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L’Argentina non è più solo Lionel Messi

By 15 Giugno 2019
Argentina Lionel Scaloni

Lionel Scaloni ha cercato di tenere separate le sorti dalla nazionale da quelle dei suoi uomini più rappresentativi. Per riuscirci ha dovuto costruire un contesto nuovo, armonioso, con responsabilità meglio distribuite ed emotivamente più leggero

«Sarà una Copa difficile, ma siamo tra i candidati, perché siamo l’Argentina e abbiamo il migliore del mondo». Ángel Di María ha saltato la finale del Mondiale 2014 ed è uscito prematuramente da quella di Copa América dell’anno successivo, perdendo a causa degli infortuni la possibilità di giocarsi fino in fondo due tornei che stava dominando tecnicamente.

El Fideo è una delle figure più estroverse della squadra, nel raccontarsi: si lascia leggere con trasparenza e ci lascia intuire cosa comporti far parte di una generazione d’oro che non riesce a compiersi fino in fondo. Di come questa sfiancante odissea emotiva abbia contribuito a incendiare il suo amore per la Selección, ne parla in una bella intervista rilasciata a La Nación.

Oltre al passato, Di María inquadra anche il presente dell’Albiceleste, e lo fa senza toni fatalisti o esasperati: «Dal momento in cui sono tornato, mi sono sentito parte dei ragazzi del ricambio. Sono facce toste. Giocano, ci provano e se sbagliano ci provano ancora. È importante che siano forti anche con la testa e, a quanto vedo, lo sono». E ancora: «Scaloni sa cosa vuole un giocatore e ciò di cui ha bisogno. Se ne intende di calcio e ha lasciato il segno alla Selección».

Getty Images.

Dopo un Mondiale che, al contrario, ha lasciato soltanto isteria, macerie e paradossi, la nuova Argentina sembra poggiare su una base più armoniosa e positiva. Questa notte, inizierà la quinta grande manifestazione in sei anni per l’Albiceleste: la squadra è in piena transizione, tra incognite, fragilità e un’identità tratteggiata a matita ancora da consolidare, ma l’impressione è che Lionel Scaloni abbia tracciato una linea netta tra ieri e oggi.

La più promettente e brillante intuizione dell’ex vice di Sampaoli è stata cercare di tenere le sorti dell’Argentina separate dall’eterna disperata lotta per la consacrazione individuale dei suoi giocatori più forti. Per quanto sia evidente che la generazione d’oro sia ancora il barometro con cui si misurano le possibilità di vittoria dell’Albiceleste in una competizione, Scaloni ha cercato in tutti i modi di evitare che la Selección si appiattisse su se stessa e sulla propria trita immagine di squadra dipendente da Messi e pochi altri.

Costruire un contesto nuovo, armonioso, con responsabilità meglio distribuite, ed emotivamente più leggero, è stato fin da subito l’obiettivo che ha cercato di perseguire. Mentre Leo, nei mesi successivi al tracollo mondiale, si riprendeva dall’ennesima estate tossica con una pausa lontano da Ezeiza, Scaloni ripartiva da zero. Iniziò a chiamare e responsabilizzare tutti quei giocatori di talento nati intorno alla metà degli anni Novanta, che fino a quel momento erano stati relegati in ruoli di contorno e che non avrebbero potuto aspettare un solo secondo di più all’ombra dei veterani: stava nascendo una nuova Argentina.

LaPresse.

Leandro Paredes, ad esempio, in un solo anno è passato dal vedersi preferire Enzo Pérez nella corsa all’ultimo slot lasciato libero a centrocampo dall’infortunato Lanzini, ad essere il giocatore più utilizzato in assoluto da Scaloni. Come lui, anche Paulo Dybala, Exequiel Palacios, Lautaro Martínez e persino l’ostracizzato Mauro Icardi hanno iniziato indossare regolarmente l’albiceleste.

È interessante come l’ex tecnico ad interim, trovatosi all’improvviso all’epicentro della pressione e senza un vero bagaglio di esperienza a cui attingere, si sia caricato sulle spalle con entusiasmo la responsabilità di compiere per primo un ricambio generazionale indispensabile ma delicato. Nel giro di un anno, ha convocato 53 giocatori diversi, facendone debuttare 24: anche al momento di consegnare la lista definitiva, ha proseguito con coerenza a rinnovare. «Potevo scegliere tra Gabriel Mercado e Juan Foyth, e ho optato per Foyth. Se non ora, quando?».

«Voglio una squadra solida che sappia alzare il ritmo e attaccare in modo diretto, senza troppe ricercatezze tattiche» aveva detto Scaloni qualche settimana fa al quotidiano cileno La Tercera. La Selección che questa notte debutterà a Salvador de Bahia è frutto di un’intensa corsa contro il tempo a cercare, limare e perfezionare la formula per liberare Messi dalla propria solitudine.

Argentina Lionel Scaloni

Getty Images.

Anche la ricerca di un’identità tecnica partiva dallo stesso punto: indipendentemente dalle oggettive difficoltà, era indispensabile non limitarsi a lasciare tutto in mano al numero dieci, scaricandogli passivamente addosso una centralità così spinta e non supportata da traformarsi in isolamento. Scaloni voleva modellare una squadra che, con tutti i propri limiti, non avesse come unico piano aspettare che una giocata estemporanea di Messi salvasse la squadra, o più concretamente, che una sua tripletta la qualificasse in extremis al Mondiale.

Ancora una volta, si è trattato di un lavoro di intuizioni e controintuizioni, di virate decise non appena un esperimento falliva: lo scorso marzo, in un’amichevole contro il Venezuela, Messi tornava a indossare la maglia albiceleste per la prima volta dopo la sconfitta contro la Francia e Scaloni schierò una formazione sperimentale, con la difesa a tre e un doble pivote di pura tecnica formato da Paredes e Lo Celso.

Quella sera, la Selección mise a nudo tutte le sue fragilità, venendo perforata sistematicamente dalla verticalità della Vinotinto, ma soprattutto riproponendo l’ultimo terribile copione offensivo, con Messi costretto a chiedere il pallone a centrocampo, puntare l’intera República Bolivariana e doversi sistematicamente inventare qualcosa che portasse a un gol. Al termine della partita, vinta 3-1 dai ragazzi di Dudamel, nei salotti televisivi argentini si cercava ovunque il colpevole dell’ennesima figuraccia di questi anni, ma la maggior parte degli opinionisti conveniva che se la partita di Messi non fosse stata “insufficiente”, tutto sarebbe andato diversamente.

Argentina Lionel Scaloni

LaPresse.

Si continuava a guardare il dito, ignorando cosa stesse indicando. Scaloni, invece, comprese il problema e reagì per risolverlo: l’ultimo test prima della Copa sarebbe stata l’amichevole contro il Nicaragua, a una settimana esatta dall’esordio contro la Colombia. Indipendentemente dal livello dell’avversario, che va pesato, l’Argentina ha lasciato finalmente intravedere il primo vero spiraglio concreto verso il suo obiettivo: Giovani Lo Celso, coperto alle sue spalle dal mediano Guido Rodríguez, libero di sganciarsi in avanti e creare la società che può affrancare la Pulga dal dovere di essere tre giocatori in uno.

Gio, al Mondiale inspiegabilmente costretto a guardare dalla panchina una squadra ingolfata e priva di idee, è l’uomo a cui l’Albiceleste si affida per risolvere il suo problema più grosso. Fluttuando dalla destra verso il centro, l’angolazione da cui ha iniziato a dipingere il suo calcio ai tempi del Rosario Central, Lo Celso lascia che il gioco converga a sé e alla sua vastissima varietà di soluzioni tecniche e interpretative. Ha tutto ciò che serve, nei piedi e in testa, per gestire possessi con creatività, per prendere in mano la rifinitura e per sviluppare un dialogo di gioco con Messi che non sia unilaterale: in altre parole, per giocare come se fossero due pari.

Argentina Lionel Scaloni

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Con Lo Celso, Leo può entrare in gioco qualche metro avanti, più vicino alla porta e con più possibilità di fare ciò che gli è sempre stato chiesto: decidere le partite con una giocata. I due gol segnati da Messi nel primo tempo sono la dimostrazione pratica di quanto l’Argentina abbia bisogno della società tra i suoi due giocatori più geniali.

Quest’anno, la Selección arriva alla Copa América in piena fase di transizione, con ancora moltissime incognite. Basterà una gestione più brillante del pallone nell’ultimo quarto di campo per competere? La scelta definitiva di una linea di 4 difensori e la presenza di centrocampista più solido come Guido Rodriguez saranno sufficienti a reggere l’impianto di una squadra complessivamente ancora molto fragile?

L’Argentina proverà a rispondere sul campo, consapevole di dover partire da outsider dopo anni di enormi aspettative. Sarà una Copa América imprevedibile ma complicata: indipendentemente dai risultati o da chi sarà il dt albiceleste nei prossimi mesi, l’Argentina del futuro nasce oggi.

Immagine di Copertina: LaPresse.

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