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La nuova vita di Maicon

By 8 Gennaio 2021

Il terzino brasiliano torna a giocare con i dilettanti del Sona, in Veneto, e noi lo vogliamo ricordare di quando, invece, era il terzino più straripante al mondo

 

Oggi i terzini sono la merce più pregiata su un campo da calcio. Sembra che quasi non si possa più avere una squadra vincente se non con uno o due fluidificanti che in realtà sono degli attaccanti aggiunti. Sono come i pantaloni a zampa d’elefante negli anni Settanta o quelle scarpe col rialzo degli anni Novanta di cui non citeremo la marca per non fare pubblicità. Comunque se non li avevi eri out, un reietto della società. Sarà anche per questo motivo, per seguire la moda dei terzini dominanti, che il Sona (Serie D) ha riportato in Italia Maicon? Sì, l’ex Inter e Roma, uno dei più grandi interpreti, probabilmente, degli ultimi cinquant’anni.

 

La dritta di Guidolin

“Questa storia è nata tre mesi fa, quasi per gioco, ma convincere il giocatore è stato più semplice di quanto mi aspettassi – ha spiegato così la trattativa Claudio Ferrarese, il d.s. del club del veronese – Col Sona ci alleniamo praticamente sul Lago di Garda, uno scenario davvero suggestivo e molto vicino a quella Milano che Maicon tanto ama. Voleva tornare a divertirsi in Italia e questo ci ha permesso di chiudere un’operazione incredibile, senza precedenti nella storia del calcio”.

. (Photo by Robert Cianflone/Getty Images)

Oddio, da Verona a Milano ci vogliono pur sempre due ore, ma cosa volete che siano due ore per uno che in campo sembrava un treno? Sisenando Maicon Douglas, chiamato così dice la leggenda perché la mamma voleva omaggiare l’attore Michael Douglas e l’impiegato dell’anagrafe o chi per lui sbagliò a scrivere, è stato unico nel suo genere. Uno di quei rarissimi casi in cui poteva generare un pericolo pur essendo a novanta metri dalla porta avversaria, perché poi partiva, prendeva velocità, i compagni lo servivano sulla corsa e lui o crossava o direttamente tirava, magari incuneandosi verso il centro del campo. Un attaccante aggiunto, insomma, ma che era travestito da difensore.

L’Inter lo acquista dal Monaco nell’estate del 2006, mentre tutta Italia è giustamente concentrata sul Mondiale tedesco. Massimo Moratti per lui spende appena 6 milioni, uno in meno di quelli necessari per strappare Fabio Grosso al Palermo: un affare clamoroso in mezzo a tanti soldi scialacquati dal presidente nerazzurro per altri giocatori mediocri. In quella sessione di mercato i colpi veri comunque sono Ibrahimovic e Vieira dalla Juventus appena retrocessa, più Crespo dal Chelsea in prestito.

 (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Al Mondiale del 2006 Maicon non è nemmeno convocato dal Brasile. I Verdeoro annaspano contro la Francia, schierando ancora il vecchio Cafu titolare come terzino destro; la sua riserva è Cicinho del Real Madrid. In compenso due anni prima Maicon era stato indiscutibile in quel ruolo nella Copa America vinta ai rigori battendo in finale ai rigori l’argentina. Insomma, è nel giro della Seleçao, ma per il Mondiale tedesco non è stato ritenuto in forma come gli altri due colleghi.

Strano, perché al Monaco, che l’aveva acquistato dal Cruzeiro per 3 milioni, non è che avesse giocato così male. Il club del Principato era reduce da un’annata più che mediocre, solo decimo posto in classifica a distanza siderale dal Lione con cambio di allenatore in corsa, da Deschamps a Guidolin. Leggete questo resoconto della 24esima giornata, in cui Maicon viene scelto nell’undici ideale del quotidiano L’Equipe: “Per la sua potenza fisica e la sua abilità tecnica, ha apportato un plus ai suoi. Come per il resto della squadra, si è visto troppo tardi in questa stagione il potenziale che gli è riconosciuto”. In quel Monaco pieno di italiani di nazionalità (Roma, Vieri, Di Vaio) italiani “acquisiti” (Chevanton, Evra) Maicon è un cavallo di razza forse da mettere in riga, da inquadrare tatticamente, ma che per il resto ha tutto per sfondare.

 (Photo by Julian Finney/Getty Images)

Ricorderà lo stesso Guidolin (che schiererà Maicon come esterno nel suo 3-5-2) una telefonata ricevuta nell’autunno dell’anno precedente, nel 2005. Dall’altra parte della cornetta, Giacinto Facchetti, presidente dell’Inter: “Ciao Francesco, ma quel Maicon?”. Risposta del tecnico: “Forte fisicamente, ha potenza e resistenza. Sa anche di tattica, non è indisciplinato, ma deve solo imparare a difendere”. Lì, i primi germogli dell’affare che ha cambiato la storia dell’Inter, anche se in nerazzurro, quando arriva, il suo ruolo è in teoria occupato da Javier Zanetti. Infatti la sua prima partita in Italia, la Supercoppa Italiana contro la Roma vinta in rimonta 4-3 da 0-3, Maicon la comincia in panchina ed entra dopo l’intervallo al posto di Fabio Grosso.

 

Grazie papà

La propensione offensiva Maicon ce l’aveva innata, ma a convincerlo che il suo ruolo avrebbe dovuto essere il terzino destro e non la mezz’ala era stato il papà Manoel, allenatore a livello di seconda o terza divisione in Brasile. Uno che, pronti via, poco dopo la nascita di Maicon e del gemello Marlon, aveva sepolto nello stadio del Novo Hamburgo, città di origine della famiglia, il cordone ombelicale di entrambi i figli.

E ci ha visto giusto, Manoel. Nessun altro terzino destro ha dato la stessa sensazione di onnipotenza di Maicon, quando il brasiliano era al massimo della forma. Un giocatore travolgente per il quale gli avversari ogni tanto avrebbero voluto, potendo, gettare la spugna come in un incontro di pugilato. Ci sono alcune partite che mettono impressione ancora oggi, specie nella stagione del “Triplete” interista, quando ormai non è più “la riserva di Javier Zanetti”, ma il padrone della fascia.

(Photo by New Press/Getty Images)

Il derby vinto per 4-0, un assolo corale dell’Inter su un Milan mai così in bambola in era recente in una stracittadina, si candida a miglior interpretazione di sempre di Maicon, che segna il terzo gol dopo aver martoriato il povero Jankulovski e chiunque gli si fosse messo di traverso. Va quasi in porta col pallone al termine di una galoppata iniziata a centrocampo e proseguita con un triangolo in velocità con Milito; e poi, come se nulla fosse, corre come un disperato solo per festeggiare.

Un altro gol, da brasiliano vero, da fantasista più che da terzino, qualche mese dopo contro la Juventus: un mix di bravura tecnica e freddezza, colpire al punto giusto nel momento giusto. È un venerdì sera, la partita è ancora sullo 0-0 a un quarto d’ora dal termine, quando Sneijder batte una punizione da destra, appena fuori area: cross verso il centro, mischione, palla che svolazza ai venti metri, dove c’è Maicon. La sequenza successiva è degna di un balletto, provatela a guardarla con un sottofondo di musica classica: il brasiliano controlla con la coscia destra, non è proprio il migliore della carriera, la palla si alza un po’ troppo, ma qui viene il bello, è il matador che invita il toro ad avvicinarsi, e il toro è rappresentato da Amauri, che si avventa sulla sfera convinto di allontanarla. E invece Maicon con un tocco si libera del connazionale e si prepara a calciare, al volo, dal limite dell’area: prima ha bisogno di un altro controllo di coscia, l’ultimo dettaglio prima di sparare. Il destro è imprendibile, all’angolino. È il sesto gol in un campionato condito anche da 11 assist.

©Jonathan Moscrop – LaPresse

Ha ancora una cartuccia da sparare, in Champions League, contro il Barcellona nella partita d’andata della semifinale: è suo il 2-1 che spacca la gara all’inizio del secondo tempo, in un’azione in cui tutto inizia da Pandev che vince un contrasto in difesa e si sciroppa quasi l’intero campo prima di passarla a Milito. Gran tocco del “Principe” sulla corsa di Maicon, che è arrivato da dietro; controllo a seguire e tocco dolce sull’uscita di Victor Valdes.

Con lui José Mourinho, più ancora che Roberto Mancini, l’allenatore che lo lancia titolare, accetta di sfruttare al massimo le qualità offensive di un giocatore unico. Preferisce correre il rischio, eventuale, di farsi prendere in contropiede nei buchi lasciati da Maicon (e da Lucio, altro difensore che amava le sgroppate in avanti un po’ fuori contesto), per mettere pressione all’avversario. Tanto, e questo lo “Special” lo sa, ha a disposizione giocatori che in campo sanno occupare i posti lasciati vuoti dai due brasiliani, come Javier Zanetti e Cambiasso. E poi Maicon, a dire il vero, è capacissimo da solo di rientrare in tempo in difesa, come diceva Guidolin.

Mourinho poi riesce a stimolarlo a dare il meglio. Celebre l’aneddoto, raccontato dallo stesso Mourinho, della partita contro il Siena della stagione precedente prima della sosta natalizia. “Io lo sapevo – ricorda il tecnico portoghese – che lui si beccava apposta i cartellini gialli per essere squalificato dopo la pausa e godersi una settimana di vacanza in più. Anche in quel caso era arrivato a un’ammonizione dalla squalifica, ma io non sono un pirla e glielo dissi, che non sarebbe andato in vacanza in Brasile se avesse fatto come sempre. E che in caso di ammonizione avrebbe dovuto segnare due gol per meritarsi il viaggio a casa”. Morale, Siena-Inter 1-2 e doppietta di Maicon: zampata da calcio d’angolo e rete in mischia, viziata da un evidente fuorigioco non segnalato. Anche ammonito, certo, dopo il secondo gol, per essersi levato la maglia, con Mourinho a rincorrerlo fin sotto lo spicchio di stadio occupato dai tifosi interisti, sorridente, ma chissà che cosa gli stava dicendo in quegli attimi. Forse che l’aveva fregato ancora una volta.

 (Photo by Paolo Bruno/Getty Images)

Se lo sarebbe voluto portare anche al Real Madrid, lo “Special One”, ma pare che a frenare i blancos fossero state le voci su una vita notturna non regolarissima da parte del brasiliano, che fuori dall’Inter non ha mai avuto lo stesso rendimento, né al Manchester City né, salvo forse una piccolissima parentesi, alla Roma con Rudi Garcia in panchina. Idem in Nazionale, dove al Mondiale del 2010 ha steccato, pur segnando un gol assurdo alla Corea del Nord, mentre nel 2014 è affondato come tutta la squadra nel “Mineirazo”, l’1-7 in semifinale contro la Germania.

La cosa bella da sapere è che Maicon non ha mai smesso di giocare, e che il suo amore per il calcio è andato al di là dell’inevitabile trascorrere degli anni. Che fosse in squadre dilettantistiche brasiliane tipo il Vila Nova o, adesso, italiane, poco è cambiato. “Quant’è forte Maicon, quant’è forte Maicon!”, cantavano i tifosi dell’Inter vedendo quel fenomeno. E avevano ragione.

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