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La Lazio è un modello?

By 23 Dicembre 2019

Di certo ha saputo sfruttare a proprio vantaggio l’egemonia della Juventus, concedendosi tempo per costruirsi.

La Lazio è l’unica squadra che si è intromessa negli ultimi anni di egemonia bianconera. Ha vinto una Coppa Italia e due supercoppe, battendo altrettante volte la Juventus e quindi legittimando la sua posizione di rilievo nel panorama calcistico italiano. In tempi di tirannia, i trofei di tono minore come quelli alzati dai biancocelesti non sono affatto da considerare tali, anzi, assumono un valore superiore a quello solitamente percepito.

È soprattutto il modo con cui la Lazio li ha vinti a sottolineare il fatto che la squadra, per certi versi, è diventata ormai un modello di riferimento, nonostante l’insoddisfazione perenne della maggior parte dei tifosi nei confronti del presidente Lotito e la difficoltà di quest’ultimo nel compiacere il suo pubblico. La Lazio è un esempio come lo è l’Atalanta perché assieme a quest’ultima ha saputo sfruttare a suo vantaggio il dominio della Juventus.

Getty Images.

La Lazio ha ribaltato a suo vantaggio lo strapotere interno esercitato dalla Juve. L’impossibilità di vincere comune a tutte le squadre italiane in questi anni è diventata un alibi da sfruttare per chi non ha saputo costruire, in particolare le grandi società obbligate dalla loro storia a puntare al massimo, ma ha anche dato tempo prezioso a chi non era costretto a puntare al massimo, come la Lazio.

Il principio su cui è fondato il successo dei biancocelesti è la continuità. Tradotta in termini pratici: la permanenza di Simone Inzaghi nonostante l’impressione che la sua presa sulla squadra fosse sfumata e quella dei giocatori più importanti, che avrebbero potuto essere ceduti per monetizzare, su tutti Milinkovic-Savic, nonostante periodi di flessioni dovuti proprio al mancato rinnovamento. Inzaghi è alla quarta stagione piena alla guida della Lazio, un tempo fuori dai canoni del nostro calcio: non a caso, la sua longevità è pressoché identica a quella di Gasperini nell’Atalanta.

Quest’ultimo conta tre anni sei mesi e nove giorni, Inzaghi 24 giorni in meno. Solo Semplici in Serie A è più longevo, ma non ha allenato la Spal solo nel massimo campionato, dove le aspettative sono più elevate così come i rischi del mestiere. In questo lasso temporale, Inzaghi ha attraversato tutte le fasi tipiche di un progetto: la costruzione di un assetto che semplificasse i compiti dei giocatori e valorizzasse i singoli (il 3-5-2, su cui ha puntato fin da subito, soprattutto per agevolare Immobile e tamponare l’assenza di grandi difensori centrali oltre a De Vrij e Acerbi), il dazio alle prestazioni calanti dei giocatori migliori, la mancanza di novità, la difficoltà nel dare e trovare motivazioni.

(Photo by Marco Rosi/Getty Images)

Inzaghi ha rischiato di scivolare nella routine, nell’abitudine ad un modo di giocare e ad un solo sistema di gioco: lo scorso anno, la Lazio dava l’impressione di non avere alternative, di avere un solo copione, di dipendere dallo stato di forma dei giocatori di punta. Inzaghi ha camminato sul sottile filo che divide la pigrizia alla costanza, scommettendo sulla seconda: ha pensato che insistere sullo stesso modo di giocare potesse fortificare la Lazio, anche a costo di perdere qualche partita, più di quanto potesse fare una rivoluzione.

Inzaghi è sopravvissuto all’anno di difficoltà (chiuso all’ottavo posto, dopo due quinti posti consecutivi) trasformandolo in extremis in un nuovo slancio con la vittoria della Coppa Italia. E quest’anno ha trovato la chiave di volta, scommettendo su un’innovazione interna: sommare i giocatori migliori nella formazione titolare, senza temere una perdita di equilibrio. Per la prima volta ha eletto titolare indiscusso Luis Alberto nel ruolo di mezzala, non ha messo in discussione Milinkovic-Savic e ha responsabilizzato Correa.

 (Photo by Marco Rosi/Getty Images)

La Lazio è diventata un esempio perché ha saputo evolversi senza mai rinunciare ai principi di gioco su cui è fondata, ovvero il baricentro piuttosto basso, il dominio degli spazi in fase difensiva, la pressione indirizzata, la capacità di sfruttare il campo con attacchi verticali. E lo ha fatto senza risorse esterne (se non Lazzari, che ha equilibrato i flussi di gioco, portando anche sulla destra la capacità di creare occasioni, non solo di concluderle) ma valorizzando quelle a disposizione, rimettendole al centro e richiamandole alle loro responsabilità. E infatti è il rendimento di Immobile, Luis Alberto e Milinkovic-Savic ad aver fatto la differenza, fino ad oggi: in totale, su tutte le competizioni, il trittico ha sommato 27 reti e 25 assist.

Inzaghi ha anche saputo digerire le critiche mosse da Lotito, la cui considerazione della Lazio è sempre stata superiore alle reali possibilità. Ha mantenuto un profilo basso, senza mai arrivare allo scontro frontale con il presidente, sopportando anche pretese eccessive. E Lotito è riuscito a sua volta a digerire le feroci critiche del suo pubblico, senza mai assentarsi dalla scena, mantenendo in sostanza la presa sulla squadra.

A suo modo, il presidente biancoceleste c’è sempre stato, si è sempre fatto vedere, è stato un riferimento, seppur a tratti negativo. Tare in questo contesto si pone come figura ibrida, di congiunzione tra il tecnico e il presidente: è un uomo di poche parole e dal profilo basso che salda i rapporti tra i due e si palesa soprattutto quando nascono frizioni interne, un po’ per rinsaldarle, un po’ per dirottare l’attenzione.

 (Photo by Marco Rosi/Getty Images)

La Lazio vive in equilibrio e vince soprattutto grazie ad esso. Quello in campo, raggiunto da una squadra ben organizzata e sempre in partita, riflette quello societario dal momento che i bilanci, al netto del piccolo negativo dell’ultima stagione (13 milioni), sono sempre stati in linea con lo zero se non oltre.

La Lazio è quasi noiosamente una buona squadra e una buona società, ma è nella noia che ha trovato il successo. Riesce a produrre valore attraverso buoni risultati, e buoni risultati attraverso il valore perché le tre principali risorse, cioè il presidente, il direttore sportivo e il tecnico, accettano i limiti del progetto e condividono una visione strategica.

La Lazio, così, produce valore nella rosa e non si priva di questo valore se non di fronte a offerte fuori mercato. Sulla carta è la gestione ideale, ma in pratica è rischiosa perché confida nel patrimonio tecnico, che per definizione nel calcio è labile, c’è e poi non c’è, in pochi mesi può essere compromesso. Il paradosso è che la continuità della Lazio è vincente, il che è una novità nel calcio italiano. Non è perfetta, come tutto il resto, ma di certo può insegnare qualcosa a chi non ha saputo sfruttare il tempo concesso dalla tirannia della Juventus.

Claudio Savelli

About Claudio Savelli

Giornalista, tra le altre cose. Fa, vede, scrive, tendenzialmente di calcio e sport, ma non solo. È firma di Rivista Undici e Libero, ma non solo. Infatti lo trovate anche qui.

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