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La rivincita del Portogallo

By 9 Luglio 2020

Il trionfo dei lusitani a Euro 2016 non fu solo una rivalsa dopo la sconfitta in casa di dodici anni prima, ma fu soprattutto una rivendicazione sociale sotto la torre Eiffel

 “Il portoghese è colui che ha costruito lo stadio”. In questo modo la rivista francese SoFoot ironizzava sull’archetipo del lusitano in Francia nella guida pubblicata agli albori dell’europeo del 2016. Motivo di questa descrizione lo stereotipo del portoghese emigrato in Francia negli anni ‘60 e ‘70 per sconfiggere la povertà imperante nel piccolo paese che affaccia sull’Atlantico e che in quel periodo sentiva gli stenti generati dalla sanguinosa dittatura di Antonio de Oliveira Salazar.

Ancora oggi, infatti, negli stabili parigini più della metà dei portieri di palazzo sono portoghesi arrivati giovanissimi a quell’epoca, mentre un’altra fetta importante della forza lavoro di procedenza lusitana era destinata ai cantieri. Da lì lo stereotipo del portoghese in Francia come imbianchino, operaio o muratore.

Un’etichetta non certo graziosa per il milione di portoghesi di seconda generazione che vivono adesso in Francia, la maggior parte dei quali risiedono nell’area metropolitana della capitale. Quattro anni fa, tuttavia, un’intera cultura e i suoi rappresentanti in suolo transalpino si presero una storica rivincita, trionfando proprio in quello stadio che, secondo le malelingue, avevano costruito i loro concittadini.

 

Diesel

 (Photo by Matthias Hangst/Getty Images)

Un’automobile col serbatoio pieno ha bisogno di tempo per prendere velocità. È quello che avrà pensato il CT portoghese Fernando Santos dopo aver superato il girone di qualificazione come penultima tra le migliori terze, grazie soprattutto alla differenza reti e dopo aver pareggiato tutti gli incontri del gruppo F contro Islanda, Austria e Ungheria, certamente non rivali irresistibili.

A partire dal momento in cui si trovò ad affrontare gare da dentro o fuori, l’auto portoghese si era alleggerita e la fiducia della truppa capitanata da Cristiano Ronaldo aumentava col passare dei minuti. L’allora calciatore del Real Madrid, convinto finalmente a giocare da punto di riferimento offensivo da un gestore pacioso dello spogliatoio come il veterano Fernando Santos, aveva sì segnato due reti fondamentali contro l’Ungheria per il 3-3 finale, ma sembrava ancora troppo lontano dai suoi standard di mattatore vestito di blanco.

La forza di quella squadra, tuttavia, era nel gruppo. Un gruppo nel quale il difensore Pepe fece da leader nei momenti più difficili, non sbagliando nessun intervento difensivo dagli ottavi in poi ed ergendosi a muro indistruttibile della retroguardia. L’apologia della sofferenza negli ottavi di finale contro una Croazia che dominò in lungo e in largo fu una delle pagine di sofferenza più assolute della storia del calcio portoghese.

 

 (Photo by Alex Livesey/Getty Images)

Una vittoria suonata con le note di un triste fado con una fine lieta grazie al gol di Ricardo Quaresma, che da sostituto diventava eroe non con quella trivela da lui brevettata ma con un tap-in di testa dopo un magistrale contropiede a tre minuti dai calci di rigore. Sullo stesso copione si giocò il quarto di finale contro la Polonia, la quale non riuscì a capitalizzare la supremazia in campo e fu trascinata ai calci di rigore, quando fu Rui Patricio a far esplodere sia le strade di Lisbona sia alcuni quartieri parigini, con i francesi ignari che quel chiasso si sarebbe poi replicato, dieci volte tanto, al termine della finale del 10 luglio. All’ultimo atto i lusitani erano giunti grazie a una convincente vittoria sul sorprendente Galles, con gol di Cristiano e Nani. Eppure, arrivavano allo Stade de France come vittime sacrificali.

 

Carnevale al contrario

La spianata nella quale a metà degli anni ‘90 venne progettata la costruzione dello Stade de France, in quel comune di Saint Denis appena fuori Parigi, era vicinissima a quelle bidonville della frazione di Franc Moisins che tra gli anni ‘60 e ‘70 avevano rappresentato l’alloggio alla buona dei tantissimi immigrati portoghesi arrivati alla spicciolata e senza niente. In seguito quelle bidonville sarebbero state rimpiazzate da vari palazzoni di case popolari per modificare il reticolato urbano della zona e renderlo più dinamico e funzionale.

Molti dei costruttori di queste nuove strutture erano, ovviamente, di origine portoghese. La banlieue nord di Parigi vedeva crescere la grandeur nazionale con il primo titolo di campione mondiale della Francia nel 1998, in quella storica edizione nella quale si impose una nazionale multiculturale e multicolore, e 18 anni dopo era pronta ad accompagnare da vicino un nuovo trionfo dei Bleus.  Il Carnaval de Paris era già programmato: “È il 1998 delle giovani generazioni”, dicevano i più cresciuti che avevano goduto del trionfo di Didier Deschamps e compagni nel 1998.

Il capitano di quello storico trionfo adesso era l’allenatore e dopo aver travolto con un netto 2-0 la Germania a Marsiglia era pronto a consacrarsi anche da tecnico. Nuovamente a Saint Denis. La canzone del torneo, creata da David Guetta, accompagnava i momenti degli astanti a Parigi nei giorni precedenti la grande finale. Era un Carnevale annunciato, in stile brasiliano. Persino i dintorni dell’undicesimo arrondissement, dove avevano avuto luogo i terribili attentati del novembre 2015, erano arredati a festa, a mo’ di esorcismo di quei giorni nefasti.

(Photo by Dan Mullan/Getty Images)

In finale le speranze dei padroni di casa furono rinvigorite dall’uscita anzitempo per infortunio di Cristiano Ronaldo, che toccato duro da Payet al ginocchio sinistro si arrendeva, lasciando spazio a Quaresma dopo appena venti minuti di gioco. Da quel momento in poi Pepe e Rui Patricio avrebbe preso in mano la squadra, mentre CR7 da bordo campo gridava più di Santos, alzandosi spesso ad incitare i compagni nonostante la borsa del ghiaccio appiccicata sull’articolazione indolenzita.

La strenua resistenza dei lusitani veniva accompagnata dall’episodio avverso della traversa colpita su punizione di Raphael Guerreiro e dalla fortuna del palo beccato da Gignac in seguito all’unica leggera sbavatura di un Pepe monumentale. E fu ai supplementari che intervenne il fato (o fado) tanto caro ai malinconici portoghesi. Era il minuto 109 quando Eder, un dinoccolato attaccante che aveva da poco firmato per il Lille dopo una stagione senza gol allo Swansea, calciava senza pretese da 25 metri, gelando uno stadio che ribolliva per i trenta gradi percepiti, ad eccezione di poche migliaia di fortunati tifosi ospiti che non credevano ai loro occhi. La gioia di Cristiano Ronaldo al triplice fischio compensava le lacrime da lui versate dodici anni prima nella finale dell’Euro 2004 allo stadio da Luz contro la Grecia, quando il nativo di Madeira era solamente un butterato progetto di fenomeno.

Era la vittoria di Raphael Guerreiro, nato a Le Blanc-Mesnil, a 9 km dallo Stade de France. Era il trionfo inaspettato dell’underdog, di un gruppo compatto con una sola stella ma tanta abnegazione. Era il tripudio di un allenatore bonario e calmo come Santos. Ma era, soprattutto, la rivincita sociale di oltre un milione di abitanti francesi dal cuore portoghese – oggi non più solamente muratori o custodi- che fino all’alba del giorno dopo avrebbe trasformato Parigi in Lisbona.

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