Feed

La nuova, vecchia vita di Mauro Icardi

By 20 Dicembre 2019

Il grande pregiudizio del calcio moderno afferma che non ci può più essere spazio per un attaccante che si limita a finalizzare l’azione. Ora invece il Psg, che spesso nel recente passato si è sciolto nella sua vanità, si è ingarbugliato nei suoi orpelli, con Icardi sta finalmente diventando più prosaico ed essenziale

In un imprecisato momento estivo, siamo arrivati addirittura a pensare che la sua carriera fosse a rischio. La carriera di un attaccante di 26 anni che ha segnato 113 gol nelle ultime sei stagioni. A dispetto di questi numeri mostruosi, non era un’ipotesi così sgangherata. Il paradosso, in fondo, era pane quotidiano, e si consumava nella solitudine di torride giornate trascorse da separato in casa, costretto sulla cyclette di una palestra deserta da cui osservava i compagni che si allenavano sul campo. Una fotografia surreale, l’amaro resoconto di sei mesi di scontro frontale con il club di cui Mauro Icardi, a suon di gol, era diventato capitano, prima che un giorno di febbraio quello stesso club decidesse di togliergli la fascia e rompere definitivamente con il suo uomo-simbolo.

Nella nuova, rigorosa Inter di Conte, non c’era posto per lui. Eppure lui puntava i piedi, sicuro di poter conquistare Conte, di convincerlo a rivalutare la sua posizione. Insomma sono Mauro Icardi, quello che segna sempre, che ha tenuto a galla l’Inter nel guano della mediocrità di tutti questi anni; è vero che sono stato al centro di un gran casino negli ultimi mesi, ma dannazione, come puoi non prendermi in considerazione?, sembrava sostenere silenziosamente nelle prime settimane di insediamento del nuovo tecnico.

Nemmeno la puntuale esclusione da tutte le esercitazioni tattiche, le pubbliche dichiarazioni di Conte sul fatto che fosse fuori dal progetto, la corte serrata a Lukaku e Dzeko sembravano scalfire l’ostinazione con cui Icardi voleva rimanere aggrappato all’Inter. Un po’ per orgoglio, un po’ per dispetto, un po’ per il legame con la città, Icardi non riusciva ad accettare quella decisione. Ma il suo nome, dopo tanto tempo, era sul mercato, e sebbene si parlasse dell’interessamento da parte di alcuni grandi club, di offerte concrete non c’era traccia. Uno stallo malinconico e pericoloso, che si è trascinato fino agli ultimi giorni di mercato, quando il Psg di un ritrovato Leonardo decide di infischiarsene delle turbe mediatiche di questo ragazzo all’apparenza ingombrante per puntare su un giocatore che sul campo ha sempre dimostrato di avere qualcosa di speciale.

«Con l’Inter non abbiamo ottenuto grandi risultati, anzi non abbiamo vinto nulla. Io sono rimasto, ho segnato, ma poi ho pensato che fosse il momento per me di andare in una squadra che potesse vincere titoli, e arrivare in una squadra piena di campioni come il Psg era quello che volevo». La sfida che attende Icardi a Parigi è tanto affascinante quanto difficile. Ritagliarsi un ruolo da protagonista in un attacco infarcito di stelle come quello del Psg, insidiare in particolare la titolarità di Edinson Cavani, è per certi versi più complicato di prendersi sulle spalle un’intera squadra come gli è toccato fare nell’ultimo lustro interista.

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Icardi, tuttavia, per carattere è poco incline a subire il peso dell’aspettativa e della responsabilità. Ha sempre manifestato una certa impermeabilità agli affari emozionali. E se da un lato la sua imperturbabilità tende a marcare un solco empatico e una distanza con tutte le persone che non facciano parte della sua adorata famiglia, dall’altro il suo approccio algido è un’arma preziosa per dominare possibili tensioni, paure e insicurezze che il calcio a questo livello, e il costante giudizio al quale si è sottoposti comporta.

Nemmeno quando è stato gettato nel fuoco dalla sua società, dai suoi compagni e dal suo allenatore si è scaldato, rimanendo in silenzio per mesi senza accennare a reazioni di alcun tipo. Il calcio, per lui, non è né una passione fiammeggiante né un’ossessione, ma un’attrazione quasi infantile: «adoro giocarci, tutto qui. Non guardo le partite e non so nulla di ciò che accade nel mondo del calcio. Sono sempre stato così, fin da giovane». Un distacco che lo libera dalle pressioni. Così Mauro Icardi, semplicemente, va a Parigi per fare quello che deve fare, senza l’ansia di dover dimostrare e senza star su troppo a filosofeggiare su ipotetici fallimenti, difficoltà d’integrazione, o altra paccottiglia mentale.

L’inizio di stagione è dedicato al recupero di una condizione fisica accettabile dopo mesi di assenza dai campi. Poi Icardi, complice l’infortunio occorso a Cavani, comincia a riassaggiare con regolarità il terreno di gioco, e con esso, simultaneamente, il feeling con il suo territorio prediletto, l’area di rigore. Parte con un gol al Galatasaray in Champions League, l’1 ottobre, e non si ferma più. Oggi siamo a 13 gol in 16 partite. Uno ogni 80 minuti. Il più veloce della storia del Psg a raggiungere quota 11 reti, meglio di gente come Ibra, Weah, e lo stesso Cavani. È il solito, fervido minimalista. I gesti di cui si serve per segnare sono ridotti all’osso. Ha tirato 26 volte per segnare i suoi 13 gol, e 12 di questi gol sono arrivati con un solo tocco. C’è sempre qualcosa di ineludibile in Mauro Icardi. Guardarlo segnare con quella facilità restituisce sempre la sensazione di confrontarsi con una forza tanto semplice quanto perentoria, alla quale non si può scampare.

Icardi

(Photo by Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Nel giro di poco tempo, tutti in Francia hanno fatto conoscenza con la sua brutalità. Si sono abituati a vederlo partecipare poco al gioco per poi ritrovarlo esultante con le mani alle orecchie; si sono detti che un qualsiasi attaccante professionista avrebbe segnato buona parte dei gol che ha segnato Icardi spingendo la palla a due metri dalla porta sguarnita, per poi interrogarsi su come sia possibile che si trovi sempre nel posto giusto per spingere la palla a due metri dalla porta sguarnita; sono rimasti impressionati dalla sua freddezza e dalle sue doti coordinatorie. Dall’italiano al francese, i soliti discorsi in lingue diverse.

Perché l’Icardi visto fin qui in maglia Psg, almeno sul campo, è lo stesso Icardi di sempre, quello che dalle nostre parti conosciamo bene, solo che questa volta a metterlo in condizione di segnare sono giocatori come Mbappé e Di Maria, Neymar e Verratti. E tutto, per un attaccante implacabile come lui, diventa più facile. France Football l’ha già ribattezzato “il sicario”. Parlando di lui nelle varie interviste, i suoi compagni ricorrono subito alla parola buteur (finalizzatore) con espressione meravigliata e ineluttabile. Ed è proprio così, facendo quello che gli è sempre riuscito con disarmante naturalezza, che si è guadagnato il rispetto dello spogliatoio più snob e patinato del mondo.

Con il rendimento avuto fin qui, Icardi non solo sta confermando le sue doti da centravanti letale, ma sta abbattendo il muro di pregiudizio da cui è sempre stato circondato, eretto sull’idea che in un top club del calcio contemporaneo non ci sia posto per un attaccante che non sa giocare con la squadra. Parigi non è Barcellona o Manchester sponda City, certo, ma l’impressione è che il suo disinteresse per la partecipazione alla manovra e la totale devozione a concluderla, possano essere il valore aggiunto di una squadra, come il Psg, che spesso nel recente passato si è sciolta nella sua vanità, si è ingarbugliata nei suoi orpelli, e che con Icardi può finalmente essere più prosaica ed essenziale. È lo stesso tecnico Thomas Tuchel a non pretendere che Icardi sia un costante riferimento per il gioco, ad accettare che per la maggior parte del tempo oscilli tra i centrali difensivi in attesa del momento giusto per attaccare la porta. Il 4-3-3 che con continuità sta adottando, grazie a Icardi può reggersi sull’idea quasi scolastica di isolare gli esterni per l’uno contro uno e poi approfittare delle abilità di smarcamento e finalizzazione del suo centravanti.

Icardi

(Photo by JEAN-PHILIPPE KSIAZEK / AFP)

Più in generale, sembra che Icardi sia perfetto per il Psg allo stesso modo in cui il sistema del Psg è perfetto per Icardi, per metterlo nelle condizioni di fare ciò che gli riesce meglio. Un incastro ideale che si fonda su un contrasto: quello tra il calcio di arabeschi di gente come Neymar e Mbappé e il calcio scarno di Mauro Icardi, tra cui non esiste correlazione, armonia tecnica o visione comune, e in cui l’unica connessione è quella decisiva dell’assistenza finale. Grazie a questa relazione minima il rapporto tra Icardi e i big del Psg è reso più semplice, per esempio, di quello che i big – in particolare Neymar – avevano con Cavani.

Con il suo carattere focoso e il suo desiderio di leadership, l’uruguagio non si accontentava di segnare valanghe di gol ma voleva che la sua stella brillasse come se non più delle altre della squadra. Una concorrenza che ha portato a tensioni e conflitti, compromettendo l’unità di una squadra che nei momenti decisivi della sua stagione europea non è mai sembrata del tutto coesa. Icardi, invece, almeno fino a questo momento, non sembra ricercare quel tipo di protagonismo. Lascia volentieri lo scettro agli altri e si limita a fare il suo, ovvero trasformare in gol l’enorme produzione offensiva dei suoi compagni. Una posizione che resta ben salda anche per la lontananza dagli affari parigini della moglie-agente Wanda Nara, le cui infelici uscite pubbliche in passato avevano contaminato il rapporto tra Icardi e lo spogliatoio.

Oggi, quella carriera che a un certo punto appariva improvvisamente in bilico, sembra stia compiendo un decisivo scatto in avanti. Dalle tenebre di un limbo in cui era forzatamente precipitato, Mauro Icardi è riemerso con la luce di tutte le qualità che sempre gli sono state riconosciute, seppur con qualche riserva. Nel giro di pochi mesi ha spazzato via i tormenti di una stagione in cui il suo nome è stato sempre al centro del dibattito e ha cancellato l’amarezza per l’esclusione dal progetto tecnico di Conte, che, a ben guardare, si è rivelata una fortuna. Sia per la poca spendibilità delle sue caratteristiche in un contesto tattico che ha il suo epicentro nelle combinazioni tra due punte – gioco che non si adatta a lui -, sia perché se fosse rimasto all’Inter, evidentemente, non avrebbe avuto l’opportunità di diventare il centravanti di una delle squadre più forti al mondo. Anche per questo motivo, forse, nell’esaltazione del periodo d’oro che sta vivendo, non c’è aria di vendetta o di rivincita nei confronti di chi l’ha tagliato fuori.

In questo momento Icardi è un giocatore centrale per il Psg. È sempre partito titolare in Champions League e sembra aver superato in maniera netta Cavani nelle gerarchie del tecnico Tuchel. Tutti, a Parigi, sono entusiasti di lui. Per primo Leonardo: “siamo molto felici per quello che sta facendo, ma me l’aspettavo. È un ragazzo disponibilissimo e un giocatore determinante, un vero numero 9”. Tuttavia, sul riscatto fissato a 70 milioni, lo stesso ds è rimasto vago: “vedremo, dipende da lui”, come a dire che Icardi dovrà guadagnarsi la conferma continuando a essere decisivo nelle partite che da ora in poi, soprattutto in Europa, conteranno davvero.

Per Icardi è un’occasione d’oro, di quelle che di solito non sbaglia.

Leave a Reply