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La particolare mimica dei portieri

By 11 Maggio 2021

Oggi il portiere ha perso il senso di solitudine che aveva nel Novecento, quando si trovava stretto nei pali sotto sequestro. Perché il portiere moderno, pur rimanendo singolo, si trova quasi accanto agli altri

Il portiere, quando subisce un gol, è preso da senso di colpa, si sente un incapace, uno che ha commesso un danno, te ne accorgi quando invece del pallone esce dalla porta per andare a raccogliere la bottiglina d’acqua che ha accanto al palo esterno più per espiazione che per dissetarsi; lo sventurato svita il tappo e comincia bere, a piccoli o grandi sorsi, prima di tornare in campo. Il portiere, dopo la rete, beve per pulirsi, vuole liberarsi da quell’errore anche se è stata una prodezza balistica, anche se non c’era niente da fare, ha bisogno di rimettere le cose a posto nella sua coscienza.

Non è facile essere portiere quando si ha il sole in faccia o la pioggia sulle ciglia, quando il vento è contro o anche a favore, quando c’è neve o fango e lui non sa cosa fare tra i pali. Una volta i portieri usavano il cappello, Luciano Castellini, quando l’avversario puntava verso di lui, aveva l’abitudine di toglierselo e gettarlo via ogni volta per andargli incontro e provare a fermarlo; oggi il cappello è sparito, come se gli occhi dei portieri si fossero abituati alla luce più intensa. Succede spesso che quando la difesa salva dal pericolo il portiere batte forte i guantoni l’uno contro l’altro e poi grida, per dire che lui è ancora vivo.

©Delmati/Lapresse

Oggi, però, il portiere ha perso il senso di solitudine che aveva nel Novecento, quando si trovava stretto nei pali sotto sequestro, la palla a lui quanto meno gli veniva passata meglio era. Il portiere moderno, pur rimanendo singolo, si trova quasi accanto agli altri difensori, il pallone gli viene girato di continuo, non può mai distrarsi, deve partecipare al gioco e allora le mani non bastano più, deve affidarsi anche ai piedi che spesso sono un limite; il portiere è diventato quadrupede e solo da lui lo si pretende, gli sono spuntati gli arti inferiori che talvolta pare debbano addirittura esser migliori delle mani.

Mutazioni antropologiche di inizio millennio. I portieri sono condannati alla colpa anche perché si oppongono alla realizzazione dello spettacolo pur facendo spettacolo, una grandissima parata è distruzione di un finale, è come l’ace nel tennis: la rimessa in gioco diventa non – gioco.

Al portiere manca quello concesso a tutti gli altri: l’alibi. Dopo un gol spesso lo si vede urlare contro i compagni, lo fece anche l’infelice Karius nella finale di Champion’s League del 2018 col Liverpool contro il Real Madrid, lanciando sul piede di Benzema un gol a porta vuota; il portiere tedesco imprecò chissà cosa prima di capitolare sotto un nuovo errore e poi andare a piangere, sollevando a mani nude in segno di scusa, sotto la curva inglese. Una zolla di terra malmessa, un malinteso col compagno di reparto, una parata incerta, il sole negli occhi non serviranno a nulla, il portiere sarà condannato come mai nessuno; d’altra parte lui è l’unico anfibio sul campo, può prendere il pallone con le mani e con i piedi, può segnare e portare i guantoni.

Quando il portiere corre nell’area avversaria con le sue manone da salamandra lo fa in modo goffo e disperato e in quella corsa si riconosce il tentativo estremo di aiutare la sua squadra che sta perdendo; in genere non serve a nulla, è solo caos, ma quando accade il suo stesso gol pare un’anomalia. Brignoli, nel 2017, allora portiere del Benevento, segnò in tuffo di testa contro il Milan trasformandosi da allora in statistica curiosa; il suo nome, come quelli di Taibi e Rampulla, sarà ormai quello.

Foto Paola Garbuio/LaPresse

Il portiere non è più solo, dunque, ormai è una folla, anche se negli schemi, che sia 4-2-3-1 o 4-3- 3 o 4-4-2, viene sempre escluso; un po’ strano perché la sua presenza è invocata, pretesa, strillata, imposta. Si parla di azione che parte dal basso, talvolta così dal basso che potremmo dire dalla linea di porta, coinvolge i piedi del portiere, per chi non sa nulla di calcio il calcio risulta sport giocato da una squadra di dieci persone e non undici. Reina, che ha ottimi piedi, lancia a rete il compagno ma viene escluso dallo schema, lui non è previsto, è invisibile, resta una variabile.

Al portiere manca il contatto fisico da sempre, quando alza le braccia in aria per esultare al gol della sua squadra non ha nessuno da abbracciare, resta nella sua area di rigore e non prova alcuna compassione per il portiere avversario. Una volta i portieri si appoggiavano ai pali, oggi al massimo ci battono i tacchetti quando l’erba resta attaccata sotto le scarpette; se i portieri parassero sempre tutto ci sarebbero solo gli 0-0 e allora sarebbero odiati, esclusi, considerati nemici del calcio, il pubblico non li vorrebbe più vedere in campo.

S’i campène di Pask

su’ paròue di Crist

ch’è fatt nghiur ‘a morte,

mo sta parlèta fisca di paise

ièttete u banne e dìcete:

“vinése a què,

cv’agghie grapute i porte”.[1]

Scrive il grandissimo poeta lucano Albino Pierro, le porte aperte sono segno di festa, di liberazione, sono la pasqua della vita, appartengono all’accoglienza, al varco, al cambiamento; il custode della legge del racconto di Kafka ha la porta sì aperta ma l’uomo di campagna non può accedere, la sua attesa sarà lunga, infinita, mortale, beffarda. Il portiere è, dunque, una sorta di traditore, quello che non accetta di morire quando gli altri lo pretendono e i compagni verso di lui non provano la stessa pietà verso un centravanti che sbaglia il rigore; non è un caso che la sua età vada in direzione contraria al resto della squadra. Un centrocampista deve essere giovane, la gioventù è pretesa in ogni zona del campo ma non sempre è necessaria nel portiere, anzi, è l’unico di cui si dice che abbia bisogno di invecchiare per essere migliore. Donnarumma, così precoce, viene considerato un portiere in attesa di senilità; è l’unico ruolo in cui essere giovani è la linea da superare al più presto. La presenza di Ballotta, Southall, Buffon, Shilton con i loro anni confermano come il portiere sia un atto di insubordinazione all’eugenetica del calcio e farsi vecchi un formidabile gesto biblico: “Insegnaci  a  contare  i  nostri  giorni  e  giungeremo  alla sapienza del cuore” (Sal 89,12).



[1] Se le campane di Pasqua/son parole di Cristo/ che han disfatto la morte, / questa parlata fresca di paese

getta il suo bando e dice: / “venite qui, /vi ho dischiuso le porte”.

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