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La resa dei conti di Petr Cech

By 29 Maggio 2019
Petr Cech

Stasera il portiere appenderà il caschetto al chiodo. Prima, però, ci sarà tempo per la finale contro il “suo” Chelsea, il club che lo ha lanciato nel grande calcio e che lo riabbraccerà a breve

Petr Čech non ha mai voluto guardarsi indietro. Con la risolutezza dei forti, ha sempre volto il suo sguardo al qui e all’oggi. Ora, però, non può più scappare, e si trova costretto a confrontarsi con il suo passato, se non con il pensiero di sicuro sul campo, quello su cui entrerà per l’ultima volta in carriera in occasione della finale di Europa League che il suo Arsenal si contenderà con il suo Chelsea. Il riassunto pratico di una straordinaria carriera che il portiere ceco ha deciso di chiudere a 37 anni.

Sembra che il destino abbia voluto a tutti costi mettergli davanti quel blue, il colore che rievoca ricordi belli e drammatici, a cui lui non vuole proprio concedersi, non ancora, almeno. La sua esperienza ai Gunners, che non occuperà un ruolo centrale nei racconti ai nipotini sulla sua vita da calciatore, iniziò nel 2015 proprio contro il Chelsea, nella finale di Community Shield che l’Arsenal portò a casa, e con il Chelsea finisce, stasera, sempre con un trofeo in palio.

Proprio per il continuo desiderio di rinviare i suoi conti con il passato, Čech aveva espresso le sue perplessità riguardo a questo possibile incrocio: «Non so dire se sarebbe uno scenario da sogno o meno. Hai l’ultima partita della tua carriera, una finale europea, e devi giocartela contro una squadra a cui sei emotivamente legato. Forse è un po’ troppo, ma se succede, succede». È successo, e se non è un sogno è quantomeno un epilogo romantico, un addio più intenso di altri.

Dopo che questo filo blu l’ha seguito da una parte all’altra di Londra, una volta appesi i guanti Petr Čech lo riprenderà in mano, tornando a casa sua, a Stamford Bridge, dove Abramovich pare l’abbia richiamato per occupare il posto di direttore sportivo. Tutto l’orgoglio dell’oligarca che si rimpossessa di ciò che è “suo”, dopo la sofferenza di quel passaggio all’Arsenal a cui, per rispetto di quello che Čech aveva fatto per il Chelsea, non si oppose.

Confessò al portiere che non sarebbe stato felice di vederlo con quella maglia addosso, poi gli diede un buffetto e gli disse ok, puoi andare. Come poteva non assecondare la volontà di uno dei giocatori simbolo del periodo più glorioso della storia del Chelsea? Come poteva opporsi ai desideri di chi aveva contribuito a fargli riempire la bacheca con 4 titoli di Premier League, 4 FA Cup, 3 coppe di Lega, 2 Community Shield e una, indimenticabile, Champions League?

Peter Čech fu uno dei primi acquisti dell’era Abramovich. Arrivò dal Rennes per 7 milioni di sterline. Aveva 21 anni, un volto saggio e rassicurante, lo sguardo intelligente da cui partiva un naso adunco e i capelli sparuti che già cedevano il posto alle tempie. Uno di quei ragazzi che acquisiscono prematuramente i tratti degli uomini. Che trasferiscono sicurezza solo a guardarli, tutto ciò che si chiede a un portiere.

Nel suo bagaglio tutto da riempire c’erano già 12 presenze in Champions League con la maglia dello Sparta Praga, una predisposizione per le lingue che gli permette di padroneggiarne fluentemente almeno tre, e una confidenza con i suoi mezzi difficile da trovare in un portiere così giovane. Al Chelsea viene accolto con queste parole di Josè Mourinho: «è il portiere perfetto per un grande club». Un endorsement intriso di verità e ruffianeria mourinhana, perché all’inizio il posto tra i pali resta di Carlo Cudicini.

Sarà solo per un infortunio di quest’ultimo se Čech conoscerà la titolarità, appropriandosene brutalmente con una serie di dodici clean sheet consecutivi, per un totale di 1024 minuti senza subire gol, tuttora il record di imbattibilità della storia del campionato inglese. In pratica, dal 18 dicembre 2004 al 5 marzo 2005 fu letteralmente impossibile fargli gol. Un vizio che si era portato dietro dalla sua esperienza in terra natia, allo Sparta Praga, dove chiuse ermeticamente la porta per 855 minuti e segnò un altro record che dura ancora oggi.

Il suo modo di stare in porta è il retaggio di un desiderio infantile. Da piccolo, Čech sognava di diventare un portiere di hockey, e quell’impostazione nel difendere i pali non l’ha mai abbandonata, come dimostrano le sue parate con i piedi e il modo con cui copre lo specchio nelle uscite. Un’efficacia che non è mai andata di pari passo con la grazia.

Čech non è mai stato un portiere bello da vedere, non ha mai avuto lo stile di Buffon o Casillas, la delizia che concedeva al pubblico risiedeva nella sensazione che per fargli gol bisognasse calciare in modo perfetto, e anche in quei casi non era detto che potesse essere battuto. Questa impenetrabilità non era solo una sensazione, ma la realtà di quello che un attaccante si trovava di fronte ogni volta che doveva calciare verso la sua porta. Soprattutto in quello strabiliante 2005, chiuso con 21 clean sheet totali e due riconoscimenti importanti: miglior portiere Uefa e Premier League Golden Globe award.

Il ruolo del portiere è da sempre intriso di una certa marginalità. La precaria attenzione che gli viene dedicata non ha a che vedere con l’incidenza sul gioco, che invece è fondamentale, ma è dovuta alla specialità di un ruolo che si differenzia da tutti gli altri perché statico e caratterizzato dall’uso delle mani. Che conta solo due uomini sui ventidue che giocano una partita. Una minoranza, che come tale viene trattata.

Questa piccola emarginazione si riflette anche nella narrazione calcistica, che il più delle volte si sofferma sul racconto delle gesta di un portiere solo in casi eccezionali che lo vedono protagonista di qualcosa di straordinario, in positivo o in negativo. Petr Čech è sempre stato un portiere di cui si è parlato tanto, un portiere che ricopre un posto d’onore nel nostro immaginario, non solo perché si tratta di uno dei portieri più forti degli ultimi decenni e tra i migliori di sempre della Premier League, ma soprattutto per quello che gli è successo di “straordinario”, e che, come ogni evento magico o tragico, ha segnato in maniera indelebile un prima e un dopo.

Erano le 18.20 di sabato 14 ottobre 2006 quando Petr Čech, dopo una delle sue classiche uscite a terra in cui bloccò il pallone, venne colpito alla testa dal ginocchio destro di Stephen Hunt, attaccante del Reading arrivato in ritardo su un pallone ormai irraggiungibile. Il portiere ceco rimase a terra, l’arbitro permise l’ingresso dei medici, ma nessuno, in campo, si era ancora reso conto della violenza di quel colpo e della gravità dell’infortunio.

Petr Cech

Solo i minuti trascorsi sdraiato al suolo, i confusi gesti con le mani con cui Čech cercava maldestramente di dire ai medici che gli girava la testa, il gattonamento con cui tentava di trascinarsi fuori dal campo rivelarono a tutti i presenti che Čech era messo piuttosto male. Frattura depressa dell’osso temporale sinistro. Čech subì un’operazione d’urgenza e rimase tre giorni in coma, svegliandosi senza ricordare nulla dell’accaduto. Gli piantarono due placche metalliche nel cranio per fissare l’osso, l’intervento riuscì perfettamente e i pericoli maggiori furono scampati.

Come detto, Čech tende a proiettarsi subito al presente lasciandosi alle spalle il passato, anche un trascorso di questo tipo. Quando i medici gli dissero che non si sapeva se sarebbe potuto tornare a giocare, e che certamente bisognava aspettare la stagione successiva per fare le giuste valutazioni, lui prima disse di non scherzare, che voleva tornare in campo il prima possibile, poi diede una manifestazione concreta di quella volontà presentandosi, ancora in stato confusionale, all’allenamento del Chelsea.

«Che diavolo ci fai qui, Petr?». Mourinho gli impedì di allenarsi e i medici lo costrinsero a rimanere a casa per diverse settimane. «A quel punto non mi posi nessun obiettivo. Accoglievo i miglioramenti e aspettavo che mi dessero il via libera per tornare ad allenarmi. Tre giorni dopo quel permesso mi sentivo pronto a scendere in campo».

Petr Cech

Čech tornò a giocare una partita ufficiale il 20 gennaio 2007, 98 giorni dopo il terribile incidente, grazie a uno speciale caschetto protettivo che lo avrebbe riparato da possibili colpi alla testa. Proprio come un portiere di hockey. Quel casco diventerà parte di lui, della sua storia di portiere che nel primo periodo dal suo ritorno in campo sembrava non potersi riallacciare a quella che stava scrivendo prima di quel maledetto pomeriggio.

Con il tempo, tuttavia, Čech ritrova le sue sicurezze e torna sui suoi straordinari livelli, facendo di quel caschetto un tratto distintivo che lo renderà iconico. E se da un lato quell’accessorio così utile ma antiestetico ha reso il suo stile ancora meno elegante di quanto fosse in precedenza, dall’altro ne ha accresciuto l’empatia che da sempre, per la sua signorilità e affabilità fuori dal campo ispira.

L’immedesimazione è un processo complicato ma spesso necessario per comprende meglio situazioni e stati d’animo che vivono le persone. Mettersi nei panni di Čech, significa immaginarlo mentre prima di ogni partita, per i successivi dodici anni di carriera, ha dovuto allacciarsi quel caschetto. Un rituale indesiderato che lo costringe a dedicare sempre un pensiero a quel momento e a quella cicatrice. E forse e proprio per questo continuo e sofferto rimando che cerca ostinatamente di rifuggire il passato, di rivivere certi dolori e persino certe gioie.

Petr Cech

Come l’epica finale di Champions League 2012, in cui parò un rigore a Robben nei supplementari e un altro a Olic. In un’intervista al Telegraph, Čech ha dichiarato che non ha mai rivisto le immagini di quella notte magica: «Questi sono i momenti che è bello godersi quando smetti. A me piace vivere nel presente. Quando le persone guardano indietro troppo spesso, perdono la cognizione del presente. Quando sarà finito tutto potrò sedermi e con calma rivivere tutti i momenti della mia carriera».

Una carriera segnata da permanenza e ciclicità. Nel 2015, a sancire la fine della sua esperienza ai blues, è proprio colui che le diede slancio, Josè Mourinho, che gli preferisce Thibaut Courtois e costringe Čech a fare le valigie dopo 496 presenze totali con la maglia del Chelsea.

All’Arsenal Petr Čech vive la naturale flessione di un portiere e di un uomo che a 33 anni ha già dato tutto quello che poteva dare. Nonostante alcune prestazioni siano riminiscenze dei tempi d’oro, il suo rendimento cala e così finisce per fare il secondo del giovane portiere tedesco Bernd Leno, mettendo insieme solo sette presenze in campionato in questa stagione e convincendolo che sia arrivato il momento di dire stop. Prima, però, c’è quest’ultima partita da giocare. Questa palpitante resa dei conti con un passato che finalmente, tra 90 minuti, potrà voltarsi a guardare.

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