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La maledizione dei portieri portoghesi

By 28 Settembre 2020

Nel giro di pochi anni si sono spenti in giovane età quattro estremi difensori della selezione lusitana. Fra questi Antonio Jesus era arrivato in Nazionale grazie all’ammutinamento del Saltillo del 1986, subito prima dei Mondiali messicani

Neppure Glen Morgan, il papà della saga di Final Destination, probabilmente avrebbe osato tanto. Prendere i quattro portieri della nazionale portoghese, per poi farli morire uno dopo l’altro. Dieci anni fa, esattamente in questi giorni, perdeva la vita a 55 anni Antonio Jesus, numero uno del Vitoria Guimaraes, stroncato da un infarto. Tutto però era iniziato nel 1990, quando il trentenne Zè Beto, guardiano del Porto (e finalista contro la Juve in Coppa delle Coppe nel 1984), si schiantò con la propria auto all’altezza di Santa Maria da Feira. Nel 2003 toccò a Vitor Damas dello Sporting Lisbona, divorato da un cancro a 55 anni. E quattro anni dopo un attacco di cuore strappò dalla terra Manuel Bento del Benfica. Aveva 58 anni.

Il meno noto, e probabilmente il meno affidabile, dei “quattro moschettieri” lusitani era Antonio Jesus, catapultato in nazionale nel 1986 più per congiunzioni astrali favorevoli che per meriti. Per comprendere i motivi dell’improvvisa ribalta bisogna tornare indietro fino a domenica 25 maggio del 1986. Al momento di scendere in campo per l’amichevole contro il Monterrey, il capitano Bento (proprio lui) e gli altri 21 calciatori del Portogallo incrociarono le gambe. Si ammutinarono, rifiutarono di giocare, minacciando uno sciopero a oltranza. Diventarono i ribelli di Saltillo, dal nome della località dove si trovavano in ritiro in vista del mundial messicano. La vicenda durò a lungo, ben oltre la Coppa del Mondo, fra un susseguirsi di polemiche, lotte interne, piccole meschinità e grandi vendette.

All’inizio era un problema economico, una storia di privilegi e quattrini. I portoghesi chiedevano 4mila dollari a partita invece dei 2mila promessi dalla federazione, l’aumento della diaria da 27 a 60 dollari e il tesserino per assistere in patria a tutte le partite della nazionale. Non pretendevano la luna, viste le cifre in circolazione all’epoca, ma il vicepresidente federale Armando Carvalho la mise giù dura e minacciò punizioni e scomuniche. Come risposta, il giorno dopo i portoghesi si allenarono con le magliette rovesciate, per nascondere i nomi degli sponsor della nazionale, e pretesero di trattare solo con il presidente federale Silva Resende. Il capo della federcalcio, giunto in Messico con il primo aereo, ribadì il suo no a tutte le rivendicazioni. La colpa, secondo lui, era del tecnico José Torres, ritenuto troppo debole, e dei tre capipopolo che avevano trascinato gli altri alla rivolta. I tre erano Bento, Carlos Manuel e Diamantino, fra l’altro comunisti, mentre Resende era iscritto alla Dc. Risvolti di natura politica complicavano la vertenza.

Il giorno successivo, alle 21, nell’hotel La Torre di Saltillo, arrivò il telex del Presidente della Repubblica Mario Soares. Era un appello alle due parti per una tregua in nome del buon senso. E tregua fu. La federcalcio incassò il colpo, stretta com’era tra gli inviti di Soares, i moniti della Fifa e le minacce degli sponsor, ed anche i giocatori si piegarono alla ragion di Stato. Nel frattempo i tifosi portoghesi, che a distanza di 8mila chilometri non capivano i motivi di tanto astio, inviavano lettere infuocate ai quotidiani del Paese. Insomma, c’erano i presupposti giusti per fare cilecca. Il 3 giugno invece il Portogallo esordì contro l’Inghilterra e vinse con un gol proprio di Carlos Manuel, uno dei tre capi rivolta. Negli spogliatoi ci pensò Paulo Futre a gettare ulteriore benzina sul fuoco affermando di aver “battuto gli inglesi e umiliato la nostra federazione”. Parole dure: e la tregua? Vennero poi le sconfitte contro Polonia e Marocco, e i portoghesi ripresero la strada di casa accompagnati dagli strali della critica.

Silva Resende, dopo tanta attesa, poteva infine consumare la sua vendetta, piatto freddo e gradito. Con l’aiuto di Rui Seabra, un avvocato che nascondeva la scure dietro concilianti sorrisi, tagliò tutti i rami. Fece piazza pulita, a cominciare dal ct Torres. Vennero radiati 8 giocatori, Bento, Carlos Manuel, Diamantino, André, Jaime Pacheco, Joao Pinto, José Antonio e Sobrinho. Gli altri 14 per solidarietà rifiutarono le convocazioni. Si aprì un periodo di crisi profonda per il calcio portoghese, che neppure una specie di amnistia a novembre riuscì a frenare, dato che non furono perdonati Bento, Carlos Manuel e Diamantino e che l’associazione calciatori rifiutò il compromesso. Solo Alvaro, terzino del Benfica, tornò a indossare la maglia della nazionale, ma anche all’interno della federazione cresceva l’opposizione alla linea dura di Resende.

Una squadra a pezzi, e costruita attorno a seconde scelte come Quim, Frasco, Alberto, e Dito, fu sconfitta nel febbraio del 1987 a Lisbona (gol di Altobelli) dall’Italia di Vicini sulla strada per gli Europei di Germania. Tra i pali c’era appunto Antonio Jesus, apparso del tutto incapace di custodire il fortino. I ribelli di Saltillo erano ancora al bando. Soltanto a settembre dello stesso anno, dopo le elezioni federali vinte con un risicato margine da Resende, le cose cambiarono. Il presidente fu costretto a fare ampie concessioni e il 23 settembre a Stoccolma contro la Svezia vennero schierati in campo tutti i ribelli, esclusi Bento e Carlos Manuel che non firmarono la pace. Per la cronaca il Portogallo vinse con un gol di Fernando Gomes. Tra i pali c’era ancora Jesus, messo poi da parte dal ritorno dei professionisti. Dal 1988 il suo posto venne preso da Silvino Louro, quello che anni dopo diventò allenatore dei portieri lavorando con Mourinho anche nell’Inter del Triplete. 

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