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La gioia effimera e solitaria dell’invasore di campo

By 20 Maggio 2020

Le invasioni avvengono in tanti modi, ma il campo di calcio non ammette anarchia o irregolarità, non vuole intrusi, è un dogma, una chiesa, deve celebrare un rito, deve eseguire la vita non interromperla

 

Nel libro dell’Esodo la prima invasione fu quella delle rane, che occuparono i corsi d’acqua, poi arrivarono le zanzare, le mosche infine le cavallette; le stesse che Jake, ossia John Belushi, gridò alla fidanzata abbandonata sull’altare in “The blues brothers”: “Non ti ho tradito, dico sul serio. Ero rimasto senza benzina, avevo una gomma a terra, non avevo i soldi per prendere il taxi, la tintoria non mi aveva portato il tight, c’era il funerale di mia madre, era crollata la casa, c’è stato un terremoto, una tremenda inondazione, le cavallette, non è stata colpa mia, lo giuro su Dio!”.Sintesi di quando succede qualcosa che ne impedisce un’altra; di invasioni ce ne sono state tante, da quelle naturali a quelle storiche.

“Non posso ascoltare troppo Wagner, già sento l’impulso a invadere la Polonia!” Celebre battuta di Woody Allen in “Misterioso omicidio a Manhattan”, mette insieme due secoli tragici e sottolinea come una invasione sia strategia e allo stesso tempo istinto; anche nel calcio esistono le invasioni, certo non quelle barbariche o prussiane, sono modeste, minime, rumorose, colorate, quasi sempre innocue e solitarie: donne seminude, donne con il costume, uomini in panza e birra che mimano atti sessuali alla folla in festa, giovani smilzi che fanno capriole a torso nudo nell’area di rigore e altri che prendono a pugni un calciatore.

24 giugno 2019, un invasore corre per il campo durante il match di Copa America fra Cile e Uruguay.  (Photo by Alexandre Schneider/Getty Images)

Sono incursioni improvvise, l’uomo o la donna sbuca da bordo campo, corre in maniera spesso confusa provando a evitare gli steward che li rincorrono, delle volte anche i calciatori si mettono a stanarli; quasi sempre gli invasori scivolano perché hanno scarpe lisce e perdono equilibrio, sono consapevoli di essere effimeri e destinati all’arresto, hanno vita brevissima fatta di corse scomposte, ridanciane, sghembe come le loro intenzioni. Per qualcuno è esibizionismo, posa, un modo banale di avere attenzioni.

Sono varie le invasioni: uno incappucciato che scende in campo con la spada finta, un altro che dà un bacio al suo campione, uno invece che prende a calci in petto un difensore – c’è ardore, follia, egocentrismo, passione umana in questi pochi istanti di celebrità. Quando i poliziotti e gli steward li inseguono sembra di entrare in una vecchia comica del cinema muto, quello in cui i cops corrono dietro a Charlot o a Buster Keaton: sono goffi, impacciati, spesso cadono, non sanno bene cosa fare e allora continuano fino a quando in qualche modo non acciuffano l’impavido invasore.

Kinsey Wolanski è accompagnata fuori dal campo durante la finale di Champions League fra  Tottenham e Liverpool (Photo by Matthias Hangst/Getty Images).

Durante la finale di Champions League del 2019 Tottenham – Liverpool al Wanda Metropolitano di Madrid la modella Kinsey Wolanski ha ottenuto popolarità mondiale per una invasione di campo in cui si notava il suo corpo straripare sotto il monobikini, su cui c’era scritto il nome del sito a luci rosse del fidanzato Vitayl Zdorovetskiy; dopo quella rapida apparizione il sito è stato visitato da milioni di persone e oggi il fatturato è di circa quattro milioni di euro.

Segno, forse, di come la massa nel Novecento fosse un’ipotesi e oggi una liquida certezza che subito si addensa dove capita e non ha un centro: prima era legata alla fisicità, all’uno di fianco all’altro, all’ammucchiata, al raduno, alle fabbriche e alla televisione ma i tempi di rimbambimento erano lunghi, basti pensare alle lente pubblicità del Carosello; ci hanno provato anche cani, galli, civette, gatti, scoiattoli, ermellini, volpi e persino una mucca a invadere il campo ma non hanno trovato follower. Un cane, con aria ironica, senza alcuna voglia di giocare o di correre, si è ingobbito a centrocampo e ha cominciato a espellere sollevando lo sguardo al cielo sulle zampe tremolanti, mostrando indifferenza a calciatori e pubblico.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Quando arriva l’invasore il calcio si ferma e rivela la sua fragile finzione, basta davvero poco per smettere di crederci; certo gli invaders sono aggressivi, ironici, esibizionisti, violenti, provocatori, con i loro movimenti cancellano  per un momento la partita ma allo stesso tempo rivelano il loro ossequio ai calciatori. Hanno bisogno delle loro luci, dei loro nomi per farsi vedere da tutti, poi spariscono portati via con la forza, solo che talvolta ritornano.

Come l’abruzzese Mario Ferri, detto Falco, è lui il runner che poco tempo fa è stato inseguito dalla Finanza sulla spiaggia mentre si allenava, scappando per non essere multato; da qualche anno gioca nel campionato delle Seychelles, esterno di centrocampo del Victoria City, in precedenza aveva giocato con il Verlengia, il Pro Tirino, il Venafro, il Castel di Sangro e il Paestum. Tanti gol tra i dilettanti e la passione di invadere il campo prima come sberleffo, adrenalina, irrisione, infine come protesta contro il razzismo, contro la pena di morte (il caso di Sakinah, in Iran)  e soprattutto in difesa, con la maglia di Superman, di Cassano in nazionale; le invasioni di Ferri sono beffe alla ser Ciappelletto, inganni boccacciani, è un personaggio da commedia all’italiana che irrita o fa divertire; le sue invasioni, come anche quelle del catalano Jimmy Jump, sono l’irruzione del pubblico, la sua irriverenza, il suo bisogno di essere centro e non solo periferia: è l’abbattimento di ogni distanza, è la messa a fuoco da vicino delle facce che sugli spalti restano indistinti. La rivendicazione della folla, la sua ricerca del regno dove non può stare anche se l’ha creato lei nei posti più umili, ordinari, quotidiani.

Jimmy Jump, cerca di prendere la Coppa del Mondo durante la finale dei Mondiali del 2010 fra Olanda e Spagna. (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

C’è un regno grandissimo che si nasconde nelle piccole cose.
È talmente immenso che può stare nel palmo di una mano.
Ma dove si trova?
Dietro l’armadio con l’anta rotta,
in mezzo ai frammenti di uno specchio,
sotto il mio letto disordinato,
fra foto e giocattoli d’infanzia.
Non so dove sia.

Il regno grandissimo di cui parla il poeta siciliano Vincenzo Politi, ricercatore di Filosofia a Parigi, davvero rimpicciolisce, come capita a un rettangolo verde su cui rotolano famosi e sconosciuti, tutti con il peso del nostro tempo stroboscopico e sterilizzato. Lo Spiderman entrato all’Etihad Stadium durante una partita del City è segno di un mondo che si accontenta di identità fasulle non trovandone proprie – a Salisbury un tifoso scese con il paracadute dentro lo stadio durante una partita contro il Chester City  quasi arrivasse da chissà quale mondo, come accadde nel 1979 a due famiglie di tedeschi dell’est, gli Strelzyk e i Wetzel, che scapparono di notte dal socialismo dentro una mongolfiera; dopo quasi mezz’ora di volo dalla Turingia atterrarono a Naila, nel nord della Baviera tra lo stupore dei presenti, lo stesso dei calciatori di Salisbury.

(Photo by Dan Mullan/Getty Images)

Le invasioni avvengono in tanti modi,  c’è il tizio che  prese il pallone e cominciò a dribblare, fermandosi solo quando provò a fare il tunnel a un poliziotto senza riuscirci, c’è la donna nuda che, mentre le squadre giocavano, segnò da fuori area calciando il pallone finito sui suoi piedi. Il campo di calcio non ammette anarchia o irregolarità, non vuole intrusi, è un dogma, una chiesa, deve celebrare un rito, deve eseguire la vita non interromperla.

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