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La Nazionale femminile della Libia si allena in segreto

By 18 Settembre 2019

Mentre l’integralismo religioso proibisce tassativamente alle donne di giocare a calcio, nel 2016 la Nazionale femminile è stata cancellata dalla Federazione, che ha deciso di puntare solo sugli uomini. Eppure 30 donne hanno deciso di ribellarsi e in gran segreto si allenano tutti i giorni in una palestra abbandonata

«Nel paese dei miei genitori le ragazze sono costrette a crescere troppo velocemente. Io ho avuto un’adolescenza, loro non sanno neppure cosa sia quella tappa della vita». Naziha misura la temperatura della democrazia nella Libia di anno in anno, partendo dalla guerra civile del 2011 che ha destituito Gheddafi. Registra un progressivo deterioramento di quelle che si sono rivelate solo speranze di una svolta della vita civile, in senso democratico e nel rispetto dei diritti umani. Documenta la disillusione della primavera araba. Il fallimento di una rivoluzione che, come spesso accade nella storia, crea solo un vuoto di potere pronto a essere riempito da qualcun altro.

E nel caso della Libia questo si è tradotto in aumento del fondamentalismo religioso e dell’infiltrazione jihadista. Naziha osserva e registra. Osserva soprattutto le trenta ragazze che vivono nella speranza di poter finalmente mostrare al mondo quello che hanno fatto clandestinamente per anni: giocare a calcio, alla luce del sole. Applaudite o fischiate. Senza più dover indossare l’abito dell’anonimato, avvilente quasi quanto un burqa.

Naziha Arebi ha 35 anni, è una filmaker figlia di un libico e di una britannica. Viveva tranquillamente a Londra, ma dopo la caduta del Muhammar ha voluto toccare con mano fino a che punto ci fosse stato in Libia un cambiamento tangibile, e per caso ha conosciuto a quelle latitudini il pallone declinato al femminile. Un pallone clandestino e vietato alle ragazze, vittime di un integralismo peggiore di quello che si vive in Afghanistan e Pakistan, dove alle donne, per inciso, è consentito di prendere a calci una sfera di cuoio seppur tra regolamenti arcaici e medievali. «Sono andata in Libia perché ero curiosa di conoscere le mie radici. Appartengo agli immigrati di seconda generazione, figlia di gente ossessionata dal passato che ti racconta il peggio. Arriva però un giorno in cui ti ribelli e vuoi comprendere senza filtri. Volevo realizzare un documentario, ho creato una squadra di calcio».

Libia

Naziha Arebi.

Nelle sue parole emerge la storia del periodo tumultuoso che sta vivendo la Libia, vista attraverso le disavventure della squadra nazionale femminile, simbolo (solo teorico) di parità di genere. Tutto è nato dopo aver incontrato tre ragazze che giocano a pallone in clandestinità, Naama, Halima e Fadwa. «Avevo sentito parlare di loro, ma è stato difficile mettersi in contatto. Attraverso i social sono riuscita a incontrarle in un internet point di Tripoli. Mi sarebbe piaciuto filmarle, raccontare la loro storia e invece sono andata oltre».

La passione per il calcio femminile inizia in Libia nel 2012 e genera la speranza di poter rappresentare il Paese in una competizione internazionale. Due anni dopo la squadra è solo un embrione, cancellato sul nascere dalla stessa federazione locale che preferisce investire in via esclusiva sugli uomini. È nel 2016 che i signori del pallone di Tripoli, molti di loro legati a un Islam di ispirazione wahabista, decidono di vietare qualsiasi manifestazione calcistica alle donne, proibendo persino di esibirsi all’estero.

Naziha è rimasta al loro fianco, facendo la spola tra Londra e Tripoli nonostante gli impedimenti. Ha finanziato la squadra, procurato abbigliamento e attrezzature, trovando persino un luogo dove le giovani potessero destreggiarsi col pallone tra i piedi senza incappare nella tagliola degli integralisti. «Ho spiegato che l’essere umano è più forte di quanto si possa immaginare. Da sole non avrebbero ottenuto nulla. Il gruppo è molto importante. È meglio affrontare gli ostacoli insieme, piangere insieme, ridere insieme».

Il messaggio ha fatto breccia nel cuore delle ragazze, costrette a spostarsi in località segrete per via delle minacce ricevute ad opera di alcuni gruppi estremisti. «Ci alleniamo in clandestinità, ma non ci arrendiamo – racconta Halima El Alabed, centrocampista e capitana della squadra – Naziha non avrà esperienze di calcio giocato, ma è una grande motivatrice. Lei si occupa di tutto, anche se al momento possiamo soltanto giocare tra noi».

Libia

Le trenta ragazze si dividono in tre gruppi da dieci e in una palestra abbandonata, un tempo utilizzata da una squadra di pallamano, si sfidano quasi tutti i giorni, tentando di lasciarsi alle spalle il senso dell’omologazione e della ripetitività. «La Federcalcio ha vietato la trasferta in Germania, dove avremmo preso parte al torneo Discover Football – spiega Fadwa Maatouk, portiere dalle doti acrobatiche – quando le mia compagne di squadra hanno ricevuto la notizia sono scoppiate in lacrime. Perché le altre nazionali possono andarci e noi invece no?»

Quando la ragazza parla delle “altre” si riferisce alle rappresentative iscritte al torneo. Oltre alla nazione ospitante (la Germania) partecipano Tunisia, Libano, Palestina, Egitto e Giordania. Tutte nazioni a forte impronta islamica, e non è certo un caso: il Discover Football è nato nel 2011 come raduno di atlete figlie di una recentissima emancipazione sportiva. Dal canto suo Naziha non perde l’entusiasmo. Tutti i traumi possono trasformarsi in uno stimolo per una nuova impresa. La sua esperienza è diventata un documentario approdato un po’ ovunque, compreso in Gran Bretagna.

Il ministro dello sport Nicky Morgan ha garantito a Naizha che parlerà della questione al presidente libico Al Sarraj. Non è un momento facile, soprattutto per via del braccio di ferro armato tra il governo riconosciuto dall’Onu e l’esercito del generale Haftar, ma sarebbe un errore gettare la spugna proprio adesso. «Il calcio è la disciplina che raggiunge con facilità ogni angolo del mondo – assicura Nazhia – riesce a smuovere persino le diplomazie. Conquistare spazi tradizionalmente maschili non può diventare una colpa, semmai deve alimentare speranze di cambiamento».

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