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La Roma deve ripartire dal sorriso di Daniele De Rossi

By 27 Maggio 2019
Daniele De Rossi addio

Con l’addio di DDR i giallorossi non cambieranno solo pelle, ma anche dna. Ecco perché devono ripartire dalle emozioni vissute ieri sera per ricostruire quell’identità che vale quanto un trofeo in bacheca

E adesso? Ora che anche l’ultimo dei tifosi è uscito dallo stadio, ora che anche l’ultimo striscione è stato arrotolato, ora che anche l’ultimo coro si è ammutolito, ora che sul prato verde dell’Olimpico non è rimasto più nessuno, che si sono spenti anche i riflettori, adesso, dicevamo, cosa rimane?

L’ultima settimana, per chi ha la Roma nel cuore, ha assunto le sembianze di un racconto di Howard Phillips Lovecraft, dove la tensione si arrotola intorno alla gola del lettore pagina dopo pagina, anche se la causa vera del terrore rimane sempre nascosta.

Ieri sera, invece, i tifosi della Roma la paura l’hanno vista bene in faccia, l’hanno guardata a lungo negli occhi. Perché una squadra senza De Rossi, una vita senza De Rossi, è qualcosa di inimmaginabile. O meglio, lo era. Ora che la festa è finita, sempre che si possa considerare una festa, ora che abbiamo visto la nuova maglia con i fulmini sul colletto (simbolo di una società che si richiama alla mitologia ma intanto dimentica la propria storia), ora che che Daniele De Rossi ha ritirato la statuetta con il numero 16 (più o meno l’equivalente dell’orologio che i poliziotti ricevono nei film americani al momento di andare in pensione) da dove si riparte?

Daniele De Rossi addio

Quella dell’Olimpico è stata una serata di pioggia e di lacrime. Degli altri. Quelle di Claudio Ranieri che con gli occhi bagnati si inchina alla Curva. Quelle dei tifosi sugli spalti. Quella dei suoi compagni. Ma non le sue. Se c’è qualcosa da cui la Roma deve ripartire in questa serata è la faccia sorridente di Daniele De Rossi. Al momento di lasciare, due anni fa, Francesco Totti aveva bisogno di essere rassicurato dal suo pubblico. Il suo addio era avvolto dall’incertezza, soprattutto personale, di un futuro che era stato rinviato e che, in quel preciso momento, era diventato improcrastinabile. Ieri sera, nel giorno più buio della sua carriera, è stato invece Daniele De Rossi a rassicurare gli altri, a rincuorare chi sugli spalti o sul divano di casa era ancora sgomento. Non con le parole, ma con i gesti, con la liturgia di un amore che la razionalità non è riuscita a comprendere.

E proprio quella faccia sorridente, da oggi, sarà la cosa di Daniele De Rossi che più mancherà alla Roma. Intesa come società, come club, come azienda calcistica. Perché in tutti questi anni, DDR è stato sopratutto l’incarnazione di un’idea, della perfetta identificazione fra tifoso e capitano. Una suggestione con pantaloncini corti e scarpette bullonate. Daniele ha fatto credere a ogni singolo tifoso in curva, in tribuna, a casa, di poter in qualche modo incidere sull’andamento della partita tramite un suo intervento, un suo passaggio, un suo gol. Un calciatore teleguidato dall’amore. È anche per questo che al centrocampista di Ostia è stata perdonata più di un’esuberanza caratteriale, anche quelle che alla fine hanno complicato una partita di campionato o un match di coppa.

Daniele De Rossi addio

Daniele De Rossi c’era in tutti i fallimenti sportivi (la finale di Coppa Italia persa contro la Lazio, il 7-1 di Manchester, l’1-7 contro il Bayern Monaco), ma anche nei rari successi (le due Coppe Italia, la Supercoppa, il ribaltone contro il Barcellona dello scorso anno) di questa squadra. La sua presenza, costante, silenziosa, era la dimostrazione che dopo qualsiasi scivolone era possibile rialzarsi. E tornare a correre più di prima. DDR in campo valeva quanto un trofeo in bacheca. Perché mentre gli altri si abbracciavano per una coppa vinta, i tifosi giallorossi festeggiavano anche solo per la presenza di Totti e De Rossi. E dopo aver riposto nel cassetto la maglia numero 10, ancora non erano pronti per piegare anche la numero 16.

La Roma riparte senza la Roma stessa, quindi. Perché quello che forse non è stato compreso dalla dirigenza è che un club, senza bandiere, senza i suoi simboli, senza la possibilità di vantare la propria storia, viene degradato a industria semplice. L’addio di Daniele De Rossi, con questi modi, con questi tempi, con questa superficialità, diventa forse un punto di non ritorno. Anche perché difficilmente si poteva trovare una situazione più semplice da gestire. L’uscita di scena di Francesco Totti, il capitano eterno che nel corso della sua carriera era diventato grande quanto la Roma stessa, avrebbe messo in difficoltà qualsiasi allenatore. La gestione del tramonto di Daniele De Rossi, no. Sarebbe stato un passaggio quasi naturale, con in più in vantaggio di avere ancora in casa non un amuleto da strofinare nel caso in cui le cose non fossero andate per il verso giusto, ma un giocatore ancora capace di dare un contributo significativo.

Daniele De Rossi addio

La Roma, invece, ha voluto trasformare il centrocampista in un santino troppo presto. Senza pensare che l’ennesima rifondazione giallorossa sarebbe stata più semplice con Daniele De Rossi in campo, anche se con un minutaggio molto limitato. Il mancato accesso alla Champions League porterà inevitabilmente qualche sacrificio. Qualche giocatore importante cambierà casacca (e probabilmente andrà a rimpolpare l’organico di qualche diretta concorrente), il monte ingaggi subirà un’ulteriore sforbiciata, l’età media si abbasserà ancora, si cercherà qualche giovane dal futuro più o meno certo da far crescere e poi da sacrificare sull’altare del bilancio. La Roma non muterà pelle, ma anche il suo dna. Con Alessandro Florenzi e Lorenzo Pellegrini chiamati al difficile compito di costruire una nuova identità, un nuovo senso di appartenenza.

La Roma si presenterà a prossimo campionato con una squadra molto diversa ma, soprattutto, con una frattura che sembra insanabile fra vertici e tifosi. Non esattamente il modo migliore per iniziare una nuova avventura che, stavolta, fa paura eccome. Perché senza Daniele De Rossi (e con le parole di Claudio Ranieri) questa rifondazione assomiglia un pochino di più a ridimensionamento. Cosa resta, dunque? Quando la Roma giocherà il preliminare di Europa League, ma prima ancora, quando si ritroverà a Trigoria, quando svolgerà il primo allenamento, quando suderà nella prima amichevole estiva, da cosa dovrà ripartire? Semplice: dalla faccia sorridente di Daniele De Rossi, dal suo bacio ai piedi della Curva, da quella serata di lacrime e pioggia. Dal recupero di un’identità che ora sembra così annacquata e lontana, ma che qui conta come, se non di più, un trofeo in bacheca.

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