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La peggior squadra della Serie A

By 25 Maggio 2020

È passato un quarto di secolo da quando il Brescia conquistò appena 12 punti in campionato. Mai nessuno ha superato questo record alla rovescia: riviviamo una stagione a dir poco disgraziata, con pochissimi lati positivi, come il debutto tra i professionisti di Pirlo

Stadio di Wembley, Londra: 20 marzo 1994.  È la finale della Coppa Anglo-Italiana, storica manifestazione che mette di fronte otto squadre di Serie B e altrettante di First Division. All’ultimo atto, in uno dei templi del calcio mondiale, sono arrivati il Notts County, uno dei club più antichi del mondo, e il Brescia. E saranno proprio le Rondinelle a prevalere, 1-0, gol di Gabriele Ambrosetti, che poi diventerà famoso col Vicenza di Guidolin, e da ala sinistra, mentre a quell’epoca indossava addirittura il numero 9 ed era il centravanti.

Grande inserimento del romeno Ioan Sabau che taglia fuori tutta la difesa inglese e assist per il compagno, che infila a porta vuota. È una stagione memorabile, quella, per il Brescia di patron Gino Corioni e di Mircea Lucescu in panchina: oltre al trofeo Anglo-Italiano, che a parte il prestigio non è che dia granché, arriva soprattutto la promozione in Serie A dopo un anno solo di purgatorio in B. Una squadra spettacolare, quella, miglior attacco della categoria con 68 reti, trascinata da un giocatore che fino a poco tempo prima giocava addirittura nel Real Madrid: Gheorge Hagi. Non sanno, le Rondinelle, che nel giro di dodici mesi si sarebbero trasformate nella peggior squadra di sempre, numeri alla mano, nella storia della Serie A.

Cadete e Marco Nappi (LaPresse).

 

Via Hagi, si spegne la luce


“Aiutatemi a capire: se lo è tenuto in serie B, per battere l’Acireale e il Monza, e ritiene di poterne fare a meno in serie A? Curioso”.  Scrive così Gianni Mura su Repubblica durante il Mondiale di Usa ’94, in cui Gheorge Hagi è uno dei protagonisti assoluti della manifestazione. La sua Romania in effetti arriva a una lotteria dei rigori dal battere la Svezia e dal qualificarsi addirittura per le semifinali. Eppure quando piomba il Barcellona con un assegno da cinque miliardi circa di lire è impossibile trattenere Hagi.

Sostituirlo è altrettanto impossibile, ma bisogna provarci. La scelta ricade ancora sulla Romania, che in quegli anni sembra avere un rapporto quasi fraterno con il Brescia: dal Rigamonti sono passati infatti, oltre ad Hagi e Sabau, che invece rimane, Mateut e Raducioiu. E romeno è soprattutto l’allenatore, Mircea Lucescu, che tende ad affidarsi a suoi connazionali e fin lì ha avuto tendenzialmente ragione: quindi, alla ricerca di un centrocampista offensivo creativo, pensa a uno con cui aveva vinto il campionato romeno nel 1990: Danut Lupu, un colosso alto quasi un metro e novanta. Sul peso-forma meglio soprassedere visto che, avvisano i maligni, arriva con più di un chilo di troppo.

 

Daniele Adani (LaPresse).

Gli altri rinforzi sono Luigi Corino dalla Lazio, Sergio Battistini dall’Inter, Stefano Borgonovo dall’Udinese e in porta Marco Ballotta dal Parma. “Penso a giocatori con una grande cultura tattica, capaci di giocare a uomo o a zona, di gestire le gare in base a quello che danno gli avversari, gioco o agonismo, esperienza o ingenuità”, sentenzia Lucescu a pochi giorni dall’esordio in Serie A. Nel precampionato sono arrivate anche esibizioni di prestigio e prestazioni interessanti, a parte le solite sgambate durante il ritiro: nell’operazione-Hagi, infatti, era prevista addirittura la partecipazione del Brescia al Trofeo Gamper, l’amichevole-passerella pre-stagionale in cui il nuovo Barcellona si mostra al suo pubblico, al Nou Camp.

Finirà malissimo, 4-0 per i blaugrana allenati da Cruyff, con gol dell’ex incluso, ma nella finalina di consolazione le Rondinelle avevano perso solo 2-1 col Psv Eindhoven: rete di Lupu su rigore, con il romeno che continua a convincere dopo una bella prova contro la Cremonese nel torneo “Città di Brescia”. Tutto studiato, comunque: “Ho preferito far fare a questi ragazzi un’esperienza forte – continua Lucescu -. Ho gente che non ha mai visto San Siro, l’ Olimpico o il Delle Alpi. Spero che serva a crescere più in fretta. Anche per invertire abitudine italiana dove i giocatori maturano a 25 anni. Mentre i miei rumeni, da Hagi a Sabau sono diventati adulti molto prima”.

 

llusione e crollo


Il debutto in campionato, il primo campionato che assegna tre punti per la vittoria invece di due, è da brividi: al Rigamonti arriva la Juventus del nuovo corso di Marcello Lippi, una delle pretendenti al titolo. Il Brescia ci arriva dopo aver perso la prima partita ufficiale, nel secondo turno di Coppa Italia: 1-0 contro la Reggiana. Nemmeno i bianconeri in realtà stanno benissimo: i nuovi acquisti Paulo Sousa e Deschamps non convincono, e in più sono infortunati, in Coppa Italia è arrivato un deprimente 0-0 in casa col Chievo. Infatti anche in campionato è un passo falso per una Juventus imballata di fronte a un Brescia mai domo: Antonio Conte porta in vantaggio gli ospiti con un colpo di testa, ma pareggia Schenardi con una rasoiata di sinistro. È un bel pareggio ottenuto giocando in dieci negli ultimi cinque minuti (espulso Brunetti). “Meritavamo la vittoria”, protesta un Lucescu comunque soddisfatto, che ha levato Lupu (“Indecifrabile”, si legge su alcuni commenti) dopo meno di un’ora per mettere Ambrosetti.

L’invasione di campo durante il match contro la Roma del 20-11-1994 (LaPresse).

La settimana successiva a Foggia è già un disastro: 3-0 per i rossoneri già nel primo tempo, nella ripresa Ambrosetti accorcia le distanze ma gioisce quasi solo lui, al primo gol in carriera in Serie A. Ballotta si fa passare la palla tra le braccia in occasione del primo gol e Lupu provoca un calcio di rigore, stendendo Kolyvanov in area: “Il romeno non ha mostrato grande condizione”, sentenzia Franco Strippoli nel suo servizio su “Novantesimo minuto”.  Terza partita e altra big che arriva al Rigamonti: è l’Inter. Anche stavolta è un buon pareggio, uno 0-0 con Bergkamp cacciato nel finale per gomitata a Mezzanotti. Lucescu è soddisfatto: “Gara di carattere”.

Peccato che nelle successive sei giornate arrivino altrettante sconfitte contro Cagliari, Milan, Genoa, Torino, Fiorentina e Padova. In quattro occasioni non arriva nemmeno un gol, mentre la difesa fa acqua in maniera preoccupante (13 reti subite). In più in Coppa Italia arriva l’eliminazione dopo l’1-1 con la Reggiana, tramutato addirittura in un 2-0 a tavolino per gli emiliani. Il motivo è da trovare in un’altra novità del regolamento, e cioè l’aumento delle sostituzioni da due a due più il portiere. Agli sgoccioli della partita Lucescu decide di operare un cambio “particolare”, facendo entrare la riserva di Ballotta, Gamberini, al posto di un attaccante, Piovanelli, con il collega che va a fare il centravanti vestito da portiere. Il risultato rimane 1-1, ma il regolamento recita anche che in campo in contemporanea non ci possono stare due portieri e allora ecco scodellato il 2-0 a tavolino per la Reggiana. Una situazione un po’ da oratorio.

Certo, qualche infortunio di troppo (Sabau, Schenardi) sta penalizzando la squadra, ma il rendimento è imbarazzante, e poi non segna nessuno. Il centravanti lo deve fare Neri, che è una punta esterna, e i nuovi acquisti più che danni non fanno, a partire da Ballotta, che inanella una raffica di papere come contro il Genoa, in cui si fa scavalcare da un retropassaggio di Brunetti e Skhuravy può comodamente anticiparlo.  Lupu ha già perso il posto da titolare e si parla di cessione, Borgonovo, preso dal nervosismo, trova il tempo anche di farsi espellere contro il Torino.

Il mercato di riparazione autunnale porta al Rigamonti finalmente un centravanti di peso: è il portoghese Cadete, che arriva in prestito dallo Sporting Lisbona. Torna, sempre in prestito, ma dal Napoli, un bresciano doc come Eugenio Corini a centrocampo. Dovrebbe arrivare anche un rinforzo in difesa, ed è Pasquale Bruno: ma sul difensore c’è un diktat di una frangia degli ultrà. I tifosi intimano a Corioni che “O’ Animale” non è gradito. Il motivo? Nelle ultime stagioni si era reso protagonista di alcuni brutti gesti contro giocatori del Brescia: un fallaccio su Raducioiu che aveva costretto l’attaccante romeno a un mese di stop per via di una ferita alla caviglia, e soprattutto un cazzotto a Franco Lerda al termine di una partita. “Meglio andare in B con dignità piuttosto che rovinare l’immagine del club con il giocatore più squalificato d’Italia”, il succo del discorso degli ultrà. Così Bruno non arriva, al contrario di Nappi e Francini, altri due rinforzi di una rosa già ribaltata rispetto all’estate.

Nonostante i nuovi acquisti, però, a dicembre il Brescia è ultimo a braccetto con la Reggina, nonostante il terzo pareggio stagionale, 0-0 in casa con la Roma, corredato da un pomeriggio infernale di follia ultrà, accoltellamenti, sassaiole e petardi più l’immancabile invasione di “Cavallo pazzo“. In questa partita debutta in A un altro dei nuovi acquisti: un giovane difensore centrale, Daniele “Lele” Adani, che mette la museruola nientemeno che ad Abel Balbo.  Il 2-1 in casa col Bari e il 4-0 a Parma fanno di nuovo suonare ogni tipo di allarme. “Formazione inguardabile, improponibile ostacolo, un caso tipico di anti-squadra”, si legge sul Corriere della Sera. La salvezza è già a nove punti.

 

Almeno debutta Pirlo

Resisterà fino a febbraio, Lucescu. Ha ottenuto addirittura due vittorie, contro Reggiana e Foggia, ma alla ventesima giornata Corioni lo caccia in seguito all’1-0 a San Siro contro l’Inter. È una partita storica per il calcio italiano, la prima per il club nerazzurro con Massimo Moratti come presidente.

Il tentativo disperato del Brescia per raddrizzare la stagione è di affidarsi a un allenatore che fino al 1990 era considerato una specie di guru, ma che da lì in poi ha collezionato solo fiaschi, curioso destino per chi lavorava come rappresentante di champagne, e cioè Gigi Maifredi, bresciano doc. Juventus, Bologna, Genoa e Venezia: quattro fallimenti di fila, e ora il richiamo della propria terra.

“Non so se mi conviene adottare la zona con questa rosa”, spiega subito. Però giura: “Credo nella salvezza: pensiamo a battere il Cagliari alla prossima”. E in effetti i sardi la domenica successiva vanno sotto, 2-1, ma solo fino a una decina di minuti dalla fine: poi arrivano i gol di Muzzi ed Herrera e l’ennesimo crollo. Una settimana dopo è 0-5 contro il Milan. “C’era bisogno di richiamare Maifredi per prendere otto gol in casa in due partite?”, si chiede qualcuno. Sarà una parentesi disastrosa: sei partite, sei sconfitte, l’ultima è un 1-3 in casa contro il Padova. “Cambio modulo per terminare la stagione in modo dignitoso”, aveva azzardato Maifredi, che alla fine si arrende e si dimette, lasciando il Brescia a un passo dalla retrocessione matematica con un anatema: “Squadra già morta l’estate scorsa”.

A otto giornate dal termine le Rondinelle hanno 12 punti e la quota-salvezza è a 28. E mentre gli ultrà organizzano una spedizione punitiva a casa del difensore Baronchelli, in panchina si siede Adelio Moro, che già con Lucescu era il vice. La certezza matematica del ritorno in B arriverà di lì a poco, il tempo di perdere altre tre partite, contro Roma, Bari e Parma, un anno e un mese dopo il trionfo nel Trofeo Anglo-Italiano a Wembley. Finita? Macché. Altre cinque gare e altrettante sconfitte, per un filotto negativo di 13 k.o. consecutivi. E meno male che il campionato finisce, altrimenti chissà.

 

Note positive? Pochissime. Lupu, che doveva sostituire Hagi, a gennaio aveva già fatto le valigie in direzione Romania. Bene i giovani, come sempre in questi casi: c’è Adani, che ha vent’anni, pescato quasi per caso, ma diventerà una colonna della squadra, oppure Ambrosetti, che finché non si è fatto male ha contribuito con due gol, o prodotti del vivaio come il neo-maggiorenne Baronio. Tuttavia dei trenta giocatori (un’enormità per l’epoca) utilizzati dai tre allenatori durante la stagione ce n’è uno che arriverà in cima al mondo: è veramente un bambino, è stato gettato nella mischia il 21 maggio 1995 a poco più di 16 anni nella sconfitta contro la Reggiana, e si chiama Andrea Pirlo. Entra al posto di Schenardi, un quarto d’ora in una partita che è quasi un’amichevole tra due squadre già retrocesse. Lo fa esordire Adelio Moro, ma già nei mesi precedenti Lucescu aveva iniziato ad aggregarlo alla rosa dei “grandi”, come ricorderà lo stesso Pirlo nella sua autobiografia.

Rimangono i numeri di quella stagione disgraziata, da primati alla rovescia: 12 punti in 34 giornate, nessuno ha mai fatto e mai farà peggio. Nemmeno il Lecce del 1993-94 (11 punti, ma le vittorie valevano due punti, con tre sarebbero stati 14), nemmeno l’Ancona del 2003-04, che arrivò a 13 punti pur essendo stata l’idealtipo di una cattiva gestione, con cambi di allenatore insensati e acquisti a tutt’oggi inspiegabili (un nome su tutti: Mario Jardel). Ripartirà dalla B e dai giovani, il Brescia, che nonostante questa parentesi disastrosa riuscirà a mantenere la sua identità senza affondare.

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