Feed

Tutta la malinconia di Domenico Berardi

By 10 Settembre 2019

Sei anni fa Domenico Berardi sembrava destinato a vestire la maglia di un grande club, ma nessuna società ha mai deciso di affondare il colpo. L’attaccante così ha intrapreso un cammino molto diverso rispetto a quello che ci si aspettava, finendo per venire risucchiato nella malinconia per ciò che poteva essere e non è stato

Di diverso c’è che era novembre, ma l’avversario era lo stesso e anche allora sul tabellone dei marcatori il suo nome figurò tre volte, e pazienza se in due casi si trattava di calci di rigore: anche quelli vanno segnati. Di diverso c’è che era il 2013 e, di diverso, c’è soprattutto che Domenico Berardi è ancora lì. Al Sassuolo, a segnare un’altra tripletta contro la Sampdoria, perché se la maglia è la medesima di diverso c’è che nessuno a quel tempo avrebbe scommesso di ritrovarlo in neroverde sette stagioni più tardi, sei anni che all’improvviso pare siano passati invano.

Rewind. Talento cristallino, una tecnica in stile futsal, gli osservatori delle grandi a tenerlo d’occhio e la Juventus a metterci le mani, la storia di una carriera sbocciata quasi per caso e per questo perfetta per gli aedi del calcio, infine qualche momento in cui in campo la vena si chiude, il ragazzo vede rosso e ad aprirsi sono le porte dello spogliatoio. Ma anche questo in fondo fa parte di una narrazione attraverso la quale si intravedono le stimmate del predestinato, perché poi Berardi nella stessa stagione ne fa tutte insieme anche quattro al Milan e tre alla Fiorentina.

Poi? L’Under 21, la Juventus che risolve la comproprietà a favore del Sassuolo nel 2015 e non ci pensa più, quindi a scendere qualche accostamento all’Inter di cui era tifoso da bambino, più recentemente del Napoli, infine – poche settimane fa – quello più blando alla Fiorentina, ma in realtà nessuno ha mai affondato il colpo, nessuno ha voluto davvero accaparrarselo, ed ecco ora l’attaccante alle prese con il suo ottavo campionato con la maglia del Sassuolo e un già luminoso futuro alle spalle. Ineffabile protagonista di un mercato che per diverse estati lo ha tenuto sull’onda, ora spiaggiato quale capitano per sopraggiunta età avanzata di Magnanelli. Berardi bandiera del Sassuolo: improbabile a pensarci qualche anno fa.

Foto Massimo Paolone/LaPresse

Dice: colpa del carattere e della reputazione che lo accompagna, ma si tratta di una scusa debole, di comodo. Se fosse davvero così allora verrebbe da chiedersi perché proprio il Sassuolo – società che sui comportamenti non deroga – lo abbia fatto capitano e in neroverde Domenico Berardi sia sulla soglia delle 250 presenze, diventando l’icona dell’esperienza in A del club di Squinzi. Involuzione tecnico-tattica? Così si direbbe, a guardare alcuni dati tanto amati dagli statistici, ma se è vero che Berardi (a prescindere da alcuni problemi fisici) è dal 2015 che non raggiunge la doppia cifra in termini di reti, è vero anche che nel tempo ha migliorato l’apporto al contesto di squadra – lo stesso Mancini, in Nazionale, ha voluto provarlo nel 2018 – lui diventato famoso da ragazzino più che altro per assoli dirompenti.

Così oggi è l’uomo di una maglia sola, one club man, e in tutto ciò c’è chi legge la malinconia di ciò che non è stato, favorito anche da un’immagine individuale che non proietta tutt’attorno un alone di simpatia. Del resto, mica siamo tutti uguali a questo mondo, e non è l’obiettivo del giovane calabrese quello di dovere per forza piacere a tutti o fare ed essere ciò che ci si aspetta da lui. Ma allora questi sei anni? La verità è che a Sassuolo (a Modena, dove vive) Domenico Berardi sta bene, che ha accettato la dimensione del club – ambiziosa ma non troppo – dove sa di essere un primo fra pari, ed è comunque un modo di essere primo. Taciturno non per posa e tacitato – qualcuno ricorda una sua conferenza stampa? – dalla società che fa scudo per preservarne la serenità, social il giusto e giusto perché anagrafe e zeitgeist calcistico lo impongono (ha solo un profilo ufficiale su Instagram: campo, vacanze e fidanzata; nulla a che vedere con gli estremi dell’icardismo).

Domenico Berardi

(Photo by Alessandro Sabattini/Getty Images)

Il grande salto non l’ha fatto, vero. A 25 anni non si può dire che sia tardi, che si sia perso, anzi l’essere rimasto sinora nella stessa squadra – soprattutto trattandosi del Sassuolo – fa della sua carriera a tutt’oggi un unicum. Magari è proprio ciò che lo ha salvato da scelte sbagliate e potenziali demoni sempre in agguato. In attesa di capire cosa si potrà scrivere di lui fra sei anni.

 

Lorenzo Longhi

About Lorenzo Longhi

Lorenzo Longhi, giornalista e autore, scrive di sport sotto molteplici punti di vista. Saggista per Treccani, ha collaborato con Sky Sport, Il manifesto, Alias, l’Unità e Avvenire.

One Comment

Leave a Reply

Leggi un altro articolo
Leggi un altro articolo
Il problema dei luoghi comuni e che, a volte, hanno...