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La malinconica parabola di Ibrahim Ba

By 23 Giugno 2020

Nel 1997 Ibrahim Ba arriva al Milan dal Bordeaux. Gli inizi sembrano incoraggianti, ma ben presto il francese entra in una spirale che lo trascinerà ai margini del calcio che conta

 

Si racconta che Norma Jeane Mortenson, su consiglio di Emmeline Sniverly, celebre direttrice della Blue Book Modeling Agency, la più importante agenzia pubblicitaria di Hollywood del Novecento, abbia provato nove tonalità di biondo prima di arrivare a quello che l’ha poi resa leggendaria con il nome di Marilyn Monroe, così come il grandissimo cestista Dennis Rodman si sia tinto di platino i capelli per noia, mentre Cerezo, Vialli e Ivano Bonetti lo fecero per festeggiare lo scudetto nel 1991 e la Romania, con tutte cape biondastre, per dimostrare unità nazionale.

E Ibrahim Ba? Lui li spennellò per divertimento, perché, come Rodman, è nero, viene dal Senegal, che sulla cartina geografica sembra una zeppa per sostenere la gigantesca Mauritania; lui, Ibrahim, giunto al Milan dal Bordeaux, spesso viene ricordato per una frase di Ancelotti quando, nel 2008, prima di uno scontro col Napoli, dichiarò di averlo convocato perché gli stava simpatico. Una frase insolita, nuova, che non ha nulla a che fare con il calcio e lo sport, è una convocazione umanistica, fatta alla persona e non all’atleta, va oltre la partita, il risultato, è un atto di insubordinazione verso un sistema che ritiene solo ciò che è funzionale.

(Photo by Bongarts/Getty Images)

Ba è un calciatore atipico, si muove tra fine e inizio millennio, passo lungo, felpato, ottimi cross (almeno nel suo primo anno al Milan), ritmo, tanta energia; piace tantissimo alle persone, è istrionico, buono, estroverso. Sorride, Ibrahim, sorride a quel calcio musone che è quello italiano, sempre imbronciato, nervoso, sospettoso, troppo politico. Sulla maglia c’è il nomignolo del padre: Ibou, il calciatore senegalese comincia a giocare sempre peggio, è involuto, sbaglia tutto, il campo diventa il suo nemico; quando arriva Zaccheroni in panchina Ba frana tra le riserve, giocando poco e male, diventando un’ombra in quel Milan che vinse lo scudetto. Non c’era più il calciatore che aveva fatto esclamare a Berlusconi, dopo averlo visto in amichevole contro il Monza, che era come un Beaujolais noveau, il vino novello prodotto nei pressi di Lione; il frizzante Ibou stava svanendo.

I morti esistono,
essi non sono mai partiti,
sono nell’ombra che s’illumina,
e nell’ombra che scende
nella profonda oscurità.
Sono nell’albero minaccioso
e nel bosco che geme,
sono nell’acqua che scorre,
sono nell’acqua stagnante,
sono nelle capanne,
sono nelle piroghe.
I morti non sono morti.

(Photo by Andreas Rentz/Bongarts/Getty Images)

Questa poesia del poeta senegalese Birago Diop sono lo stato d’animo di Ibrahim Ba quando venne ceduto al Perugia, per dimostrare a tutti che lui non era sparito come molti credevano; che l’oscurità è una condizione umana e non singola. Solo che a Perugia, prima di un gravissimo infortunio, entrò nella storia del calcio italiano: Perugia-Cagliari del 22 settembre 1999. Ibrahim Ba, risentito per un fallo non dato da Collina, corse incontro al difensore Macellari e lo colpì con violenza alla testa come capita nei film film di Bruce Lee e, se volete, ricorda anche la capocciata che Aldo Baglio diede alla fidanzata che per forza voleva entrare in casa sua; quattro giornate di squalifica e l’inizio di una nuova era.

I morti non sono morti, Ba tornò al Milan per rimanerci il tempo di una falena. Francia, Inghilterra, Turchia, Svezia senza mai trovare pace, requie alla sua insoddisfazione, dal Çaykur Rizespor e dal Djurgårde venne messo fuori; eppure era arrivato tra le speranze della stampa svedese che aveva accolto Ibrahim Ba, nel frattempo scolorito nel crine, con la domanda: “È ora di comprare un biglietto, forse?”. Segnò pure un bel gol ma giocò come al solito poco, in qualche modo vinse lo scudetto ma ancora una volta da marginale, un’ombra nell’ombra, quella che presto copre la Scandinavia per buona parte dell’anno.

Lui era quello del coro “Mangiava le banane nel giardino di Weah, Ibrahim Ba”, quando l’Italia canticchiava l’odio come fosse l’inno nazionale; era lo stesso periodo in cui Zoro del Messina, stufo degli insulti razzisti, prese il pallone e andò dal quarto uomo per dirgli che non voleva più giocare. Quei capelli biondi erano forse lo sberleffo contro chi fa della pelle un atroce programma politico; al mattacchione Ba, come veniva chiamato da Dugarry, piaceva giocare e correre e crossare però non dimenticava mai che ogni gesto poteva essere decisivo per cambiare il mondo – lui dopo la Svezia andò a fare un provino per il Derby County ma non venne preso. Polvere sei e polvere ritornerai, era stato nazionale francese, titolare del Milan ma ogni anno Ibou sprofondava sempre più; la sua fine precoce era già nella finale di andata di Coppa Italia Milan – Lazio del 1997 – 1998 quando, dopo essere stato mandato in campo al minuto sessanta, Capello lo sostituì dopo quindici minuti.

 Claudio Villa /Allsport

“Ho chiesto a Ba di muoversi in un determinato modo, ho visto che non lo stava facendo, non era entrato in partita. A quel punto non rimaneva che sostituirlo o rischiare di perdere la gara. Ho stima per il giocatore e per l’uomo. Mi spiace per quello che ho dovuto fare, ma dovevo prendere una decisione”.

Quei quindici minuti sono la malinconica parabola di un calciatore durato pochissimo, solo alcune partite, quando pareva avviato a essere un campione, ecco la presenza della polvere che soffoca e non lascia crescere come fosse una malevola muffa la quale, come scrive il poeta e traduttore lombardo Andrea Raos,

parte neve parte neon
glas è
neve in senegalese,
quel bianco che discese e ci coprì.
Quasi la vita fosse soltanto una vergogna da nascondere al giudizio di Dio o alle sentenze dei giusti.

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