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La rivincita dell’underdog

By 3 Giugno 2019

Con due gol segnati al Barcellona e uno al Tottenham Divock Origi è stato fondamentale per la vittoria finale del Liverpool. Niente male per un giocatore che, fino a neanche un mese fa, era considerato un oggetto misterioso

Al Boudewijn Seapark di Sint-Michiels, nei pressi di Brugge, c’è un delfino chiamato Origi. Lo hanno ribattezzato così cinque anni fa quando l’attaccante di origini keniane decise a due minuti dalla fine Belgio-Russia, seconda partita del gruppo H del Mondiale 2014, qualificando i Diavoli Rossi alla fase a eliminazione diretta. Viene quindi spontaneo chiedersi cosa potrebbe essergli intitolato a Liverpool nel prossimo futuro dopo che, con tre reti in due partite, ha contribuito in maniera determinante al ritorno dei Reds sul gradino più alto d’Europa.

I dati Opta parlano di tre tiri nello specchio della porta – due contro il Barcellona, uno contro il Tottenham – diventati tre gol: il massimo dell’efficienza, ma soprattutto l’essenza più pura del dodicesimo uomo, quello a cui sono normalmente riservati scampoli di minuti che si deve far bastare per combinare qualcosa di rilevante. Origi, dopo decine di subentri nella sua esperienza a Liverpool, lo ha fatto nella semifinale e nella finale di Champions. Un’impresa non banale, per un giocatore che banale non lo è mai stato, nel bene e nel male.

Al ruolo di underdog, Divock è sempre stato abituato. Quando da giovanissimo entrò nelle giovanili del Genk, ciò avvenne più per i buoni uffici del padre Mike, che nel club del Limburgo aveva giocato e vinto pure un titolo nazionale, piuttosto che per il talento cristallino. Bravo, certo, ma come tanti altri. Anni dopo, al momento dell’ufficializzazione da parte del ct Marc Wilmots dei 23 Diavoli Rossi in partenza per il mondiale brasiliano, diversi suoi compagni ammisero di non averlo mai sentito nominare.

Divock Origi

Wilmots aveva scelto Origi preferendolo a Michy Batshuayi, fresco capocannoniere della Jupiler Pro League belga, generando non poche critiche. Un lettore scrisse a un quotidiano che Origi era stato chiamato solo per far crescere il prezzo del proprio cartellino, dal momento che il suo procuratore era la moglie del ct. “Sarebbe una bella idea”, replicò il padre Mike, “ma prima dovremmo conoscere la signora Wilmots”. Il citato exploit contro la Russia lo fece tornare sulle prime pagine dei giornali, questa volta però per ragioni sportive. Eppure questo ragazzo diventato, a 19 anni e 65 giorni, il settimo marcatore più giovane nella storia della Coppa del Mondo, continuava a non essere noto a tutti, anche in patria. Fece il giro del mondo la gaffe “reale” della regina Matilde di Belgio, che nel post-partita del match contro la Russia, confuse Origi con Lukaku, congratulandosi con quest’ultimo – sostituito proprio dall’allora attaccante del Lille – per il gol decisivo.

Più che un underdog, a Liverpool Origi era ormai un esubero. Seconda riserva del tridente Salah-Firmino-Manè (la prima è Shaqiri) così come in passato lo era stato di Coutinho e, prima ancora, di Sturridge, qualche mese fa al giocatore è stato comunicato di cercarsi un’altra squadra. Del resto, da quell’estate del 2014 che spinse i Reds a sborsare 13 milioni di euro per il suo cartellino, salvo lasciarlo un altro anno in prestito a Lille, la carriera di Origi si è fatta sempre più indecifrabile.

Un po’ come il suo ruolo, così a cavallo tra la prima punta e l’ala che qualche anno fa anche il diretto interessato ha dichiarato di non essere certo su quale sia la posizione in campo più consona alle sue caratteristiche. Ha un picco di accelerazione di 30.1 chilometri orari ma una struttura fisica più da prima punta, pur non possedendo la fisicità di un Lukaku. Soprattutto, alterna in campo singoli exploit a lunghe pause.

Divock Origi

La sua miglior annata realizzativa a Lille è stata anche quella chiusa con l’inserimento nella flop 11 della Ligue 1 stilata dall’Equipe, dopo che per anni era stato il cocco della stampa francese grazie a un fulminante esordio da pro il 31 gennaio 2013, mandato in campo da Rudi Garcia contro il Troyes e subito ripagato da un gol. Si trovava nell’Esagono dall’età di 15 anni, dopo aver percorso – in maniera non si sa quanto consapevole – le orme di Eden Hazard, anche lui partito giovanissimo dal Belgio per crescere nel nord della Francia. Un percorso durissimo, soprattutto all’inizio quando il ragazzo dovette adattarsi a un nuovo tipo di calcio, molto più fisico, cercando di non pensare ai problemi sorti in famiglia, visto che in quel periodo il padre – assieme ad altri 149 lavoratori a tempo determinato – non si vide rinnovare il proprio contratto con la Ford.

La scorsa stagione, per non perdere il treno per Russia 2018, Origi aveva cercato minutaggio attraverso un prestito in Bundesliga al Wolfsburg, con risultati discreti ma non ritenuti sufficienti dal ct Roberto Martinez, che lo aveva incluso nella lista dei pre-convocati salvo tagliarlo al momento della selezione definitiva. Questo continuo saliscendi all’interno del grande calcio, ma spesso confinato sui bordi, lo ha reso il protagonista più impronosticabile di questa Champions 2018-19, riaprendo un dibattito che lo accompagna ormai da un quinquennio: Origi è un potenziale campione ancora inespresso oppure un incompiuto destinato a vivere di momenti più che di annate?

 

Foto: Getty Images.

 

 

 

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