Feed

La notte più buia dell’Argentina

By 6 Maggio 2020

L’eliminazione al primo turno della nazionale argentina ai mondiali del 2002 è vista ancora oggi come l’evento calcistico più tragico nel paese sudamericano

 

Uno dei tecnici più dotati alla guida di una squadra spaventosa. Queste erano le premesse della nazionale argentina ai mondiali asiatici del 2002, una competizione ricordata in Italia per l’assurda eliminazione agli ottavi di finale contro la Corea padrona di casa. Ma, se nello Stivale la rabbia fu giustificata dalla pessima performance arbitrale di Byron Moreno, nel paese sudamericano l’eliminazione al primo turno di un mondiale nel quale la Selección era tra le favorite fu vissuta come una tragedia assoluta. Perché si trattò di un autentico harakiri perpetrato proprio nella patria di questa pratica, il Giappone.

Di perché, come sempre accade, ce ne sono tanti. E molti di essi sono sicuramente figli di circostanze e condizioni del momento, visto che il calcio non è una scienza esatta. Fabián Ayala, capitano di quella squadra senza poter scendere in campo, riassunse a mente gelata quel fallimento con la seguente frase: “No se nos dio”, che letteralmente in spagnolo significa “Non fu il caso”. Evidentemente, il fato non fu favorevole alla convivenza del guru e i giocatori più in voga del momento, in quello spietato meccanismo perverso generato dalla contraddizione di un genio tormentato come Marcelo Bielsa.

(Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Adiós Román

Se negli ultimi quindici anni l’Argentina ha abbondato di attaccanti di valore assoluto, all’inizio del millennio la Selección era invece un consesso di mezzali e trequartisti di prim’ordine. Leggere per credere: Veron, Ortega, Aimar e Gallardo formarono parte della rosa del mondiale incriminato, mentre un 10 puro come Riquelme fu lasciato a casa proprio perché, secondo Bielsa, non adatto al 3-3-1-3 che il tecnico rosarino voleva impostare. Il peccato originale fu, dunque, proprio la cocciutaggine di Bielsa e la sua convinzione che un classico enganche non fosse adatto al suo modulo. Per questo lunga vita a Ortega, seppur a volte adattato in fascia, e Riquelme a casa.

La cavalcata trionfale che dal 1999 al 2001 rappresentò l’unica allegria di un paese intero destinato al default economico più drammatico della sua storia, esploso del tutto nel dicembre prima del mondiale di Corea e Giappone, vide l’Albiceleste stravincere il girone di qualificazione sudamericano con 43 punti grazie a 13 vittorie, quattro pareggi e solamente una sconfitta, un 3-1 subito dal Brasile a Sao Paulo con Vampeta, che aveva appena firmato con l’Inter, autore di una doppietta.

Il primo posto con 13 punti di distanza dall’Ecuador e ben 14 dall’eterna rivale verdeoro fotografò il dominio assoluto della nazionale di Bielsa, basata su rapide transizioni, un palleggio continuo e le grandi partecipazioni in attacco degli esterni di centrocampo, principalmente Javier Zanetti e Juan Pablo Sorin, che si alternava con Kily Gonzalez. Tuttavia, il tecnico rosarino non trovò mai una formazione tipo sulla quale contare, per un motivo o per l’altro. E questa componente sarebbe stata fatale a lungo andare. Il modulo tanto caro all’allenatore che nel settembre 1998 aveva abbandonato frettolosamente l’Espanyol per rispondere con orgoglio e fretta alla chiamata alle armi della patria, era quindi uno schema spurio, che secondo le occasioni si trasformava in 3-5-2 o in un più rivoluzionario 3-3-1-3, simile a quello del Barcellona di Van Gaal, un altro santone che avrebbe dato poco spazio a Riquelme di lì a poco.

 

(Photo by Stu Forster/Getty Images)

Idee poco chiare

All’infortunio di Nelson Vivas, poco fortunato all’Inter ma adatto alla difesa a tre di Bielsa, seguì, poco prima del mondiale, quello di Ayala, che insieme al nerazzurro e a un Samuel nel miglior periodo della sua carriera doveva formare la cerniera difensiva. Queste due defezioni obbligarono il CT a puntare sul trio difensivo composto da Pochettino, Samuel e Placente. Il tutto, tra l’altro, con un cambio in corso anche tra i pali. Al posto del Mono Burgos, titolare in praticamente tutte le eliminatorie, il ruolo di portiere titolare in Giappone fu occupato da Pablo Cavallero, all’epoca titolare ma nel modesto Celta de Vigo che aveva realizzato un exploit finendo quinto in Liga nella stagione appena conclusa.

Insomma, la difesa argentina non solo aveva perso pezzi importanti ma era mutata quasi del tutto poco prima di iniziare le danze, con un cambio della guardia in porta che avrebbe fatto discutere. Nel debutto contro la Nigeria la formazione iniziale vedeva, oltre la già citata difesa a tre davanti a Cavallero, Zanetti e Sorin sulle fasce, Simeone e Verón in mezzo con Ortega leggermente più avanzato e in avanti Batistuta e Claudio Lopez. Lo striminzito 1 a 0 con gol dell’allora centravanti della Roma aveva messo a nudo una serie di pecche dell’undici argentino, che avrebbe avuto una battuta d’arresto nel secondo scontro, quello contro l’Inghilterra.

Argentina

 (Photo by Ross Kinnaird/Getty Images)

In quel match i britannici avevano bisogno dei tre punti dopo il pareggio al debutto contro la Svezia, e Bielsa si scoprì per la prima volta accorto nell’isolare in attacco Batistuta cambiando Lopez per Kily Gonzalez in un’inedita versione da trequartista. Il gioco dell’Albiceleste si ingolfò e Verón – eletto capitano prima dell’inizio del mondiale dopo l’infortunio di Ayala – non riuscì a prendere in mano le redini del gioco, sprecando molti palloni e non fornendo il suo classico contributo in fase creativa.

All’epoca al Manchester United, la Bruja sarebbe stato criticato moltissimo in patria per quanto dimostrato in quella partita, tanto che i suoi detrattori lo continuano a chiamare inglés. L’Inghilterra avrebbe vinto con un rigore di Beckham alla fine del primo tempo dopo un tuffo da stuntman di Owen su Pochettino, e l’incubo dell’eliminazione per un’Albiceleste stanca e arruffona si stava per manifestare.

 

Puzzle incompleto

Il dilemma nazionale fin dall’inizio del mondiale era stato principalmente uno: perché Batistuta e Crespo non possono giocare insieme. Il centravanti allora alla Lazio era stato il capocannoniere delle eliminatorie con nove reti, quattro in più di Batigol, il quale però era uno dei pupilli di Bielsa, il quale lo aveva cresciuto ad allenamenti ed alfajores dopo ogni gol nelle giovanili del Newell’s Old Boys.

Argentina

(Photo by Tim De Waele/Getty Images)

Il tecnico rosarino non contemplava l’idea del doppio centravanti e, nonostante il Valdanito stesse meglio fisicamente, lo schierava sistematicamente al posto del romanista dopo un’ora di gioco. Lo stesso accadde nel match decisivo contro la Svezia, alla quale bastava il pareggio per eliminare i gauchos. A scaldare la panchina i soliti noti, tranne Chamot, che giocò al posto di Placente, mentre Gallardo e un redivivo Caniggia, convocato senza aver mai preso parte alle eliminatorie, guardavano attoniti insieme a un Simeone esautorato del suo posto da mediano e di capitano in pectore per far spazio ad Almeyda.

Contro gli scandinavi le nubi nel cervello degli argentini si trasformarono in tempesta e l’1 a 1 finale, arrivato dopo il pareggio proprio di Crespo nel finale dopo che Cavallero aveva subito un gol su punizione da distanza siderale, era il colpo di machete che spezzava il filo dell’avventura argentina ai mondiali. Un filo dalla fibra troppo sottile e composto da tracotanza, eccessiva fiducia e della capacità di scivolare al momento della verità tutta degli argentini, dotati di un DNA che si esalta nelle avversità e si deprime quando il cielo è sereno.

Argentina

 (Photo by Laurence Griffiths/Getty Images)

Ancora oggi, l’eliminazione al primo turno nel mondiale 2002 brucia più della finale persa contro la Germania a Italia ‘90, quella del rabbioso “hijos de puta” di Maradona e le sue successive lacrime al fischio finale. E brucia più della finale persa a Brasile 2014 sempre contro i tedeschi, quando la faccia impallidita di Messi passava inerme davanti alla Coppa tanto agognata. La debacle del mondiale asiatico che a giugno compierà diciotto anni si esprime perfettamente nel dramma del Labirinto descritto da Jorge Luis Borges, che finisce così:

 

No existe. Nada esperes. Ni siquiera
en el negro crepúsculo la fiera.

 

Leave a Reply