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La prima volta dell’Australia

By 24 Marzo 2020

Cronaca della storica cavalcata che, nel 1974, ha portato per la prima volta  i Socceroos al Mondiale

Ancor di più della qualificazione ai Mondiali, solo accarezzata nel 1969 prima di vederla sfumare nel decisivo spareggio con Israele, all’inizio dei ruggenti anni ’70 le stanze della federazione australiana sembrano essere abitate da un’altra ossessione: quella di trovare un soprannome adatto alla nazionale di calcio.

Le prime idee in merito, comunque, erano già saltate fuori sul finire della decade precedente. Nel Dicembre del 1967 un giornalista del Daily Mirror, Tony Horstead, si era inventato un concorso e aveva invitato i lettori a scegliere il futuro nickname, promettendo al più creativo un pass per assistere a tutte le gare della nazionale: dalle consultazioni aveva prevalso la parola “Emus“, anche se non era riuscita a fare breccia nel cuore degli australiani. 

Molto meglio vanno le cose cinque anni più tardi, quando è la federazione australiana a patrocinare in prima persona un’iniziativa simile con il supporto di alcuni facoltosi sponsor. L’idea è quella di regalare un logo alla nazionale in vista della campagna di qualificazione ai Mondiali tedeschi del 1974: la scelta, anche in maniera un po’ scontata, ricade su un canguro stilizzato, vestito con un kit calcistico e circondato dalla scritta “World Cup 1974 Socceroo“.

Per Tony Horstead, che evidentemente non aveva dimenticato il proprio tentativo di trovare un soprannome alla nazionale, è come una folgorazione. All’indomani scrive poche righe sul Daily Mirror, ma è quanto basta per entrare nella storia come l’ideatore del nickname storico della nazionale australiana: “I Socceroos si stanno preparando per rappresentare l’Australia nei grandi tornei internazionali“, rassicura i lettori. O almeno vuole essere un auspicio. 

Del resto, le qualificazioni ai Mondiali tedeschi del 1974 stanno per cominciare. Quello di staccare il pass è il sogno proibito della ASF da almeno dieci anni. Eppure finora ogni tentativo di qualificazione è andato a vuoto: dopo la pesante lezione incassata dalla Corea del Nord nel 1965, un 9-2 aggregato che non aveva lasciato spazio a nessun tipo di appello, quattro anni più tardi, a rispedire a casa la nazionale oceaniana era stato Israele, ma questa volta al termine in un doppio confronto decisamente più combattuto (2-1 aggregato).

Manca, insomma, ancora qualcosa per fare il salto di qualità: serve una figura in grado di apportare un maggiore professionismo, di donare una nuova competitività alla nazionale, contribuendo alla crescita di un movimento rimasto fino a quel momento praticamente semidilettantistico.  

Ne sono fermamente convinti anche i dirigenti della ASF, che dopo quella sconfitta danno il benservito al tecnico ungherese Joe Vlasits, mettendo sulla panchina il bosniaco (allora jugoslavo) Zvonimir Ralé Rašić. Un’investitura sorprendente e parecchio osteggiata dalla stampa dell’epoca: in quel momento Rašić, sbarcato in Australia nel 1962 per unirsi alle fila del Footscray JUST, ha solamente 34 anni. Troppo pochi, almeno secondo i detrattori.

Quel che molti non sanno, però, è che Rašić sarà anche giovane, ma non è uno sprovveduto. In attesa dell’avvio delle qualificazioni, in partenza nel 1972, lo jugoslavo non perde tempo nel mettere in campo la sua ricetta pensata per dare il Mondiale all’Australia, muovendosi a 360 gradi: se da un lato si occupa meticolosamente di plasmare la squadra – risolvendo la delicata bega del capitano, regalando la fascia al carismatico difensore Peter Wilson; dall’altro si adopera per aumentare la competitività della squadra, attivandosi in prima persona per organizzare una tournée internazionale in cui l’Australia è chiamata ad affrontare alcune tra più quotate nazionali di Asia, Europa e Sudamerica. Gli esiti sono senz’altro positivi e danno ragione al loro promotore: in quasi quattro anni, i futuri Socceroos giocano una dose considerevole di partite amichevoli ai quattro angoli del pianeta, togliendosi pure una serie di soddisfazioni niente male, come ad esempio quella di battere 3-1 ad Atene la Grecia di Mimīs Domazos.

 

Verso la Germania

Le eliminatorie del Mondiale, però, sono un’altra cosa. Anche perché la strada verso la Germania è lunga e piena di trappole: secondo il format in vigore all’epoca nell’area AFC/OFC, infatti, dopo il girone bisogna superare ben due spareggi prima di volare alla fase finale.

La fase a gruppi, nella quale l’Australia si ritrova in compagnia di Iraq, Indonesia e Nuova Zelanda, viene archiviata con relativa scioltezza dagli uomini di Rašić, anche se un 3-3 casalingo con i cugini neozelandesi rischia di compromettere il discorso qualificazione. Il testa a testa è con l’Iraq e si risolve il 18 marzo 1973 nel confronto diretto di Melbourne, concluso a reti inviolate. Un pareggio favorevole agli australiani, ma che per il modo in cui arriva irrita non poco Gyula Teleki, l’allenatore ungherese dei Leoni della Mesopotamia, agguerrito nel puntare il dito contro il presunto comportamento ostruzionistico e antisportivo tenuto dagli oceanici: “Oggi non si è giocato a calcio“, commenta lapidario a caldo.

Il pass per il turno successo arriva formalmente una settimana più tardi, quando i futuri Socceroos demoliscono 6-0 l’Indonesia a Sydney. Ma non c’è nemmeno il tempo di festeggiare. Ad aspettare gli australiani nel first barrage c’è l’Iran, il primo ostacolo degno di nota nella corsa al Mondiale. Il Team Melli, guidato da un totem assoluto come il capitano Parviz Ghelichkhani, è bicampione d’Asia in carica, e come se non bastasse l’Australia non arriva nemmeno al meglio alla gara d’andata: Rašić deve rinunciare a due pedine fondamentali come il portiere Jack Reilly, assente per alcune  incomprensioni con la federazione, e il mediano Bobby Hogg, ai box dopo aver subito un terribile infortunio alla gamba.

Ma, nonostante tutto, davanti ai 30 mila che affollano lo stadio di Sydney l’Australia coglie una delle più prestigiose e importanti vittorie della sua storia, imponendosi con un rotondo 3-0 grazie ai gol di Alston, Abonyi e del capitano Wilson. Al ritorno, nella bolgia dell’Araymeher di Teheran, è tutt’altra un’altra storia. Gli iraniani, che lasciano in panchina il leggendario portiere Nasser Hejazi – crocefisso dalla stampa per aver preso qualche gol evitabile di troppo – partono in quarta e alla mezzora grazie una doppietta del solito Ghelichkhani conducono già per 2-0.

Anche se ci sono molte ombre sul calcio di rigore assegnato in avvio all’Iran dall’arbitro russo Kobakov per un presunto fallo di mano di Curran: “Ho sempre pensato che il direttore di gara fosse stato pagato dalla federazione iraniana. Alla vigilia della partita circolava una storia secondo la quale l’arbitro aveva ricevuto la visita di alcune belle ragazze nella sua camera d’albergo, ma non so se fosse vera“, ha ricordato allo splendido portale The Southern Cross l’attaccante di origini ungheresi Attila Abonyi.  

La larga vittoria ottenuta dagli australiani all’andata di colpo non sembra più essere così tanto rassicurante, ma i Socceroos riescono a compattare i ranghi e a uscire indenni dalla tempesta. Il final round è finalmente realtà. Rašić sprizza gioia da tutti i pori, sottolineando i progressi compiuti dalla squadra: “Sul 2-0 potevamo perderci d’animo, ma non l’abbiamo fatto. C’erano tanti problemi da affrontare, oltre all’Iran: la bolgia del pubblico, l’altitudine e anche un calore insopportabile. Aver passato il turno in condizioni simili dimostra una grande maturità da parte della squadra“.  

L’ultimo avversario tra l’Australia e il Mondiale è la Corea del Sud. Rašić, in forza di ben cinque precedenti favorevoli con la nazionale di Seul, è ottimista: “Non possiamo perdere“, dichiara sicuro in conferenza stampa. In campo, però, le cose vanno diversamente: l’Australia offre una delle peggiori prestazioni degli anni ’70, rimanendo in balia dei coreani per tutto l’incontro. Ma riesce comunque a non capitolare, conducendo in porto uno 0-0 che si rivelerà salvifico, anche se in quel momento sembra una disgrazia. 

A credere all’impresa sono in pochi. Tra di loro c’è ovviamente l’allenatore jugoslavo: “Niente panico. Ce la possiamo fare, lo abbiamo già fatto in passato“, rassicura l’allenatore, ricordando i successi del passato nella capitale coreana. Le convinzioni dell’uomo venuto dalla Bosnia non vacillano nemmeno quando, dopo neanche mezzora, l’Australia si ritrova sotto di due reti, trafitta dalle reti di Kim Jae-han e Ko Jae-wook, due assolute leggende del calcio coreano. La sua fiducia è ben riposta: prima Branko Buljević accorcia immediatamente le distanze; poi con un gol di rapina a trovare il pareggio è il celebre Ray Baartz, considerato “il giocatore australiano più forte di tutti i tempi” da uno come Harry Kewell. 

Dopo lo 0-0 di Sydney, il 2-2 di Seul rende necessario uno spareggio in campo neutro. La sede scelta è Hong Kong, ma c’è un problema e non è nemmeno di poco conto: il Paese non ha mai ospitato una  partita di Coppa del Mondo, figurarsi una così importante, e fa fatica a gestire la debordante richiesta di biglietti. Alla vigilia Tam sau Sum, segretario della federazione locale, ammette: “Questa è la più importante partita mai organizzata ad Hong Kong“.

Intanto Rašić può tirare un sospiro di sollievo: gli influenzati Wilson Frase e Curran, tre pilastri dei Socceroos, non hanno più febbre e possono scendere in campo. Il piano gara, invece, è già pronto da giorni, ma l’allenatore jugoslavo non rinuncia a dare le ultime indicazioni: in particolare si concentra sul biondissimo Manfred Schäfer, arcigno difensore tedesco naturalizzato australiano negli anni ’60, incaricato di fare da cane da guardia all’attaccante coreano Kim, praticamente inarrestabile nelle due gare precedenti. 

Il 13 Novembre 1973, allo Stadio di Hong Kong, Australia e Corea del Sud vengono accolte da un diluvio universale. I Socceroos, a differenza dei primi due match, sono molto meno timidi e attaccano con spavalderia, producendo un numero rilevante di occasioni: i pericoli maggiori nascono da iniziativa dell’estroso Baartz e di Abonyi. All’inizio della ripresa, complice uno scellerato svarione del portiere Fraser, gli australiani vivono degli istanti di puro terrore, ma l’attaccante coreano Cha Bum Keun sceglie di graziarli. Il momento decisivo arriva al 70′, quando l’arbitro assegna un calcio di punizione indiretto all’Australia. Ray Richards s’incarica della battuta, ma non può cercare direttamente la porta: allora fa spiovere la palla al centro d’area di rigore, nel tentativo di incontrare la testa di Wilson.

Lo schema è semplice tanto quanto potrebbe essere efficace, ma un difensore coreano anticipa il capitano australiano, sputando di testa la palla fuori dalla zona rossa. Per sua sfortuna, però, a limite dell’area Jimmy Rooney è già pronto per raccoglierla. Il trottolino inesauribile di Rašić  avverte una presenza e quasi d’istinto la tocca lateralmente, apparecchiando la tavola per Jimmy Mackay. Per l’allampanato mediano dell’Hakoa Eastern Suburbs è un invito a nozze. Mackay colpisce la palla in maniera anomala, di controbalzo, utilizzando come alleato un rimbalzo irregolare per disegnare una traiettoria pressoché perfetta. L’arcobaleno che ne esce fuori, di rara bellezza e precisione, trova il suo capolinea nel sette della porta coreana: “Potrei provare un milione di volte quel tiro, ma non riuscirei più a rifarlo. È stato uno dei gol più strani della mia carriera“, ha ammesso candidamente il diretto interessato.

Non sarà stato il gol più “voluto”, ma sicuramente è quello più importante della sua carriera: grazie a quella prodezza l’Australia diventa la prima nazionale dell’Oceania a guadagnarsi la ribalta mondiale. Non solo un traguardo prestigioso, ma soprattutto la potenziale miccia di una rivoluzione culturale. O almeno è quanto si augura Rašić: “Il calcio diventerà adesso lo sport numero uno a Sydney. I giovani guarderanno con maggiore attenzione al calcio, anche perché giornali e la TV di tutto il mondo parleranno di noi“, confida il ct jugoslavo ad un cronista del Sydney Morning Herald. 

Al rientro in patria i Socceroos trovano ad accoglierli una folla osannante. Ci sono giornalisti pronti a strappare un’intervista ai protagonisti, semplici appassionati, ma anche collezionisti con richieste particolari. Uno di questi si avvicina a Mackay, il cecchino di Hong Kong, offrendogli 100 dollari australiani in cambio dello scarpino con cui ha realizzato la rete della storica qualificazione. Ma il mediano australiano rifiuta senza nemmeno pensarci più di tanto: “La regalerò a mio figlio. La terrà lui in nome di tutti i  bambini dell’Australia“. La storia, d’altronde, non si baratta per nulla al mondo.  

 

Il Mondiale

Con il sorteggio dei gironi, nel gennaio del 1974, per l’Australia comincia ufficialmente la missione iridata. L’urna non è benevola con la truppa di Rašić: i Socceroos finiscono nel gruppo A, insieme alle due Germanie e al Cile. Il presidente della federazione, Sir Arthur George, si mette le mani nei pochi capelli che si ritrova: “Una Germania poteva bastare! Due sono decisamente troppe“, commenta scherzando. 

L’Australia arriva in Germania il 10 giugno e va ad alloggiare nel ritiro di Ochsenzoll, un sobborgo di Amburgo, ospitata nel quartier generale dell’HSV. Le ultime amichevoli di preparazione, tra cui la confortante e prestigiosa vittoria sull’Uruguay, hanno aiutato Rašić a scremare l’iniziale lista di 40, individuando i 22 eletti per la spedizione tedesca. Ci sono più o meno tutti gli eroi della qualificazione, tranne due: restano a casa Bobby Hogg, alle prese con le bizze di una gamba malconcia, ma soprattutto Ray Baartz, raggiunto alla gola in una delle ultime amichevoli da un colpo dell’uruguayano Garisto, che gli ha provocato una delicata lesione alla carotide, costringendolo a dare l’addio al calcio a soli 27 anni.

Tiene con il fiato sospeso tutta la nazionale anche la telenovela Schäfer: il difensore, irritato per le false promesse della federazione di aiutarlo nel suo business del latte, sembra sul punto di tornare a casa, ma poi per fortuna la questione si risolve con un pizzico di buon senso. 

La rosa dei Socceroos, composta nella sua totalità da giocatori non professionisti, rispecchia plasticamente la vocazione multiculturale del Paese, patria di numerose comunità di immigrati europei. La colonia più nutrita è quella degli inglesi: oltre al il capitano Wilson ci sono il centravanti Alston, famoso per le sue abilità nel gioco areo e la catapulta umana Ray Richards, senza contare le riserve Watkiss, Harding e Ollerton.

Abbastanza rappresentata anche la Jugoslavia: oltre al commissario tecnico Rašić (Bosnia) e al dodicesimo Jim Milisavljević, vengono dai Balcani anche Doug Utješenović (Serbia) e l’incursore Branko Buljević (Croazia), spalatino come il comprimario Ivo Rudić. Sono nati in Scozia, invece, il portiere Jack Reilly, l’uomo della provvidenza Jimmy Mackay e il peperino Jimmy Rooney, il più basso di una nazionale di vatussi. Così come è “ungherese” il bomber Abonyi e “cecoslovacco” il numero 10 Garry Manuel, mentre ha un passaporto tedeco Manfred Schäfer. A loro si aggiunge l’idolo di casa, l’incursore Johnny Warren, Captain Socceroo, uno a cui oggi è intitolato il premio assegnato annualmente al miglior giocatore della A-League. 

Ma a destare la maggiore attenzione dei giornalisti europei è un ragazzone con la carnagione olivastra, la mascella squadrata e un fisico da rugbista. Si chiama Harry Williams ed è il primo australiano aborigeno a vestire la casacca della nazionale: “Quando sono stato convocato sono rimasto scioccato“, ha ricordato l’ex difensore al Sydney Morning Herald. 

Quando il 14 giugno, al Volksparkstadion di Amburgo l’Australia esordisce al Mondiale, lui è in panchina. Di fronte ai Socceroos c’è la Germania Est di Buschner e Derwall, che ha passato una notte tormentata a causa delle rimesse a lunga gittata di Ray Richards: “Sono davvero molto pericolose“, ha spiegato in conferenza stampa alla vigilia. In campo, però, i pronostici finiscono per essere rispettati, anche se l’Australia non sfigura, alzando bandiera bianca solamente nella ripresa: una goffa autorete di Colin Curran al 57′ spiana la strada ai tedeschi orientali, famelici nel chiudere la pratica qualche minuto più tardi con una bella sforbiciata in controtempo di Joachim Streich.  

Da una Germania all’altra. Quattro giorni più tardi, sempre ad Amburgo, gli australiani affrontano quella dell’Ovest. La pendenza della salita è di quelle proibitive, anche perché Rašić deve fare a meno di Johnny Warren, uno dei beniamini dei 2000 tifosi aussies arrivati in Europa al seguito della squadra. Tra cui uno speciale: il leggendario Jim Scane. 

Inglese arrivato in un Australia negli anni 50′, dopo essere scampato per miracolo ai campi di prigionia nazista, durante i Mondiali del 1974 impiega poco tempo a diventare un personaggio di culto, venendo adottato dalla ASF come mascotte ufficiale dei Socceroos. Il look stravagante e i modi di fare pittoreschi contribuiscono alla sua fama: vestito con una giacca verde, sulla quale compaiono in giallo tutti i nomi dei giocatori della nazionale australiana, scende in campo prima di ogni match degli aussies, tenendo in una mano un canguro e nell’altra un koala, ovviamente di peluche. 

Il solenne rituale si ripete anche nelle immediatezze della partita con la Germania Ovest di Beckenbauer. Non una gara come le altre per Schäfer, tedesco di nascita e australiano d’adozione, anche se il difensore assicura di essere esclusivamente concentrato sulla marcatura di Gerd Müller: “Se riuscirò a non farlo segnare sarà un successo per tutti“. Non ce la farà: dopo i gol di Overath e Cullmann nel primo tempo, infatti, al 53′ andrà a bersaglio anche il mortifero bomber del Bayern Monaco. Il 3-0 finale sancirà anche l’aritmetica eliminazione dell’Australia, tra il dispiacere generale di tutti. Anche della stampa locale, prodiga di elogi nei confronti della comitiva aussie: “Sono stati dei perfetti ambasciatori del loro Paese. Hanno dimostrato di avere un educazione e un rispetto fuori dal comune, lavando persino i piatti nel loro ritiro!“.

Prima di tornare a casa resta comunque un’ultima partita da giocare: quella di Berlino con il Cile. Nella testa dei Socceroos ancora risuonano le parole poco eleganti spese nei loro confronti da Francisco Valdés, il capitano della Roja, alla vigilia della manifestazione: “Se l’Australia raggiungerà il turno successivo, beh, che dire: lascerò il calcio e mi metterò a badare ai polli“. Non bastasse questo a motivare i Socceroos, a caccia di una soddisfazione iridata da portarsi dietro come souvenir, arrivano anche le parole stimolanti di Rašić: “È vero non abbiamo ancora vinto una partita, ma nemmeno i campioni in carica del Brasile lo hanno ancora fatto. Oggi cambieranno le cose“.

La profezia del ct jugoslavo si avvererà solo parzialmente: al cospetto di personaggi come Carlos Caszely ed Elías Figueroa, ai Socceroos manca il guizzo giusto per pungere i sudamericani, ma riescono comunque a mantenere la porta inviolata fino al ’90, conquistando il primo, storico punto in un Mondiale.

Un exploit non da poco. Molti protagonisti di quella spedizione ricevono importanti offerte da club europei: Attila Abonyi torna a giocare in Ungheria, mentre Wilson è ambitissimo dai club inglesi, ma il biondo capitano non se la sente di lasciare l’Australia. Non senza una punta di romanticismo, spiega: “Potrei guadagnare più soldi, ma in Australia ho una bella vita. Perché dovrei rinunciare a tutto ciò?“. È lui il primo a parlare al rientro a Sydney davanti ad una folla oceanica: “Abbiamo dimostrato al mondo che gli australiani sanno giocare anche a calcio“, dice gonfiando il petto. Gli fa eco Sir Artur George, il presidente federale: “Siamo finalmente riusciti a mettere l’Australia sulla mappa del calcio che conta“. Rašić, invece, rifiuta diverse panchine europee con l’intento di proseguire il percorso alla guida dei Socceroos. La federazione, però, ha già cambiato idea, ma lui non può ancora saperlo. 

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