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La peculiare estetica di Rai

By 29 Gennaio 2021

Il brasiliano, che si sarebbe dovuto chiamare Xenofonte, è riuscito a costruirsi una carriera da fenomeno a Parigi senza mai entrare nell’ombra del fratello maggiore Socrates

In fondo è una questione di estetica. Una sensibilità innata, qualcosa che c’è già, che in campo si esplicita per il gusto, che resta anche dopo. Quella che poi, quando le chuteiras vengono appese al chiodo, fra gli investimenti post carriera illumina l’idea che non ti aspetti da un ex campione, da uno che ha vinto pure un Mondiale storico, lo ha fatto con la maglia del Brasile, indossandone pure la fascia di capitano e per giunta con il numero 10 sulle spalle. Quale? Aprire un cinema. Non una multisala, non un centro commerciale nel quale si proiettano pure film. Un cinema.

Quando senti che il cinema è pieno
la gente ride e si diverte
allora sei contento pure tu
Ti fa piacere che gli altri ridono
E proprio come se fossi tu a farli ridere
E gli fai scordare le disgrazie e le miserie

Nuovo cinema paradiso come Cinesala, San Paolo, un cinema de rua, l’antitesi insomma di un non luogo, e se qualche anno fa non fosse stato rilevato dai nuovi proprietari, fra i quali il nostro numero 10, forse sarebbe diventato un parcheggio, chissà. Eccola l’estetica, si torna al campo, al gioco, dove la gente non va fatta ridere ma divertire sì, e se la gente si diverte, allora sei contento pure tu.

(Photo by Ruediger Fessel/Bongarts/Getty Images)

Raí Souza Vieira de Oliveira anche per questo è un uomo felice, avendone fatti divertire tanti. Due patrie calcistiche, il Brasile e la Francia; lontane, lontanissime, ma nemmeno così tanto nel suo modo di interpretare il calcio che potrebbe essere riassunto in una parola portoghese di cinque lettere e plurimi significati: letra. Il gol de letra, per i brasiliani, è una rete segnata di tacco. Per Raí è un giochetto tipico, tanti ne ha segnati in questo modo, e del resto dal Morumbi al Parco dei Principi – San Paolo e Paris Saint-Germain – chi l’ha visto giocare, reti a parte, ha perso il conto dei tocchi di tacco in qualsiasi parte del campo. Eppure il brasiliano, uomo di fantasia col fisico da corazziere, è riuscito a non passare mai alla categoria degli onanisti.

Gol de letra è anche il nome della fondazione benefica che ha aperto in Brasile assieme all’amico e sodale Leonardo, ma letra è anche la traduzione (letterale) di lettera, intesa come unità dell’alfabeto. Lettera è parola, parola è termine adatto a chi ha qualcosa da dire o magari ha una prospettiva del mondo e del calcio originale, essendo nato in un contesto di famiglia sufficientemente agiato e diverso da tanti suoi colleghi per i quali il pallone è stato riscatto, mentre per lui – genitore a nemmeno 18 anni – ha rappresentato una delle possibili carriere professionali. Ora, Raí non è passato alla storia come un teoreta, ma la sua intelligenza è stata anche lì: restare al proprio posto, costruirsi una storia diversa rispetto alla altisonante poetica politica del fratello, calciatore anch’egli, col nome da filosofo e la democracia nel mito. Sì, proprio lui: o Doutor Socrates.

Siccome un Sócrates in famiglia c’era già (invero c’erano già anche un Sófocles e un Sóstenes, prima che, dal quarto figlio, cominciasse la saga dei raimundi, nel nome del padre e non più dell’Ellade, ed ecco allora Raimundo Filho, Raimar e appunto Raí), non aveva senso fargli il verso, a prescindere dalla leggenda – perché tale è, almeno per Raí, sebbene ormai sia considerata una verità  – secondo cui solo l’impeto di dona Guiomar, la oggi centenaria mamma, gli evitò di essere battezzato come Xenofonte.

GettyImages

È realtà, invece, che il quindicenne Raí, affascinato in principio dalla pallacanestro, al provino calcistico con il Botafogo di Ribeirão Preto sia arrivato senza esplicitare la parentela, la discepolanza rispetto al fratello già mito del club ma a quel punto ormai icona del Corinthians. Se c’è un prodigio nella carriera di Raí, è anche quello di non avere vissuto nella sua ombra, addirittura di non avere fatto scattare neppure la scintilla del paragone. Simbolo dei suoi club, per il suo essere. Sarà pur vero che l’opulenta proprietà del Psg ha ridotto Saint-Germain – che fa troppo periferico – nel logo, ma i tifosi non hanno avuto dubbi nell’eleggere il migliore di tutti i tempi fra coloro che quella maglia l’hanno vestita. Ebbene: non hanno scelto Neymar né Ibrahimovic, né Di Maria né Weah, non Djorkaeff o Rocheteau, manco Susic che pure è stato Susic e chissà cosa sarebbe diventato se non fosse stato Susic. No: Raí. Ed è per Raí se il Psg, in Brasile, è un nome. Che ci siano finiti un giovane  Ronaldinho e in fondo anche Neymar – ingaggio a parte – ha un senso che nasce da lui.

Letra al plurale fa letras, e letras per i brasiliani sono i testi delle canzoni. Se è vero che il calcio di quei luoghi è «uma coisa jogada com musica» (João Saldanha; provate a smentirlo), tendete l’orecchio alle sonorità del San Paolo di Telê Santana e all’apoteosi della Coppa Intercontinentale 1992 contro il Barcellona di Crujff. Oddio, l’effetto uditivo effettivo è quel ronzio fastidioso e assordante che i tifosi di allora percepivano in quelle dirette da Tokyo a orari improponibili, ma la musica in campo c’è e il paroliere è Raí. La più perfetta delle punizioni è il virtuosismo decisivo del 2-1, ma la rete con cui pareggia il vantaggio di Stoichkov suona come nessuna: Müller, l’ex granata, crossa da sinistra, Raí s’inarca volando al limite dell’area piccola. No, non per colpirla di testa, neppure per girarla in porta col destro o il sinistro. In che modo la tocchi, come la diriga imparabilmente alle spalle di Zubizarreta è ancora oggetto di dibattito. O forse solo un effetto speciale. Cinema, appunto.

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