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La prima e ultima Champions di una squadra jugoslava

By 28 Maggio 2021

 

Bari Stadio San Nicola, 29 maggio 1991. Darko Pančev non è mai stato un tenero ma stavolta perfino lui ha paura. Sull’attaccante biancorosso grava una responsabilità pesantissima. Se segna il rigore, la Stella Rossa di Belgrado è campione d’Europa. Altrimenti si va avanti a oltranza. La Coppa dei Campioni è lì e aspetta un vincitore. Sarebbe la prima volta di una squadra jugoslava. Jugoslava? Parola da prendere con le molle. A inizio decennio c’è chi vuole andarsene dalla Federazione. Già dall’estate 1990 nei Balcani soffiano venti di guerra, pochi avvertono ancora il senso dello Stato unitario che tale è dal 1945. Ci si sente serbi, croati, sloveni, a seconda dei casi. Pančev, per esempio, è montenegrino di Skopje ma anche la punta di diamante della squadra che per eccellenza rappresenta il potere centrale di Belgrado. Il portiere del Marsiglia Olmeta è al centro della propria porta e lo sta aspettando. Comunque andrà, la Coppa dei Campioni 1990-91 è tutta in quei momenti.

La Stella Rossa è una formazione piena di talenti, alcuni dei quali devono ancora esprimere tutto il potenziale. La stagione 1990-91 è l’ultima del campionato jugoslavo, la Prva Liga. I biancorossi sono in testa alla classifica e stanno per vincere il titolo nazionale. Ma la squadra è anche uno strumento di propaganda politica. Il presidente serbo Slobodan Milošević usa da anni il calcio per finalità politiche: la Stella Rossa è un mezzo, la creazione di una Grande Serbia egemone nei Balcani è il fine. Se la squadra vincerà la Coppa dei Campioni sarà una vittoria serba, non jugoslava. “Serbia, non Jugoslavia e solo l’unità salverà i serbi”, gridano da tempo i tifosi sugli spalti. E non è l’unico segnale poco rassicurante.

Nella primavera 1990 il leader nazionalista croato Franjo Tudjman ha vinto le elezioni e, proprio come “Slobo” ha le idee molto chiare: la Jugoslavia così com’è ha i giorni contati. La “sua” Croazia deve essere indipendente e sovrana, a ogni costo. Non c’è ancora una guerra di secessione ma una serie di turbolenze che si verificano in estate “consigliano” ai turisti europei di cambiare meta. O di tornare indietro, in caso. Malgrado tutto, l’ultima edizione del campionato unitario viene regolarmente portata a termine. A giugno la Crvena Zvezda (o Stella Rossa) sarà campione di Jugoslavia o di ciò che ancora ne resta.

(photo by Philippe Couvercelle / Onze / Icon Sport)

Ma a maggio per la squadra di Belgrado c’è anche l’avventura europea da portare a termine. Persa la Coppa di Jugoslavia (ancora intitolata al maresciallo Tito) in finale con l’Hajduk Spalato, rimangono in piedi gli obiettivi più importanti. La Stella Rossa è giunta in finale di Coppa dei Campioni al termine di un percorso non esattamente agevole. Ha dovuto eliminare gli svizzeri del Grasshoppers (dopo essersi complicata la vita in casa, all’andata), gli scozzesi del Rangers Glasgow e i tedeschi orientali della Dinamo Dresda. In semifinale la Crvena Zvezda ha in sorte il Bayern Monaco e stavolta serve davvero l’impresa. Anzi, la doppia impresa. Il 10 aprile 1991 la prima parte del capolavoro riesce: 1-2 in Baviera e tutto sembra incanalarsi per il meglio. Ma due settimane più tardi al Marakana di Belgrado i tedeschi si ricordano di essere…i tedeschi. A un minuto dalla fine il Bayern sta vincendo per 2-1. Il risultato porterebbe aritmeticamente ai tempi supplementari ma proprio allo scadere, al termine di un batti e ribatti “coast to coast” sul quale può scapparci tanto il 3-1 quanto il 2-2, il difensore Augenthaler fa il più incredibile degli autogol, svirgolando a ritroso un cross dalla fascia sinistra. Mercoledì 29 maggio 1991 Olympique Marsiglia e Stella Rossa si giocano la Coppa dei Campioni al “San Nicola” di Bari.

La Stella Rossa è piena di talenti, dicevamo. Giovani (molti), dalla forte personalità (quasi tutti), non ancora notissimi al grande pubblico. Riveduta con il senno del poi la Crvena può mettere in campo un 11 che fa paura, frutto di un mercato attento e di una forza politica che fa confluire quasi tutti i migliori in maglia biancorossa. Ma a inizio stagione fa le valigie forse il più estroso di tutti, Dragan Stojković. Per 49 milioni di franchi il fuoriclasse serbo vestirà la maglia del…Marsiglia. Necessità di fare cassa ma anche cessione calcolata: a fronte di una rosa solida e ben collaudata vengono inseriti pochi innesti di grande prospettiva.

Le chiavi del centrocampo vengono affidate a un ragazzo che torna alla casa madre dopo un breve prestito al Rad Belgrado. Ha 20 anni e dicono che possegga intelligenza tattica da veterano. Si chiama Vladimir Jugović. La sessione invernale di mercato porta in biancorosso un altro giovanissimo. Classe 1969 come Jugović, proviene dalla Vojvodina, ha piedi cesellatori e potenza di tiro mostruosa. Siniša Mihajlović non sarà un fulmine di guerra, ma non si tira mai indietro sui contrasti e i suoi lanci lunghi hanno precisione millimetrica. «Crescerà in fretta, vedrete», dice convinto il tecnico Ljupko Petrović.

(Photo by Srdjan Stevanovic/Getty Images)

Si viene così a creare un centrocampo di altissima qualità, considerando la presenza sulle fasce di due come Savicevic e Prosinečki, rispettivamente a sinistra e a destra. Ma senza eccessive rigidità tattiche. I quattro in mezzo al campo – chi più chi meno – possono fare tutto, a buon bisogno. La difesa a 4 è rodatissima. A protezione del portiere Stojanović (che è anche il capitano della squadra) agiscono da sinistra a destra Marović, Belodedici, Najdoski e Šabanadžović. Un serbo, un romeno, un macedone e un bosniaco. Belodedici è di padre serbo e madre romena, non è azzardato parlare di lui come di uno tra i più forti difensori centrali in assoluto. Da quelle parti passano pochi avversari. In avanti Pančev è supportato da Binić o in alternativa da Stosić. Ma se serve c’è anche Lukić, attaccante di buona prospettiva.

Il “San Nicola” rappresenta un piano molto ambizioso. Progettata e realizzata da Renzo Piano, “l’astronave” è una sorta di monumento alla famiglia Matarrese. In un attimo diventa obsoleto il vecchio impianto “della Vittoria”. Nel 1990 ospita la finale 3° e 4° posto dei Mondiali, l’anno successivo lo stadio mette a disposizione 60mila posti a sedere per la finale di Coppa dei Campioni. Per i tifosi slavi Bari è una città comoda da raggiungere e sugli spalti prevalgono le tinte biancorosse. La sera di mercoledì 29 maggio 1991 Stella Rossa Belgrado e Olympique Marsiglia sono una di fronte all’altra. Chi vincerà, porterà la Coppa per la prima volta nel proprio Paese.

La partita è decisamente al di sotto delle aspettative generali. Il Marsiglia è un’ottima squadra che fa della forza difensiva unita all’estro dei fantasisti e alle capacità realizzative di un certo Jean-Pierre Papin i principali punti di forza. A volte è questione di chimica fra le parti, altre volte è l’importanza della posta in palio. Sembra quasi che fin da subito le squadre preferiscano risolverla ai rigori. Poche emozioni durante i tempi regolamentari, altrettante nei supplementari. Forse i francesi hanno prodotto più gioco, ma in sostanza lo 0-0 è testimonianza veritiera dei fatti.

(photo by Philippe Couvercelle / Onze / Icon Sport).

Stojković quasi non vorrebbe giocare contro gli ex compagni. Il tecnico del Marsiglia Goethals se ne rende conto, capisce lo stato emotivo del giocatore e lo tiene in panchina finché può. Ci pensi Abedì Pelé, ci pensi Waddle, ci pensi Papin a scardinare il muro slavo. Ma a otto minuti dai rigori Goethals non può farne a meno: le due squadre potrebbero annoiarsi per giorni e notti, nessuno segnerebbe. Dragan è l’unico che potrebbe creare un disequilibrio in campo. E in ogni caso potrebbe tirare l’eventuale rigore. Stojkovic rifiuterà, otto minuti da professionista senza cuore e senza patria li può anche giocare. Un rigore contro la sua squadra, contro la sua gente, no. Quello mai.

Prosinečki inizia la serie. Gol, il portiere Olmeta si muove in anticipo e lui lo brucia sul lato sinistro. Dagli 11 metri va il difensore Amoros. Esperienza e palmarès fanno di lui un giocatore affidabilissimo. Espressione tesa, rincorsa molto lunga. Il tiro è forte ma a Stojanović basta il messo passo avanti per respingere. Binić, gol 2-0. Casoni, 2-1. Belodedici, 3-1. Papin, forte e preciso. 3-2. Mihajlovic esulta come se fosse il penalty decisivo, 4-2. Mozer, grande centrale difensivo brasiliano, non tradisce emozioni, 4-3. Siamo al momento della verità.

Pančev sente su di sé una responsabilità tremenda. Non sarà uno che si tira indietro ma c’è situazione e situazione. Rigore e rigore. La rincorsa è lunga. Potenza o precisione, morte o vita, Marsiglia o Stella Rossa, Serbia o Jugoslavia? Potenza, vita, Stella Rossa, Coppa.

Non più Jugoslavia, ma non sarà certo Darko Pančev a deciderlo. Sarà una guerra lunga anni e già predisposta nel 1991 a farlo. Nel frattempo Slobodan Milošević ha raggiunto l’obiettivo della Coppa Campioni e di riflesso è al massimo della popolarità in patria. A tutti i giocatori della Stella Rossa di ritorno da Bari sarà regalata una zolla di terra della Slavonia. «Presto l’avrete tutta». Il peggio deve ancora venire.

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