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La lunga solitudine di Lionello Manfredonia

By 2 Dicembre 2020

L’odio è materiale infiammabile e Manfredonia se l’è ritrovato come fosse una banlieu di rabbia e disperazione, un saccheggio della sua esistenza, un incendio visto da vicino fino al gelo di quel pomeriggio di dicembre

Manca un solo giorno alla fine dell’anno, a Natale il dittatore rumeno Ceausescu e sua moglie Elena sono stati fucilati dal capitano Ionel Boeru, dal sergente Dorin Marian Cârlan e dal sergente maggiore Octavian Gheorghiu; mancano poche ore per la fine degli anni Ottanta, Raf canta la canzone diventata poi sintesi e lapide di un decennio narcisista e terminale; i mattoni del muro di Berlino fanno ancora rumore quando a dicembre va in onda la prima puntata dei Simpson. Manca un solo giorno per chiudere con tante cose, le voci di Gorbačëv e di papa Giovanni Paolo II sono coperte dalla ripetizione continua di “Girl you know it’s … Girl you know it’s … Girl you know it’s … Girl you know it’s…” dei Milli Vanilli sul palco degli MTV live, il disco in vinile nascosto dietro le quinte si è incagliato, sul palco Rob Pilatus e Fab Morvan scappano da quel playback che ha rivelato la truffa: non cantano loro.

A Bologna quel 30 dicembre 1989 fa molto freddo, cinque gradi sotto zero, si ghiaccia dentro e fuori, è un tempo che pare soffiare rabbioso dalla carcassa gelida dei paesi sempre meno sovietici – Lionello Manfredonia crolla nella sua area di rigore all’improvviso, dopo aver inseguito Bruno Giordano sulla linea del fallo laterale cade in avanti; corsa dei medici, disperazione dei calciatori in campo, nel corpo in bilico di Manfredonia il dolore di un figlio che da poco ha perso la madre; steso sul prato con il cuore che si ferma più volte per fibrillazione ventricolare mentre il dottor Alicicco e il massaggiatore Rossi lo riprendono dalla morte; in ambulanza, mentre la partita continua per poi finire in pareggio, il cuore si ferma di nuovo, lo salva il dottor Naccarella usando il defibrillatore.

Quèll che sa i mórt, e i n dì gnént, i sa tótt,
ènch’ quant t si ’d chèsa, da par tè, la nòta,
Pórti, finestri céusi, lòu i è lè,
che t si ndè lèt, l’è tèrd, t’è smórt la luce,
t si svégg, te schéur, u t vén ad chi pensir
ch’i n s po’ déi, lòu i è sémpra alé, i t lèz dréinta,
mo i è bón, i fa féinta da no èsi[1].

Foto LaPresse Torino/Archivio storico

Loro, i morti, secondo il poeta romagnolo Raffaello Baldini, sanno tutto e lui, Lionello, in quel momento è chiuso da finestre, porte, si sta spegnendo la luce e ancora non sa niente, in qualche modo prova a rimanere sveglio, si fa buio per alcuni giorni prima di svegliarsi e, smettendo con il calcio, cambiare vita. Quella iniziata nel quartiere Monte Mario, a Don Orione, dove un vicino di casa gli dice che è bravo davvero e lo è al punto da esordire con la Lazio a diciannove anni nel 1975 proprio contro il Bologna; sa giocare da mediano ma anche da centrale di difesa: testa alta, eleganza, tempismo, bravo nelle uscite con la palla al piede. Giocare nella Lazio è il suo sogno, la sua realizzazione, arriva la nazionale di Bearzot, quella del 1978, ma non gioca, Manfredonia accusa il ct azzurrro di averlo portato in Argentina a fare il turista, il tecnico friulano lo esclude dalle successive convocazioni. Sono anni folli, strani: l’omicidio Moro, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Urss, il terremoto in Irpinia e l’esplosione del calcio scommesse, tra cui c’è anche lui, Lionello Manfredonia, che frequenta il ristorante di Alvaro Trinca, dove si organizzano partite truccate.

“Come tanti miei compagni della Lazio, anch’io andavo al ristorante di Alvaro Trinca e quasi senza accorgermene sono finito anch’io nella rete senza grandi responsabilità. Non ho mai scommesso sui risultati della mia squadra, per esempio. Ma la mia difesa è servita a poco: sono stato assolto in sede penale, ma mi sono preso una lunga squalifica in campo sportivo”

Parte della condanna a tre anni e mezzo viene condonata grazie alla vittoria al Mondiale 1982, ritorna alla Lazio, in serie B, si sposta a centrocampo, si laurea in giurisprudenza, il suo amore per Roma è ossessivo, quasi morboso, non ne sa fare a meno, è una mater astiosa e esigente, viziata e prepotente, lo lusinga con la sua bellezza e lo seduce con la sua aria di chi la vita la conosce meglio degli altri e lui, Lionello, da giovane rifiuta di andare alla Juve per restare nella capitale.

LaPresse.

Nun fuss’antro pe ttante antichità
bisognerebbe nassce tutti cquì,
perché a la robba che cciavemo cquà
c’è, sor friccica mio, poco da dí.

Te ggiri, e vvedi bbuggere de llí:
te svorti, e vvedi bbuggere de llà:
e a vive l’anni che ccampò un zocchí
nun ze n’arriva a vvede la mità.

Le buggere di Belli sono la bellezza ingannevole dei monumenti e della strade di Roma che hanno stretto Manfredonia fin quasi a soffocare la sua crescita e solo nel 1985 lo hanno lasciato andare a Torino dopo la salita e la discesa della Lazio dalla serie B alla serie A e viceversa; nella Juve vince scudetto e coppa intercontinentale prima di tornare a Roma ma alla Roma provocando l’odio su ogni lato del Tevere. Si forma un gruppo anti – Manfredonia tra i tifosi romanisti, ci sono scissioni, rancori, litigi per quello che è visto come un tradimento. Nei derby viene insultato e fischiato, è qualcosa di irreale il malanimo nello stadio e in città; lui resta quello che dopo una traumatica retrocessione in serie B è andato alla Juve (e Giordano al Napoli): l’odio è materiale infiammabile e Manfredonia se l’è ritrovato come fosse una banlieu di rabbia e disperazione, un saccheggio della sua esistenza, un incendio visto da vicino fino al gelo di quel pomeriggio di dicembre, come fosse odio.

 

[1] I morti / Quello che sanno i morti, e non dicono niente, sanno tutto, / anche quando sei a casa, da solo, la notte. / Porte, finestre chiuse, loro sono lì, / che sei andato a letto, è tardi, hai spento la luce, / sei sveglio, nel buio, ti vengono di quei pensieri / che non si possono dire, loro son sempre lì, ti leggono dentro, / ma sono buoni, fan finta di non esserci.

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