibia e perone dopo un contrasto con Lanna e Salvemini viene esonerato. Il Bari viene affidato a Boniek che non riesce a centrare nemmeno la salvezza, nonostante i gol di Platt. Il Bari retrocede in B e decide di ricominciare da Sebastiao Lazaroni, ex ct del Brasile che viene da una esperienza non proprio positiva alla Fiorentina.

È un’altra campagna acquisti faraonica, perché Vincenzo Matarrese proprio non ci sta a subire l’onta di vedere nel nuovo San Nicola la Serie B. Arrivano Angelo Alessio, Onofrio Barone, Berardino Capocchiano, ma soprattutto Pino Tagliatela, Igor Protti e Sandro Tovalieri. Restano alcuni pezzi da novanta come Jarni ma il risultato è ancora più deludente di quello dell’anno precedente: il Bari arriva decimo, lontanissimo dalle prime posizioni e quindi resta in B con un passivo in bilancio pesantissimo.

(Photo by Michael Steele/Getty Images)

Lorenzo Amoruso, nel frattempo, inizia a farsi conoscere in Serie C: dopo le poche presenze di Mantova, gioca 19 partite – quasi tutte nel girone di ritorno – a Pesaro, nella Vis. Ma qui c’è una storia nella storia, perché l’allenatore della Vis Pesaro è Enrico Catuzzi, l’artefice del Bari dei baresi di metà anni ’80 che forgia Amoruso, trasformandolo in un centrale moderno. Come tanti ragazzi partiti in prestito da Bari, però, sembra piuttosto evidente che per un po’ girerà l’Italia in prestito, ma Matarrese si è stancato di spendere soldi in nomi altisonanti e ha chiesto a Materazzi, che nella stagione precedente è subentrato all’eccentrico Sebastiao, e a Carletto Regalia di rivedere i piani.

Basta giocatori già affermati, resta solo chi ha davvero voglia di vestire la maglia del Bari. Inizia così uno scouting che riporta a casa alcuni dei prospetti più interessanti del vivaio. Tra questi ragazzi ci sono tre baresi: Massimiliano Tangorra (di Barletta), terzino, Emiliano Bigica, centrocampista di 20 anni al quale viene simbolicamente affidata subito la fascia di capitano, ed un difensore centrale dal fisico statuario e con dei piedi tutt’altro che ruvidi. Quel difensore è, appunto, Lorenzo Amoruso. E a 21 anni è già tornato a casa ed ha l’opportunità di giocare da titolare.

Sì, perché Materazzi dà sin da subito fiducia a quei ragazzi, nelle parole e nei fatti. Si affida alla loro voglia, alla loro corsa, in parte alla loro incoscienza. Lo spirito di questi ragazzi baresi coinvolge anche Tovalieri e Protti che da quella stagione in poi iniziano le pratiche per diventare cittadini onorari. Il Bari, pur con un organico inferiore, tiene testa alla Fiorentina fino all’ultimo. Entrambe le squadre conquistano la promozione e Lorenzo Amoruso disputa un campionato strepitoso segnando anche gol molto importanti, come quello a Cosenza su punizione, una sua specialità. Nello stacco aereo è praticamente imbattibile, in B c’è un solo avversario che può metterlo in difficoltà e presto sarà suo compagno di squadra in viola. L’anno dopo, con la stessa incoscienza, Regalia e Materazzi confermano in A il blocco dei ragazzini terribili, ai quali iniziano ad aggregarsi altri prospetti della Primavera come Nicola Ventola.

Michael Cooper/ALLSPORT

Il Bari raggiunge una salvezza tranquilla, prendendosi anche la soddisfazione di battere sia l’Inter che il Milan a San Siro. Arriva su tutti i campi d’Italia – e anche al cinema, in un film dei Vanzina – il trenino, dopo un gol di Miguel Guerrero all’Inter. Ma il capotreno diventerà presto uno dei vagoni, perché a guidare quel treno ci sono quasi sempre Protti, Tovalieri e Gautieri. Un paio di volte però, come dopo la rete che permette al Bari di superare il Foggia nel derby, il capotreno è proprio Lorenzo Amoruso. Un difensore fortissimo, uno stopper che sa marcare come un calciatore di altri tempi e costruire come un centrale moderno.

Impossibile che le grandi non se ne accorgano, e infatti la Fiorentina di Cecchi Gori acquista entrambi i giovani prospetti: il capitano del Bari e della nazionale Under 21, Bigica (per intenderci, all’epoca se ne parlava come si parla oggi di Tonali), e il difensore centrale. Tutti e due partono titolari nella squadra di Ranieri. Poi con il passare del tempo e delle stagioni Bigica finirà per essere una sorta di uomo spogliatoio – nelle foto dei gol di Batistuta è sempre uno dei primi che corre ad abbracciarlo, dalla panchina e con un giubbotto più grande di un paio di taglie – Lorenzo Amoruso si afferma, invece, come uno dei difensori più forti del campionato.

Sacchi però, stranamente, non lo vede. Un po’ perché forse lo reputa troppo bravo nella marcatura, molto perché davanti a lui ci sono i suoi fedelissimi: Maldini e Costacurta, ma anche il blocco del Parma con Minotti e Apolloni. L’Europeo del 1996 poteva essere un’occasione, ma ancor di più lo è il biennio di Cesare Maldini che però punta sui suoi fedelissimi della vecchia Under 21. Inizia così l’era Nesta – Cannavaro e per tutti gli altri centrali sarà difficilissimo, quasi impossibile, trovare spazio fino al post 2006.

Michael Steele /Allsport

Il periodo di Firenze è comunque ricco di soddisfazioni per Amoruso. Quella squadra si candida ad essere una delle sette sorelle, vincendo la Coppa Italia (in finale segna proprio Lorenzo) e la Supercoppa Italiana – la famosa sera dell’Irina ti amo di Batigol davanti alla telecamera – e arrivando a disputare una semifinale di Coppa delle Coppe contro il Barcellona. Notte diventata leggendaria per un altro gesto, sempre del centravanti argentino, che zittì il pubblico del Nou Camp. Una partita perfetta, quella del centrale di Palese, messo di fronte a Figo, Stoichkov e forse il miglior Ronaldo di sempre, che praticamente non vide mai il pallone.

La tappa successiva di Lorenzo è ai limiti del picaresco. Tra le tante opportunità sul tavolo lui sceglie, su consiglio del padre, famoso allenatore di giovanili noto a Bari con il soprannome di Maestro Amoruso, quella della Scozia. Ma non è una squadra a caso, è quella protestante: i Glasgow Rangers. È una scelta di vita – e nelle scelte di vita contano ovviamente anche i soldi, circa 3 miliardi a stagione – che gli vale una targa a Ibrox e un ruolo di rilievo nella hall of fame di sempre dei Rangers. Diventa il primo capitano cattolico della squadra, vince tre campionati di fila, tre Coppe di Lega, quattro Coppe di Scozia e il riconoscimento personale come MVP del campionato 2002. Anno in cui, forse, Trapattoni avrebbe davvero bisogno di un difensore così per la sua Nazionale che verrà eliminata dalla Corea agli ottavi dei Mondiali.

“Mi davano dal pazzo a lasciare il campionato più bello del mondo per andare a Glasgow, ma io volevo affrontare gli attaccanti più forti al mondo e questo lo potevi fare solo in Champions League: i Rangers questa possibilità me la davano.”

(Photo by Gary M. Prior/Getty Images)

In quella squadra Amoruso troverà un giovanissimo Gattuso, Sergio Porrini e l’attaccante ex Perugia Marco Negri. La squadra ha altre stelle: Brian Laudrup, Ally McCoist e Paul Gascoigne su tutti. Amoruso, barese e uomo del Sud, si ambienta subito nella grigia e piovosa Glasgow. La gente, che esce da lavoro e va direttamente a scaldarsi in un pub, vede in lui uno come loro. Il tifo è l’esatto contrario del clima e Amoruso, gladiatore, trova ad Ibrox la sua arena. Indossando la fascia di capitano rompe anche un tabù: per molti anni non venivano nemmeno tesserati giocatori di fede religiosa diversa da quella della squadra. Ma Lorenzo Amoruso va oltre la religione. È un trascinatore, uno che morirebbe in campo per quella maglia. A volte il calcio è una strana alchimia: quella tra Amoruso e i Rangers è perfetta.

Quando Lorenzo approda in Scozia ha la fierezza e il fascino del pirata Long John Silver. Ne uscirà come il capitano coraggioso di Rudyard Kipling. Il suo porto è Glasgow, il suo vascello è Ibrox Stadium, la sua ciurma i cinquantunomila “gers”. Il resto è una storia di conquiste, arrembaggi, tempeste. Di battaglie, come l’Old Firm, che tradotto vuol dire “vecchio affare”. Non una partita, ma la partita. Un intreccio di religione, politica e storie di immigrazione in cui il calcio – strano ma vero – questa volta è solo una cornice, un pretesto. La storia di questo affare ha origine a fine ‘800.

I Rangers nascono nel 1872 e i loro fondatori sono convinti protestanti che attribuiscono alle divise i colori blu e bianco, gli stessi della bandiera scozzese. Per spiegarla in maniera semplicistica, i Rangers sono scozzesi purosangue, unionisti e fedeli alla Regina d’Inghilterra. Il Celtic, invece, rappresenta gli irlandesi di Scozia, che siano nati o immigrati. Non importa. Sono di fede cattolica, indipendentisti e fedeli a San Patrizio. Alla tradizione celtica devono tutto: dai colori bianco-verdi, alle croci celtiche fino allo stemma raffigurante il trifoglio di San Patrizio, principale simbolo dell’Irlanda e della trinità cattolica. La storia ci racconta che sia stato Fratello Walfrid nel 1888 a fondare il club, un frate cattolico di origine irlandese, nel tentativo di raccogliere fondi e aiutare i poveri cattolici e irlandese che vivevano ai margini di Glasgow. In questo vecchio “affare”, se vivi a Glasgow, devi scegliere con chi stare: “Con loro o con noi?” Big Amo sposa per sempre la causa dei gers.

(Photo by Alexander Hassenstein/Bongarts/Getty Images)

Dopo sei anni, in linea con le sue scelte di vita, si prende la soddisfazione di giocare anche in Premier e, anche questa volta, la scelta è coerente con la sua carriera. Chi ha visto la bellissima Serie TV su Netflix, The English Game, conoscerà la storia dei Blackburn Rovers, la prima squadra proletaria a vincere la FA Cup e, di fatto, quella che aprì la strada al professionismo grazie soprattutto al romanzesco Fergus Suter. Amoruso si toglie la soddisfazione di giocare in uno degli stadi più belli e antichi di Inghilterra, Ewood Park aperto al pubblico dal 1882, ma subisce due infortuni molto seri che non gli permettono di diventare per la gente del Lancashire ciò che è stato per quella di Glasgow. Ma tutti ne apprezzano comunque il carattere e la tempra. Lui mette anche da parte un discreto mucchio di sterline, prima di rientrare in Italia, chiudendo la carriera a San Marino con i Cosmos.

Come diversi baresi del calcio sceglie di non tornare a vivere in Puglia. Se Cassano dice che Genova è casa sua, se Ventola ha scelto Dubai, (dopo Los Angeles), Bigica e Amoruso, partiti assieme quasi per caso nell’estate del 1994 verso la Toscana per fare il salto nel calcio che conta, vivono e lavorano a Firenze. Lorenzo lo ha ribadito più volte anche durante Temptation Island, in una discussione che ha riempito le pagine dei giornali di gossip. Ricordando che un giramondo come si deve, ad un certo punto, deve decidere dove stare. E che tra le tante case del mondo, Amoruso – gladiatore, lottatore e gran difensore – ha scelto Firenze.

*Si ringraziano Patrizio Guido Altieri e Francesco Costantini, colleghi e amici

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